Non a prova di scasso

Rifugio in caso di Italexit o di tassa patrimoniale, le cassette di sicurezza custodiscono oro, gioielli e contanti. In Svizzera sono protette da bunker sotto le montagne. In Italia il Tesoro può aprirle per decreto
di Elena Dal Maso

L’estate si apre con un sold out. Chi sta cercando una cassetta di sicurezza standard, grande più o meno quanto la tastiera di un pc, per assicurare la collezione di orologi prima di andare in ferie, deve mettersi in lista d’attesa perché non c’è grande disponibilità in banca. Neanche a pagare la rata annuale, che va da 100 a 300 euro, magari solo per usare il box un mese. Non hanno aiutato in questo senso i piani di riduzione degli sportelli, soprattutto delle filiali periferiche più piccole, che hanno tagliato la disponibilità complessiva delle cassette. Del resto non si trovano facilmente neanche oltre frontiera, in Svizzera, dove una cassetta costa almeno 700 euro l’anno. Ce ne sono di disponibili oltre la Manica, pare che gli italiani quando vanno a Londra abbiano come punto di riferimento Metro Bank, i cui safe deposit boxes possono essere noleggiati anche per periodi brevi e costano, per la versione extra small, da 270 euro per arrivare a 850 euro l’anno. Questi piccoli rifugi fisici custoditi all’interno delle banche sono finiti sotto i riflettori quando, la settimana scorsa, il vice premier Matteo Salvini ha ipotizzato un prelievo fiscale fisso, attorno al 15%, sui valori contenuti nelle cassette. Facendo così riferimento alle stime avanzate un paio di anni fa da Francesco Greco, capo della procura di Milano, che aveva parlato dell’esistenza di un patrimonio pari a 150-200 miliardi di euro custodito in 1,5 milioni di cassette di sicurezza in Italia.

Ma che cosa contengono veramente questi scrigni? Probabilmente non più lettere compromettenti scritte a mano all’amante, o denti d’oro, come accadeva all’inizio del Novecento, ma ora come allora lingotti e monete d’oro e valuta in contanti, non necessariamente euro. Piuttosto divise ritenute sicure come il franco svizzero e il dollaro o gli yen. Questo perché molte cassette, come ha appurato MF-Milano Finanza da fonti bancarie, sono state aperte durante la crisi del debito del 2011. E la paura si chiama in termine tecnico ridenominazione della valuta. Ovvero il ritorno alla lira. Quindi uno dei timori è l’Italexit che cresce con l’alzarsi dello spread. E il i discorsi della Lega sui minibot, le emissioni alternative che potrebbe fare il Mef per pagare i propri debiti con le società fornitrici, inquietano il mercato. Del resto venerdì 14 giugno Claudio Borghi, economista di riferimento della Lega, nonché il presidente della commissione Bilancio della Camera, ha ribadito, a margine dell’incontro con il mercato della Consob, che «i minibot sono nel contratto di governo. Una seconda ragione per cui sono state aperte negli ultimi anni le cassette di sicurezza è la paura di una patrimoniale improvvisa e quindi una parte della liquidità è stata tolta dal conto corrente e spostata nelle cassette. Così come c’è chi ha prelevato in filiale la somma eccedente quota 100mila euro garantiti dal Fondo interbancario per timore di un possibile fallimento dell’istituto e li ha messi al sicuro in cassetta. Però Guardia di Finanza e inquirenti sanno che una parte di quella ricchezza è fonte di evasione fiscale. Ed è a quella ricchezza che sta guardando il governo per poter alleggerire il debito dell’Italia, i cui conti sono appena stati bocciati da Bruxelles. Attingere al tesoro nero non sarà molto facile. Intanto non è detto che il denaro frutto di evasione si trovi fisicamente in Italia e contenuto nella cassetta.
In Svizzera, per esempio, sono sempre più apprezzati e richiesti i box di nuova generazione, schermati nei confronti degli attacchi degli hacker. Si trovano anche al di fuori del canale bancario. Esistono diverse società in Canton Ticino che effettuano questo servizio di custodia. Lo schermo tecnologico è costruito perché nei contenitori vengono posti minuscoli chip con i dati e la contabilità aziendale, anche la doppia contabilità, con i versamenti di nero effettuati estero su estero. In questo caso non è più necessario passare il confine con i rotoli di contante in tasca o nascosti sotto il sedile dell’auto, basta una chiavetta. «Dentro a quelle cassette i clienti italiani, ma anche svizzeri, francesi e tedeschi, ripongono anche rogiti di immobili e transazioni importanti di cui non deve restare traccia nei rispettivi Paesi», spiega a MF-Milano Finanza il gestore di un servizio di custodia di Lugano. A Baar, in Svizzera, nel Cantone tedesco di Zug, famoso per il maggior tasso di Ferrari pro capite e per essere un paradiso fiscale all’interno della stessa Confederazione elvetica, sotto ad una montagna è stato costruito un fortino. Si tratta di Mount10, che si presenta come il luogo più sicuro in Europa dove proteggere informazioni sensibili. Dotato di una pista per aerei privati, è stato programmato per un accesso costante 24 ore su 24, sette giorni su sette da parte dei clienti ma anche per resistere ad attacchi militari. Ogni area è presieduta da almeno quattro occhi, ovvero due persone che si controllano a vicenda.
Il Fort Knox svizzero serve multinazionali per il backup dei dati e le difende da attacchi esterni, ma è anche un luogo riservato dove poter aprire una minuscola cassetta personale. Le cassette delle banche italiane, invece, sono per lo più contenitori protetti dalle vecchie, gigantesche porte blindate. L’istituto di credito deve registrare il nome e i dati di chi prende in affitto un contenitore e tutte le volte che si presenta in filiale per aprirlo. Il funzionario non è presente nel momento in cui il cliente accede alla propria cassetta, non ne conosce il contenuto. Ogni cassetta è coperta da una polizza assicurativa standard compresa nel costo del noleggio, che però copre fino a 5mila euro. Se il contenuto della cassetta è molto superiore, conviene stipulare un contratto privato con massimali adeguati. In quel caso, però, la polizza va segnalata alla banca che la registra nel fascicolo del cliente. Questi dati, ovvero il nome della persona, la data di apertura del contratto di noleggio e le date di apertura della cassetta, oltre a una polizza supplettiva, sono inviati alle Finanze e fanno parte della carta di identità fiscale di ogni cittadino. Ma non sono dati di primo livello, quindi non immediatamente accessibili ai finanzieri tramite database interno della Gdf. Per poterli visionare deve esserci un’indagine in corso e a quel punto si deve chiedere il via libera alla Direzione regionale delle Fiamme gialle per accedere al secondo livello. A quel punto, se le indagini portano all’evidenza di un reato, bisogna informare entro 48 ore il pubblico ministero al quale chiedere di poter aprire la cassetta. Quest’ultima ha sempre una doppia chiave: una specifica che la banca consegna al cliente e una universale che adopera per aprire tutte le cassette su richiesta, per esempio della magistratura.
Questa è la situazione oggi. Ma il governo potrebbe scrivere un decreto legge in una giornata afosa di mezza estate nel corso di un fine settimana appellandosi alla situazione critica dei conti e dal lunedì successivo imporre ai titolari delle casse di sicurezza di aprirle solo in presenza di un ufficiale incaricato dallo Stato. Che per inciso potrebbe essere anche lo stesso funzionario di banca, il quale dovrà censirne il contenuto in vista di un prelievo. Se la norma fosse effettuata appellandosi a motivi di comprovata necessità dello Stato «e facesse appello allo scopo legittimo di pubblica utilità e non andasse a ledere il principio di capacità contributiva, se poi fosse scritta come legge accessibile, precisa e prevedibile perché possa dirsi osservato il principio di legalità, ebbene, in termini di diritto potrebbe essere formulata», spiega Stefano Loconte, avvocato fiscalista dello studio tributario Loconte & Partners.

Il legale sottolinea che il cosiddetto prelievo forzoso non deve essere uguale per tutti, per esempio il 15% fisso, «perché deve tener conto della capacità contributiva del singolo, altrimenti diventa un’imposta sul patrimonio finanziario». Loconte nota che l’aliquota di cui si è discusso, tra il 15 e il 20% dei valori custoditi, «risulta senza dubbio eccessiva, come tale idonea a produrre effetti sproporzionati rispetto al fine perseguito e sostanzialmente espropriativi. In altre parole, si risolverebbe in un prelievo fiscale disancorato dalla capacità contributiva di ciascun soggetto».
A questo si aggiunga che dovrebbe essere a carico del contribuente la prova che il contenuto della cassetta è già a conoscenza dello Stato, quindi in regola con la dichiarazione dei redditi. Come si fa però a dimostrare la provenienza e il valore di preziosi ereditati dai nonni? O risalire al contante prelevato regolarmente anni fa, che dorme da allora in cassetta? Uno spettro s’aggira insomma nella mente dei risparmiatori italiani, e ricorda loro che nella notte di venerdì 10 luglio 1992 Giuliano Amato, con decreto d’urgenza, ordinò la manovra finanziaria più importante dal dopoguerra, erano 100mila miliardi di lire, e il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti. Esperienza che nessuno vuol replicare.

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