Pensioni, è meglio non rinviare

Pagina a cura di Daniele Cirioli
Sforbiciata sulle pensioni, per effetto della nuova revisione dei coefficienti per convertire i contributi. Il taglio si farà sentire: ecco un esempio pratico. Pietro e Paolo hanno lavorato e accumulato un montante contributivo identico, pari a 300 mila euro. Pietro ha compiuto 65 anni nel 2009 e da allora è in pensione. Paolo, invece, li compirà il prossimo anno e già pregusta di mettersi a riposo. Nonostante l’identica situazione lavorativa, contributiva e anagrafica, Pietro gode da più di dieci anni di una pensione annua dell’importo di oltre 18 mila euro, mentre Paolo dall’anno prossimo riceverà una pensione di oltre 15 mila euro. Una differenza (circa 3 mila euro) che si fa più evidente e «consistente», immaginando per i due un identico orizzonte di vita: Paolo, il più giovane, intascherà per un minor tempo una pensione d’importo inferiore a quella di Pietro. Un sacrificio richiesto per tenere in equilibrio il carrozzone pensionistico e per mantenere la promessa fatta a Pietro che, viceversa, il più vecchio dei due, intascherà per più anni una pensione d’importo maggiore. L’esempio ipotetico dei due lavoratori traduce in cifre, appunto, gli effetti della nuova revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo, applicabili nel biennio 2021/2022 e fissati dal dm 1° giugno pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 147/2020 (si veda ItaliaOggi del 13 giugno). Tra il 2009 e il 2021, il coefficiente per l’età di pensionamento di 65 anni si riduce del 15%: era 6,136% calerà a 5,220%.

Meglio mettersi subito in pensione. La notizia non è buona per chi andrà a riposo a partire dal prossimo anno: avrà una pensione annua inferiore, in media, rispetto a chi ci è andato o ci andrà quest’anno. La novità va tenuta presente anche da chi voleva rimanere qualche mese o anno in più al lavoro; infatti, rinviando il pensionamento da quest’anno al prossimo, anche di un mese, da dicembre a gennaio, costerà in termini di minore pensione annua, danno che poi conserverà per tutta la vita da pensionato. È questa la quinta revisione, da quando è stata introdotta nell’anno 2009, e tutte le revisioni sono state sempre e soltanto negative, ciò significando che, a ogni appuntamento, l’importo della pensione è stato tagliato in qualche misura.

Il calcolo della pensione. Ma perché succede questo? Domanda più che legittima, se si pensa che fino a qualche anno fa, invece, non c’erano calcoli stratosferici (e incomprensibili) per determinare il diritto (quando è possibile mettersi in pensione) e la misura della pensione (cioè l’importo): la pensione era semplicemente una quota della retribuzione. Oggi, invece, a voler sintetizzare, diritto e misura della pensione sono soggetti ai seguenti indici finanziario-attuariali:

• rivalutazione del montante contributivo (viene fatto per anno di accesso alla pensione);

• speranza di vita = indice cui è affidato il compito di adeguare l’età di pensionamento;

• coefficienti di trasformazione = sono periodicamente aggiornati sulla base di vari fattori statistici;

• perequazione delle pensioni = adeguamento annuale delle pensioni all’inflazione, al fine di conservare costante il loro potere di acquisto.

A monte di ciò, va considerato il «regime» di calcolo della pensione (che fissa il «criterio» di calcolo della pensione). Dopo la riforma Fornero, i lavoratori sono tutti uguali circa questo criterio, perché la riforma ha esteso a tutti il «sistema contributivo», stabilendo, di principio, che con questa regola di calcolo vanno determinate le quote di pensione relative ai contributi versati dal 1° gennaio 2012. Per alcuni ciò non ha segnato una novità perché già appartenenti a tale sistema; si tratta, in particolare:

• di quanti hanno cominciato a lavorare dal 1° gennaio 1996 ai quali già si applicava/applica la sola regola contributiva di calcolo della pensione;

• di quanti, pur avendo cominciato a lavorare prima del 1° dicembre 1996, al 31 dicembre 1995 avevano maturato meno di 18 anni di contributi, per cui erano/sono destinatari della regola «mista» di calcolo della pensione, ossia «retributiva» per l’anzianità maturata sino al 31 dicembre 1995 e «contributiva» per i periodi successivi.

Per altri, invece, la Fornero è stata una rivoluzione perché s’è trattato di un cambio di criterio a 360 gradi; si tratta, in particolare:

• di quanti potevano contare su almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 e che, per questo motivo, continuavano a essere destinatari della sola regola «retributiva» di calcolo della pensione: dal 1° gennaio 2012 anche a loro, con riferimento ai contributi versati dalla stessa data (cioè dal 1° gennaio 2012), la pensione è calcolata con la regola contributiva e non più con quella retributiva.

Riassumendo, dal 1° gennaio 2012 la situazione per le tre diverse categorie di soggetti prima individuate è questa:

• nessuna novità per quanti hanno cominciato dal 1° gennaio 1996: a loro già si applicava e continua ad applicarsi la sola regola contributiva di calcolo della pensione;

• nessuna novità neppure per quanti hanno cominciato a lavorare prima del 1° dicembre 1996 e al 31 dicembre 1995 aveva meno di 18 anni di contributi: erano e continuano a essere destinatari della regola «mista» di calcolo della pensione, ossia «retributiva» per l’anzianità maturata sino al 31 dicembre 1995 e «contributiva» per i periodi di attività successivi al 1° gennaio 1996;

• la novità colpisce, invece, quanti potevano contare su almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 e che, per questo motivo, continuavano a essere destinatari della sola regola «retributiva» di calcolo della pensione. Loro, infatti, sono divenuti destinatari del regime «misto» con applicazione del criterio retributivo per le anzianità maturate fino al 31 dicembre 2011 e del criterio contributivo per le anzianità maturate dal 1° gennaio 2012.

Nuovo taglio delle pensioni dal 2021. I coefficienti operano nel «sistema contributivo» delle pensioni e servono a trasformare (cioè a convertire) i contributi in pensione. L’ultima revisione, la quarta, c’è stata a gennaio 2019 (si veda la tabella in pagina), sempre negativa, di circa l’1%, portando il calo complessivo del periodo oltre il 12%. La prossima revisione scatterà a gennaio 2021, applicandosi ai lavoratori che andranno in pensione a partire dalla stessa data, e sarà anch’essa negativa. Vie di fuga o scappatoie da questa tagliola non ci sono, se non quella di lavorare di più. La riforma Fornero, per questo, ha agevolato chi resterà al lavoro fino alla veneranda età di 71 anni, al fine di ottenere pensioni più consistenti derivanti dalla permanenza al lavoro per più anni. Per questo, dall’anno 2019 è operativo un nuovo coefficiente, legato all’età di 71 anni, che è il più alto di tutti (offrendo, cioè, un assegno «più pesante», ma in prospettiva spettante, evidentemente, per meno anni di vita…).

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