La politica vuole Cdp in Generali

di Anna Messia e Andrea Montanari
Trova consensi dentro e fuori il Parlamento l’idea di un ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale di Generali con intento dissuasivo verso possibili operazioni ostili dall’estero, anticipata ieri da MF-Milano Finanza. Piace l’idea che lo Stato, attraverso la mediazione di una società fuori dal perimetro pubblico in senso stretto come Cassa Depositi e Prestiti, rilevi un pacchetto di azioni utile ad avere informazioni di prima mano sulle gestione della prima compagnia di assicurazione italiana. Specie in un momento come questo, dove le mire di Delfin su Mediobanca prometto di cambiare gli equilibri anche a Trieste. Ne è convinto Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza: «Sono sempre stato e resto un liberale ma vedrei positivamente un ingresso indiretto dello Stato in Generali. Penso a una partecipazione che permetta di nominare un consigliere o un sindaco, così da disporre di un osservatore in grado di conoscere direttamente cosa succeda all’intero della prima compagnia italiana, che, tra l’altro, ha un azionariato contendibile, dove per decidere basta molto meno del 50%», dice. I fondi pensione, soprattutto preesistenti, e le casse professionali «sono storici investitori di qualche peso della compagnia triestina. Le azioni del Leone sono praticamente in tutti i portafogli degli investitori previdenziali, che le comprano con un’ottica da cassettisti, di lungo termine, puntando innanzi tutto ai dividendi. Si tratta di una presenza che i fondi e le casse dovrebbero far valere di più, non solo nel caso Generali». Avere anche un rappresentante statale «a tutela di asset strategici italiani, come è indubbiamente Generali, potrebbe rappresentare una garanzia aggiuntiva», conclude Corbello. L’ipotesi è stata discussa nei giorni scorsi durante un incontro tenuto tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, e il vice ministro allo Sviluppo Economico, Stefano Buffagni, ed esprime sostanzialmente la posizione politica dei Cinquestelle sul dossier, considerato sensibile anche perché in pancia al gruppo assicurativo ci sono circa 60 miliardi di titoli di Stato. Sul tema ieri non a caso sono tornati anche alcuni parlamentari del Movimento: «L’operazione con cui il gruppo Del Vecchio intende salire consistentemente nel capitale di Mediobanca, con ovvie e nemmeno nascoste ricadute sulla controllata Generali, deve essere monitorata da tutte le istituzioni preposte con la massima attenzione», hanno commentato i senatori Daniele Pesco ed Elio Lannutti.

Quanto al secondo pilastro della possibile difesa dell’italianità delle Generali, il golden power, «solo l’Italia ha introdotto il settore delle cosiddette financial infrastructure nel novero di ambiti d’esercizio del golden power», fa notare Michela Carpagnano, responsabile Competition e Antitrust per l’Italia dello studio legale Dentos. In definitiva, «il fatto che il legislatore abbia voluto prevedere anche l’ambito delle infrastrutture critiche e delle attività strategiche finanziarie, creditizie ed assicurative lascia ipotizzare che per eventuali operazioni su società che rientrano in questo settore il governo possa intervenire ed esercitare i poteri speciali», conclude l’esperto. Troppo presto per dire come andrà a finire ma di certo il dibattito è destinato a tenere banco ancora a lungo nel mondo politico ed economico italiano. (riproduzione riservata)

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