Imprese, solo l’11% immune al Covid

di Elena Dal Maso
Mentre l’Italia sta iniziando la Fase 3 della ripartenza, gli effetti economici sulle imprese «sono al momento solo parzialmente visibili», avverte uno studio di Crif, Centrale Rischi Finanziari, società che fornisce supporto all’erogazione e alla gestione del credito al consumo. Sulla base della classificazione di Crif Ratings, che analizza a livello macro tutte le aziende italiane nei diversi settori merceologici per omogeneità dei codici Ateco che li compongono, l’Osservatorio Crif Pulse attribuisce ad ogni settore un punteggio da 1 (il peggiore) a 5 (il migliore) rappresentativo della capacità di assorbire gli impatti legati all’emergenza Covid-19. L’indicatore sintetico tiene conto di due componenti: gli effetti a livello economico e finanziario che si prevede la pandemia avrà sui conti delle imprese del comparto (Financial Impact da 1 a 5) e due indici relativi alla capacità e velocità di ripresa del settore, permettendo di intercettare i fenomeni in atto nell’economia sotto il profilo creditizio e commerciale (Pulse Credit e Pulse Trade, sempre su una scala da 1 a 5). Sulla base di questi parametri, i settori economici sono stati divisi in quattro categorie: Top, Upper, Middle e Bottom. Dall’analisi emerge che solo un ristretto numero di comparti, detti i Top, mostra, sia in termini di Financial Impact (con un punteggio da 4 a 5) che di Pulse Credit e Pulse Trade (compresi tra 3 e 4), una tenuta rispetto agli effetti della pandemia. Tra questi settori vi sono il farmaceutico, le telecomunicazioni, Ict e media, la chimica e la consulenza. Il numero di imprese che rientrano tuttavia in questa categoria è piuttosto limitato sia in termini numerici (circa il 15% del totale) che per giro d’affari (circa l’11%). Tra le caratteristiche che li accomunano vi è un limitato impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown grazie ad attività essenziali o comunque svolgibili in modalità smart working, una domanda resiliente o addirittura in crescita per la natura dei prodotti e servizi erogati, una tenuta di margini e generazione di cassa grazie al mantenimento dei volumi di produzione, una relativa stabilità del merito creditizio e una regolare operatività sotto il profilo commerciale. All’interno del segmento Top emerge un numero estremamente contenuto di ricorsi alle moratorie da parte delle aziende farmaceutiche rispetto al dato totale delle società italiane (circa il 4% a marzo 2020 e il 15% ad aprile 2020). Seguono i settori classificati come Upper, caratterizzati da un basso impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown per le produzioni essenziali, da un trend favorevole di lungo termine della domanda e da una migliore capacità di assorbimento degli impatti negativi di breve periodo. Sotto il profilo creditizio non presentano particolari criticità e sono regolarmente operative dal punto di vista commerciale. A questa categoria appartengono Trasporti e logistica, Alimentari, Bevande e tabacco e Elettronica. Per questi settori, il Financial Impact si colloca tra 3 e 4, mentre Pulse Credit e Pulse Trade tra 2 e 3. I settori Middle evidenziano invece un maggior impatto delle restrizioni derivanti dal lockdown e diversi ambiti presentano una forte esposizione nei confronti della domanda estera. Tutto questo porta a generare pressione su profittabilità operativa e strutture finanziarie già relativamente deboli, a una riduzione dell’operatività commerciale e allungamento dei tempi di pagamento ai fornitori. A questa categoria appartengono Commercio al dettaglio, Tessile e abbigliamento e Meccanica strumentale, con Financial Impact intorno a 2 e Pulse Credit e Pulse Trade intorno a 3. La quarta categoria comprende i settori Bottom, che subiranno prevedibilmente un forte impatto negativo. Sono comparti che hanno fortemente risentito delle restrizioni derivanti dal lockdown ma che anche nella fase di ripartenza stanno soffrendo per via di una debole domanda a causa della nuova normalità di distanziamento sociale o della una minore propensione agli investimenti e all’acquisito di beni durevoli collegati al clima di fiducia complessivo dei consumatori. In questi settori la struttura dei costi, con una forte componente di spese fisse e l’elevata incidenza del capitale circolante gravano sul profilo finanziario e di riflesso emerge un deterioramento del merito creditizio ed una rilevante riduzione dell’operatività commerciale e allungamento dei tempi di pagamento ai fornitori. Tra questi, Crif ha identificato il Turismo/Tempo Libero, il Commercio di autoveicoli, il Mining/Oil&Gas, l’Ingegneria civile e le costruzioni, la Meccanica/Mezzi di trasporto e i Prodotti metallici. Rispetto alla limitata concentrazione di società all’interno della categoria Top, la categoria Bottom vede la presenza di circa il 28% delle società di capitali italiane, per un giro d’affari aggregato del 24% del totale. In questa categoria il Financial Impact ha un valore compreso tra 1 e 2 e Pulse Credit e Pulse Trade mediamente tra 2 e 3. Le difficoltà di questi settori sono riscontrabili anche nell’andamento delle nuove imprese, con una variazione negativa maggiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in particolare nei comparti Turismo (-2,8%) e Commercio di autoveicoli (-2,2%). Allo stesso modo, la Vendita di automobili, il Mining/Oil&Gas e il Turismo e Tempo Libero registrano nei primi tre mesi dell’anno una contrazione delle fatture emesse che si avvicina al 40%. (riproduzione riservata)
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