Dopo il virus, un obbligo abbassare i rischi

Credito, logistica, digitale. Stanno qui le aree di più alto rischio per le Pmi italiane. Il crollo di Pil e produzione, la chiusura di molti mercati, le incertezze sul futuro possono portare seri danni al sistema industriale. In ciascuno dei tre ambiti sono emersi punti critici per le imprese. Ma altrettante possibili risposte.

A fornirle è Anra, associazione nazionale dei risk manager, che raggruppa le figure professionali attive nella valutazione e gestione dei rischi e degli aspetti assicurativi. Oggi gli iscritti sono 705 con un notevole incremento negli ultimi mesi.

La brusca interruzione del lavoro, la chiusura degli impianti in molti settori a partire dall’automotive ha bloccato intere catene del valore. Fornitori o subfornitori hanno patito lo stop ai pagamenti e sono finiti in un incaglio finanziario. Il bisogno primario è la liquidità. Ma l’accesso al credito è complicato, tra i prestiti governativi e la lentezza delle banche. E spunta il rischio di infiltrazioni della criminalità nelle aziende in difficoltà. Di recente Anra ha organizzato un webinar con Trascrime, il centro universitario che fa capo alla Cattolica di Milano e monitora il fenomeno. «Che è in crescita — osserva Alessandro De Felice, presidente di Anra — e il Covid l’ha accelerato».

Ci sono settori più a rischio di altri: le attività ricettive e turistiche, bar e ristoranti specie quelli di grandi dimensioni e con ampi spazi dedicati al servizio, ma anche agenzie di viaggio, alcuni ambiti della grande distribuzione. Secondo Michele Riccardi, ricercatore presso Transcrime, un settore di estrema vulnerabilità sarà la logistica con il trasporto su gomma. «Le dinamiche sono le stesse di sempre, ma il Covid ha fatto da moltiplicatore delle occasioni», spiega l’esperto.

Come rispondere a questa situazione? Come dare una corretta valutazione del merito di credito e dell’affidabilità per un’impresa, in tempi rapidi?

Sulla scorta dei rapidi test sierologici alle persone, l’idea è introdurre anche in economia sondaggi soft e a campione sulle aziende, anzitutto quando chiedono un finanziamento in banca.

Obiezione: l’azienda già «infiltrata» magari non va in filiale a chiedere liquidità. Certo, dicono gli esperti. Però avrà comunque altri tipi di rapporti con le banche, le istituzioni, altre aziende. Quindi, la strada è integrare i modelli di controllo standard con indicatori di anomalia che individuino elementi di rischio aggiornati con il Covid. Per esempio: l’assetto proprietario, la presenza di veicoli societari opachi, l’esposizione verso Paesi a rischio, liquidazioni avvenute a prezzi non di mercato, strutture societarie troppo complesse per la grandezza delle aziende.

Eppure, l’imprenditore che viaggia pulito e si reca in banca per ottenere un finanziamento rischia di uscire dalla filiale a mani vuote. «C’è un meccanismo perverso che ha trasformato la banca in un ufficio pubblico. Lo sportello fa la valutazione del merito di credito con la garanzia dello Stato. Ma lo Stato potrebbe chiedere i danni alla banca e il dirigente rischia di dover pagare per danno erariale», spiega Carlo Cosimi, vicepresidente di Anra.

Come uscire da questa contraddizione? «L’imprenditore può tranquillamente rivolgersi altrove», dicono all’Anra. Naturalmente, quando si avanzano richieste di finanziamenti, occorre sempre tenere una gestione trasparente specie nei bilanci, anche per velocizzare le procedure. «Ma occorre anche avere una visione integrata dei rischi. Questo abbassa le probabilità di trovarsi in difficoltà», sostiene Cosimi.

Un altro punto critico è la supply chain. Dopo le forniture interrotte, ci sono problemi sulla consegna e la distribuzione dei pezzi finiti. Difficoltà con le frontiere, le Dogane, l’intermodalità. La pandemia ha mandato in crisi il paradigma di tenere un capitale circolante il più basso possibile. «La logica del tanto entra tanto esce dai magazzini in velocità è quanto di più debole e rischioso in queste situazioni», osserva De Felice. «Occorre fare una valutazione tra la sostenibilità finanziaria e la sostenibilità del rischio». Infine, il digitale. La crisi ha dimostrato come sia oramai ineludibile investire nel settore. Spiega Cosimi: «Bisogna passare dall’improvvisazione che c’è stata finora a una gestione pianificata: creare un sistema di Vpn protetto, garantire la sicurezza dei dati delle persone».

Quindi, «è centrale il tema del rischio, che non può essere cancellato, ma va messo in relazione alla remunerazione. L’imprenditore deve chiedersi se sta assumendo troppi rischi, e ciò non va bene. Ma anche se sta assumendo troppi pochi rischi. E in quel caso, può perdere delle buone opportunità di business. Insomma», conclude De Felice, «bisogna arriva a dare un prezzo al rischio».

Fonte: