Fondi pensione, contributi miseri

di Anna Messia
Il numero degli iscritti ai fondi pensione e dei sottoscrittori di polizze è aumentato a 7,6 milioni (+6,1% sul 2016), ma a più di 10 anni dall’avvio in Italia della riforma della previdenza complementare appare evidente che le cifre versate sono insufficienti per l’ottenimento di una pensione integrativa adeguata. Secondo i dati presentati ieri da Mario Padula, presidente di Covip, la commissione di vigilanza sul settore, i contributi medi annui per singolo iscritto sono stati l’anno scorso pari ad appena a 2.620 euro e un quarto degli iscritti (25,1%) ha effettuato versamenti inferiori a 1.000 euro. Cifre ben più basse della soglia massima di 5.164,57 euro che consente la deducibilità fiscale e chiaramente insufficienti per crearsi una pensione di scorta adeguata. Per di più «sono le regioni più ricche del Paese ad avere tassi di partecipazione più elevati, intorno al 35% della forza lavoro con punte del 45-50% in caso di iniziative di tipo territoriale», ha detto Padula. «In queste aree i versamenti contributivi sono pari a 3.000-3.500 euro l’anno, più che doppi rispetto a gran parte delle regioni del Mezzogiorno». E i giovani restano ai margini della previdenza complementare, considerando tra i lavoratori con meno di 34 anni di età la partecipazione alla previdenza complementare è appena del 19%.

A stimolare l’aumento delle adesioni e l’entità dei versamenti, suggerisce Padula, potrebbero essere meccanismi di adesione automatica, come sostento anche dal presidente di Assoprevidenza Sergio Corbello, che propone di inserire già nel contratto collettivo la partecipazione del dipendente con contributi anche a suo carico e con l’utilizzo del Tfr, fatta salva la facoltà del singolo di rinunciare. Del resto, se si guarda ai rendimenti i risultati della previdenza integrativa appaiono incoraggianti rispetto all’opzione di mantenere il Tfr in azienda. Nel periodo dal 2008 al 2017, comprensivo di fasi di accentuata turbolenza sui mercati finanziari, il rendimento netto medio annuo composto dei fondi pensione negoziali è stato del 3,3%, quello dei fondi aperti del 3%, quello dei Pip del 2,8% per le gestioni di ramo I e del 2,2% per quelle di ramo III, sempre superiore rispetto alla rivalutazione del Tfr, che è stata pari al 2,1%. Nel 2017, in particolare, i rendimenti sono stati in media positivi per tutte le tipologie di forma pensionistica e di comparto, beneficiando soprattutto dell’andamento favorevole dei principali mercati azionari del mondo. In particolare, i fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno reso in media rispettivamente il 2,6% e il 3,3%. Per i Pip «nuovi» di ramo III il rendimento medio è stato del 2,2% e per le gestioni separate di ramo I l’1,9%. Nello stesso periodo il Tfr si è rivalutato, al netto delle tasse, dell’1,7%. Anche nel 2017 i comparti azionari hanno realizzato guadagni superiori, pari al 5,9% nei fondi negoziali, al 7,2% nei fondi aperti e al 3,2% nei Pir di ramo III.

Quanto al numero degli iscritti alla previdenza complementare, a fine 2017 era pari a 7,6 milioni, in crescita del 6,1% rispetto all’anno precedente, per un totale di circa 8,3 milioni di posizioni in essere (inclusive di posizioni doppie o multiple, che fanno capo allo stesso iscritto). Ma dalla relazione emerge anche che 1,8 milioni di iscritti (il 23,5% del totale) ha interrotto la contribuzione. Per questi iscritti sarebbe utile «poter riportare ad anni di imposta successivi i benefici che non si sono utilizzati in anni di incapienza fiscale», suggerisce Padula. In pratica, l’anno successivo la soglia della deducibilità fiscale supererebbe i 10 mila euro per incentivare i lavoratori a rafforzare la propria pensione di scorta. (riproduzione riservata)
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