Coronavirus: Cimbri, le assicurazioni investano con lo Stato su infrastrutture

“Le pandemie sono eventi straordinari e come tali trovano risposte straordinarie da parte degli Stati” e non dalle assicurazioni. “Queste possono però rivestire un ruolo più importante per favorire la ripresa e la crescita economica in generale. Sono investitori di lungo periodo visto l’orizzonte temporale dei loro impegni e ben supportano gli investimenti in questa fase di rilancio a fianco dello Stato”.

Lo ha dichiarato Carlo Cimbri, ceo del gruppo Unipol, nel webinar “Il nuovo welfare di comunità e l’alleanza tra pubblico, privato e no-profit nel contesto emergenziale attuale” organizzato da Welfare Italia sviluppato da Unipol Gruppo con The European House – Ambrosetti.

“Le assicurazioni possono ammodernare, costruire e rilanciare infrastrutture di natura fisica o tecnologica. Ecco l’occasione che questa pandemia ci porta in eredità viste le maggiori flessibilità di bilancio. Da queste risposte dipenderà il futuro delle generazioni che verranno. Le assicurazioni sono investitori a fianco dello Stato in progetti infrastrutturali. In questo possono essere un perno del new deal economico”.

“Tra le priorità di intervento suggeriamo un piano di ammodernamento delle infrastrutture fisiche e tecnologiche del Paese, iniziative per il rilancio della competitività della produzione italiana, investimenti in formazione che costituisce un’eccellenza per il Paese ma necessita di costante aggiornamento e risorse per favorire l’integrazione dei cittadini stranieri – ha evidenziato Cimbri. Infine, nell’ambito sanitario, il privato dovrà concentrarsi su specifici servizi di cura e diagnosi liberando risorse pubbliche che possono essere dedicate al sostegno della ricerca su cui è fondamentale investire a livello nazionale per garantire sviluppo e tutela”.

Al webinar hanno partecipato anche Ferruccio de Bortoli (Presidente, Associazione Vidas); Giuseppe Guzzetti (Filantropo; già Presidente, Fondazione Cariplo).
Insieme ad oltre 150 esponenti della classe dirigente e delle Istituzioni si è dibattuto degli effetti socio-economici che la crisi legata al Covid-19 rischia di generare sulle disuguaglianze e sulla mobilità sociale che, nel corso degli anni, ha già conosciuto un forte rallentamento. Alla luce delle sfide che riguardano l’inclusività, ma anche la formazione del capitale umano e sociale futuro del Paese, si è discusso della necessità di sviluppare un vero welfare di comunità che preveda la collaborazione di tutti i maggiori stakeholder del Paese – pubblici, privati e no-profit – per affrontare con efficacia le nuove sfide socio-economiche dei territori che compongono il Paese.

Il nostro Paese si trova ad affrontare un’emergenza sanitaria senza precedenti partendo da un contesto caratterizzato da oltre 3 milioni di individui non auto-sufficienti, che raddoppieranno nell’arco dei prossimi 10-15 anni, sprovvisto di un’assicurazione obbligatoria alla long-term care e con strutture sanitarie che in alcuni casi non si sono dimostrate efficaci nel rispondere alle esigenze.
“All’interno di questo scenario – ha sottolineato Ferruccio de Bortoli, moderatore della sessione – la risposta deve necessariamente venire da una stretta collaborazione tra pubblico privato che si configura come un meccanismo in grado di far fronte non solo ai crescenti vincoli di spesa del pubblico, ma anche all’evoluzione dei bisogni dei beneficiari di servizi di welfare.”
Il trend per cui lo Stato non possa allocare risorse infinite è inevitabile e incontrovertibile: le risorse prestate a debito dall’Europa torneranno a rendere attuale il tema dei vincoli di bilancio che ora sembrano dimenticati.
Questa pandemia ci lascia in eredità la necessità di riflettere sull’assistenza alla popolazione anziana e non-autosufficiente, che assume un’importanza non più derogabile anche a fronte dei trend demografici del nostro Paese. Inoltre, emerge con chiarezza l’importanza di potenziare il ruolo di un privato sociale di prossimità che si occupi delle esigenze delle singole comunità: il nostro Paese ha necessità troppo specifiche per trovare una soluzione unica per l’intero territorio nazionale.

“Lo spazio di azione del welfare di comunità si colloca all’interno del terzo pilastro, quello ricoperto dal Terzo Settore che, in un modello costituito da Stato, privato for profit e privato sociale, costituisce l’elemento di tenuta della democrazia facilitando il dialogo tra Stato e privato” ha sottolineato Giuseppe Guzzetti, filantropo, già Presidente, Fondazione Cariplo.
Il funzionamento del Terzo Settore in Italia vive di volontariato e donazioni che, durante l’emergenza COVID-19, si sono concentrate sulle drammatiche carenze del nostro sistema sanitario, aumentando del 30% le donazioni verso l’ambito sanitario a discapito di altre realtà che hanno subito una riduzione drammatica determinando la chiusura del 10% delle associazioni. La generosità dimostrata dal popolo italiano durante l’emergenza sanitaria è tuttavia un dato incoraggiante per il Terzo Settore, così come il contributo fornito da giovani e immigrati regolari che si sono sostituiti, nel volontariato, agli anziani maggiormente a rischio durante la crisi COVID-19.
La generosità dei singoli cittadini si affianca ad un crescente responsabilità sociale da parte delle imprese private che trovano nel welfare di comunità uno strumento per stanziare risorse all’interno di quei territori che contribuiscono alla generazione dei profitti, attivando un meccanismo di accountability e generando ricadute immediatamente visibili.
Un punto chiave della discussione è stato il tema della partnership tra pubblico e privato e, in particolare, del potenziale contributo da parte del settore assicurativo alla fase di rilancio del sistema-Paese. Si tratta infatti di investitori di lungo periodo che possono affiancarsi all’importante ruolo dello Stato per realizzare grandi progetti di sviluppo di cui necessità il nostro Paese.