Al valzer delle banche

Intesa marcia su Ubi con l’ok Bce in tasca. E Del Vecchio è pronto a prendersi Mediobanca. Così la finanza italiana cambia volto Intanto il governo sfodera il golden power e studia un piano per Mps

Carlo Messina
di Luca Gualtieri
A chi racconta la finanza italiana (e talvolta anche a chi ne tesse la trama) piace ricondurre i duelli che periodicamente divampano a un paradigma comune. Uno sforzo di sintesi che, se da un lato offre una comoda chiave di lettura, dall’altro nobilita personalismi e baruffe di potere presentandoli sotto la gratificante luce di una causa più alta. Il paradigma di maggior successo per decenni ha descritto una finanza laica contrapposta a una finanza bianca. Dai blitz di Enrico Cuccia sull’Ambroveneto di Giovanni Bazoli alle battaglie per la Comit, da bancopoli alla recente contesa su Rcs, quasi tutte le grandi partite sono state ricondotte a questo schema. E ciò malgrado lo scetticismo di alcuni protagonisti: «penso che parlare di finanza cattolica abbia poco senso», tagliava corto il banchiere Carlo Salvatori in una recente intervista a MF-Milano Finanza.

Se si possono nutrire dubbi sull’applicazione di queste categorie alle vicende passate, oggi riportarle in auge sarebbe impensabile. Non solo perché la trasformazione subita dal sistema finanziario ha cambiato pelle ai protagonisti di ieri, ma anche perché le partite in corso tratteggiano una geografia del potere molto diversa da quella del passato. L’operazione Intesa Sanpaolo-Ubi ne è un esempio. Attorno all’ops presentata a febbraio da Ca’ de Sass sul gruppo guidato da Victor Massiah (per cui venerdì 5 è arrivato l’ok preliminare della Bce che ha sgombrato il campo dalle polemiche sulle clausole mac e sulla passivity rule) si sono compattati due schieramenti assai eterogenei. Da un lato del tavolo c’è Intesa che attraverso il deal ha consolidato l’asse con la Mediobanca di Alberto Nagel, dove al progetto ha lavorato soprattutto il global co-head of Cib Francesco Canzonieri. Il ceo di Intesa Carlo Messina e Nagel peraltro hanno buoni rapporti da tempo, come testimonia il ruolo avuto da Piazzetta Cuccia nelle recenti operazioni di via Monte di Pietà con Intrum e con la Prelios di Fabrizio Palenzona. Terzo protagonista del blitz su Ubi è la Unipol di Carlo Cimbri che, dopo l’operazione FonSai del 2012 (complice, ancora una volta, Mediobanca), ha definitivamente abbandonato l’angusto recinto della finanza rossa per giocare un ruolo di primo piano nelle partite nazionali. Un percorso che nei mesi scorsi si è tradotto anche in un ritorno nel capitale di Piazzetta Cuccia con una quota di poco inferiore al 2%.
All’altro lato del tavolo siede il vertice di Ubi assistito dall’avvocato Sergio Erede, da un banker di razza come Federico Imbert (Credit Suisse) e da Goldman Sachs. Difficile immaginare che il polverone sollevato dal gruppo lombardo possa bloccare l’avanzata di Intesa, ma certamente la manovra di disturbo è ben orchestrata. Ad essa oltre ai soci storici di Ubi (dalle fondazioni agli imprenditori, da cui comunque nelle scorse settimane si è sganciato Giuseppe Lucchini) ha aderito Cattolica, di nuovo a dimostrazione che le categorie del passato oggi hanno poco senso. Pur in un momento di difficoltà come quello attuale, l’ex compagnia di Giuseppe Camadini (che Giancarlo Galli definì «il più bianco fra gli gnomi») ha scelto di sostenere Ubi contro Intesa. Ma soprattutto al fronte del no si è unita Unicredit che, avanzando più di una riserva sull’operazione, ha chiesto di essere ammessa al procedimento avviato dall’antitrust. Difficile immaginare che il ceo Jean Pierre Mustier abbia un interesse concreto per Ubi, ma la decisa presa di posizione del banchiere francese non è passata inosservata nella city milanese. Così come non è sfuggita l’attenzione che, pur in una posizione di neutralità, diverse realtà finanziarie stanno dedicando alla partita Intesa-Ubi,dal Crédit Agricole al Banco Bpm di Giuseppe Castagna sino alle Generali che proprio nei giorni scorsi hanno sottoposto in via riservata all’antitrust la propria posizione sul deal.
Non meno caldo è l’altro fronte aperto nel cuore della finanza italiana. Benché attesa e per qualcuno scontata, la richiesta di Leonardo Del Vecchio di salire al 20% di Mediobanca ha riportato sotto i riflettori il crocevia Piazzetta Cuccia-Generali. Già oggi, dopo aver rilevato parte della quota dismessa da Unicredit, Mister Luxottica è primo azionista e un suo ulteriore rafforzamento avrebbe conseguenze assai rilevanti sulla governance dell’istituto e, a cascata, del Leone. Più di uno peraltro i punti di contatto tra la scalata e la partita Intesa-Ubi, dal ruolo di Erede (consulente di Del Vecchio oltre che del board Ubi) alla presenza di Unipol in Mediobanca, fino alle suggestioni (mai confermate) circa un possibile intervento di Delfin su Ubi. I due deal comunque vivono di vita autonoma e, con ogni probabilità, procederanno ognuno per la propria strada.
Tornando a Mediobanca, se l’ok di Bce è dato per molto probabile, difficile prevedere quale equilibrio emergerà dal nuovo assetto proprietario della merchanrt. Una mediazione tra Del Vecchio e Nagel appare in salita: se il peso specifico raggiunto giustificherebbe Delfin nel chiedere un consigliere e la presidenza, Mediobanca non è disposta a rinunciare al contributo prezioso di Renato Pagliaro. Non meno complessa da gestire potrebbe essere la richiesta di un nuovo direttore generale, per il quale si fa il nome dell’attuale presidente di Jp Morgan in Italia Vittorio Grilli, consulente finanziario di Del Vecchio nella partita. Giochi aperti anche su Generali, di cui Mediobanca è ancora primo socio al 12,8% e Delfin detiene il 4,8%. Se le intenzioni di Mister Luxottica sono ambiziose, va registrato che finora i grandi azionisti della compagnia si sono mossi con cautela. Intendiamoci, un assetto di governance più plurale piacerebbe a molti, specie in vista della scadenza del 2022, ma il timore è che mosse troppo impulsive possano destabilizzare la compagnia e lanciare un messaggio negativo al mercato. Per ora insomma Francesco Gaetano Caltagirone (5,11%), le famiglie Boroli-Drago (1,45%) e i Benetton (3,99%) preferiscono restare alla finestra, così come i grandi competitor a partire da Intesa.
Se negli ultimi anni la mappa del potere finanziario si è rimescolata, dando luogo a inedite alleanze e divorzi imprevisti, nel frattempo sullo scacchiere si è affacciato un nuovo attore, lo Stato. Un soggetto che, Cuccia regnante, aveva raramente toccato palla nelle grandi partite come dimostra il ruolo di portatori d’acqua che le tre Bin giocarono per Mediobanca. Le privatizzazioni degli anni Novanta hanno poi progressivamente marginalizzato la presenza dello Stato nel settore finanziario, aprendo una stagione arrivata sino ai giorni nostri.
Già oggi però capitali pubblici sono presenti nella più antica banca italiana, quel Montepaschi che nel 2017 è stato salvato dal baratro con una nazionalizzazione a tempo. E nei prossimi mesi la crisi economica in corso e l’allentamento dei vincoli europei potrebbero ampliare progressivamente lo spazio d’azione del governo. Non è un mistero che in ambienti vicini a Palazzo Chigi circoli l’ipotesi di rinviare la privatizzazione di Mps (prevista entro il 2021) o perfino di cancellare del tutto quell’opzione, trasformando l’istituto in una banca pubblica a tutti gli effetti. Non solo. Nelle ultime settimane la squadra del premier Giuseppe Conte avrebbe preso in mano i principali dossier finanziari del momento, per l’appunto Intesa-Ubi e Mediobanca-Generali, per valutarne l’evoluzione. E per il caso Generali tra gli strumenti sul tavolo c’è anche il golden power. Un attivismo che non è sfuggito ai banchieri del Nord: «Passeremo dalle bin, banche di interesse nazionale, alle bic, banche di interesse Chigi?», si chiedeva nei giorni scorsi uno di loro. Vero è che, di fronte alla maggior recessione di sempre e alle sfide della quarta rivoluzione industriale, un pezzo del settore è alla ricerca di un regista che sappia anche mediare negli scontri più accesi. La nuova pax interbancaria passerà per Roma? È presto per dirlo, ma certamente il governo ha molte carte da giocare. (riproduzione riservata)

I piani di Del Vecchio e Milleri? Nessuno li ha visti

Francesco Milleri
In epoca pre-Covid19 li si poteva spesso incontrare, verso le 9, da Marchesi, in corso Magenta a Milano: tavolino defilato nella saletta interna, dialoghi fitti, qualche saluto agli altri commensali e poi via in ufficio, di fronte alla stazione ferroviaria di Cadorna. Leonardo Del Vecchio, da quando ha incrociato la strada di Francesco Milleri – in passato dirimpettaio di pianerottolo dell’attuale, terza moglie di mister Luxottica, Nicoletta Zampillo – ne ha fatto il suo delfino, al punto da promuoverlo poi amministratore delegato delle attività nazionali del colosso mondiale dell’occhialeria italo-francese e averlo proposto, per adesso senza riuscirci, quale capo globale dell’azienda basata a Parigi. Milleri, manager del settore software e Sap, – la sua Abstract fattura una trentina di milioni, circa venti dei quali garantiti dal cliente Luxottica, a cui aggiunge il business termale di Acqua Mundi – è divenuto, di fatto, il settimo figlio del Paperone italiano (il patrimonio di Del Vecchio è superiore ai 20 miliardi). Perché se, come noto, i rapporti tra Leonardo e il primogenito Claudio Del Vecchio, dopo l’esperienza di quest’ultimo nel gruppo, negli States, non sono stati idilliaci e nessun altro degli eredi, ossia le altre due figlie di primo letto Marisa e Paola e i più piccoli Luca e Clemente (nati dalla relazione dell’ex Martinitt con l’ex investor relator della società, Sabrina Grassi) è impegnato in azienda, solo Leonardo Maria, il quartogenito nato dalla prima relazione sentimentale con la Zampillo, ha un ruolo nella galassia industriale, rivestendo l’incarico di ad della catena Salmoiraghi&Viganò. Mentre chi, dal 2013, ha un incarico in azienda è Rocco Basilico (figlio della stessa Zampillo e del finanziere e banchiere Paolo Basilico), general manager della controllata americana Oliver Peoples.
Insomma, un complicato assetto familiare, soprattutto in chiave ereditaria, che poi si concentra nella cassaforte lussemburghese, Delfin, dove i sei figli hanno partecipazioni paritetiche, fino ad arrivare al 75%, mentre il fondatore dell’impero ha il restante 25%: quota già destinata alla moglie, la signora Zampillo. In tal modo madre e figlio (Leonardo Maria) potranno contare sul 37,5% del capitale e rappresenteranno quello che è John Elkann per tutta la filiera di comando Exor-Fca-Ferrari. Ma non è da escludere che la famiglia decida, affidandosi sempre all’avvocato Sergio Erede – il legale che sta lavorando, assieme al banchiere Vittorio Grilli all’ascesa nel capitale di Mediobanca -, di rivedere l’assetto proprietario della holding estera (9,6 miliardi gli asset in portafoglio nel 2018) per ribilanciare i pesi tra i soci. Anche perché in ballo non c’è solo il futuro di EssilorLuxottica – a marzo sono stati estromessi il co-cfo del gruppo Hilary Halper e poi Laurent Vacherot, capo di Essilor International, sostituito da Paul du Saillant – che deve ancora trovare il suo ceo globale, dopo le tensioni tra Del Vecchio e i soci-manager d’Oltralpe (si è sfiorato il rischio commissariamento per il gruppo) e di Covivio, il big del real estate (24 miliardi d’asset in portafoglio), anch’esso basato e quotato a Parigi. Perché Delfin, in Italia, in termini di potere, significa Unicredit (2%), Mediobanca (9,89%, con richiesta a Bce di salire fino al 20%) e Generali (4,84%). E se la «filiera» si è spezzata nel momento in cui la banca guidata da Jean Pierre Mustier è uscita da Piazzetta Cuccia – fino a quel momento non vi erano altri casi di un privato azionista delle tre società -, è pur sempre vero che il ruolo ingombrante che Del Vecchio si accinge a esercitare sull’asse Milano-Trieste non è passato inosservato. Anche perché è avvenuto in maniera roboante e fragorosa se è vero che altri azionisti storici del Leone di Trieste quali Caltagirone e i Boroli-Drago (De Agostini), oltre che i Benetton sono rimasti piuttosto sorpresi dal blitz in Mediobanca. Per tutte le conseguenze che potrebbe avere non solo sulla governance della banca ma anche su quella della compagnia guidata da Philippe Donnet, vera cassaforte del debito italiano. Delfin dopo la richiesta inoltrata in Bce per potere salire al 20% dell’istituto guidato da Alberto Nagel – con il quale nel recente passato Del Vecchio e Milleri si erano scontrati per il controllo dello Ieo di Milano, con il delfino di mister Luxottica interessato a prenderne le redini e a ripristinare i contratti di consulenza informatica per la sua Abstract -, ha fatto sapere che la partecipazione è finanziaria e che l’azione intrapresa non scherma alcun appetito di concorrenti francesi sulle Generali. Semmai, ha fatto sapere Del Vecchio, punta a tutelare e rafforzare la compagnia triestina. In che modo? Non si sa. Così come non si conoscono le intenzioni del Paperone d’Italia su Piazzetta Cuccia una volta ottenuta la possibilità di incrementare la quota e divenire il primo socio, magari rilevando parte della partecipazione di Vincent Bolloré (5,7%): è probabile che la Bce dia il via libera, magari imponendo paletti, quali un eventuale congelamento dei diritti di voto, magari alla soglia attualmente posseduta. Anche se va detto che, in termini di governance, sia Mediobanca sia Generali sono protette dalla lista del cda: è il Board uscente a stilare la lista dei candidati per il nuovo Consiglio, proposte poi sottoposte ai soci in assemblea. Si suppone che Del Vecchio, seppur impulsivo, decisionista e operativo (in Luxottica dal 2014 ha cambiato tre amministratori delegati prima del deal con Essilor) non vorrà essere un elefante in cristalleria: potrebbe forse puntare alla presidenza di Piazzetta Cuccia, suggerendo il fidato banchiere Vittorio Grilli (o il delfino Milleri?). A meno che non provi a forzare la mano, puntando al ribaltone generale. Ma allora dovrebbe mettere sul tavolo un articolato business plan pluriennale e indicare manager che possano trovare l’apprezzamento di mercato e fondi (il 75% del capitale è rappresentato da soggetti istituzionali). Proprio la variabile temporale può lasciare dubbi in questo schema, visto che quando si tratta di banche o assicurazioni, l’orizzonte di investimento e di impegno è gioco forza di lungo periodo. E il fatto che in Delfin ci siano comunque sei eredi alla porta potrebbe non facilitare il compito. Senza trascurare il fatto che in Mediobanca c’è il fronte Berlusconi-Doris che vale quasi il 6% (non sono stati contattati per il blitz), con il Cav che sta ritornando in auge sulla scena politica e potrebbe rappresentare, seppure con una dotazione patrimoniale inferiore e alleati tutti da trovare, il contraltare a mr Luxottica. Ma anche in Generali la questione è la stessa: farla tornare una big europea come negli anni 90 è un bel progetto. Ma su quali basi poggia questa idea? Nessuno lo sa: né l’attuale management né gli altri soci a partire da un Caltagirone pronto a salire ulteriormente nel capitale della compagnia e non mollare la presa sul cda. Resta il fatto che Del Vecchio può continuare a comprare sul mercato, se il suo vero obiettivo è liberare il Leone dai lacci e lacciuoli che lo tengono legato a Mediobanca.
Difficile se non impossibile conoscere la sua strategia, studiata a tavolino con Milleri. Anche perché la partita è lunga e complessa e il management della merchant bank farà di tutto pur di non perderla. Sempre che dalla Bce arrivi il semaforo verde. In questo scenario intricato c’è chi fa notare che Mediobanca da alcuni anni ha una sua importante ramificazione in Francia: la boutique d’affari Messier Maris, tra l’altro advisor di Psa nel merger con Fca. E proprio il banchiere Jean-Marie Messier, oltre a essere introdotto nell’establishment d’Oltralpe ha un consolidato legame con il presidente della Bce. Christine Lagarde che non guasta mai, in un paese e in un mercato così protezionistico come quello francese dove ormai sono radicati gli affari di Del Vecchio. (riproduzione riservata)

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