A casa prima? Sì, ma pensione più magra

Meno anni di lavoro, assegni più magri. La riforma delle pensioni promessa dal governo potrebbe in sintesi risolversi in un baratto tempo-denaro.
Che cosa significa per i giovani? Facciamo un esempio: un ventenne potrebbe staccare cinque anni e mezzo prima, ma con un assegno più basso di 210 euro al mese, il 16% in meno. Che cosa significa per i più anziani? Man mano si cresce con l’età, l’anticipo sarebbe minore e, in parallelo, più ridotto il sacrificio economico da sopportare. Illudersi che si possano ottenere gli stessi risultati economici lavorando di meno è sbagliato: il sistema contributivo, in vigore a questo punto per tutti i lavoratori, semplicemente non lo consente.
Che cosa è ragionevole aspettarsi allora? Qualche conto si può fare, anche se il cambiamento, per ora, è solo un annuncio. Le simulazioni realizzate in esclusiva per L’Economia da Progetica, società indipendente di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria e previdenziale, mostrano i possibili effetti della «controriforma» delle pensioni, la revisione radicale della legge Monti-Fornero. Un provvedimento che ha comportato un drastico allungamento dell’età pensionabile e l’adozione per tutti i lavoratori, a partire dal primo gennaio 2012, del sistema di calcolo contributivo anche a chi fino ad allora avrebbe avuto diritto a una pensione interamente basata sulle ultime retribuzioni. .
Il contratto di governo firmato da Lega e Movimento 5 Stelle prevede «la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti». In pratica, si potrebbe andare in pensione con almeno 64 anni di età e 36 di contributi: fra questi ultimi potrebbero esserci al massimo due anni di figurativi (quelli non legati a periodi di effettivo lavoro), tranne maternità e servizio militare che verrebbero comunque riconosciuti. Per quanto riguarda quota 41 (o 41 e mezzo), verrebbero salvaguardati i lavoratori precoci: un anno lavorato prima dei diciannove, in pratica, ne varrebbe 1,25. Inoltre il contratto di governo prevede la reintroduzione dell’opzione donna, che nelle precedenti finestre ha consentito alle lavoratrici di andare in pensione con 57-58 anni e 35 anni di contributi, optando però integralmente per il regime contributivo.
«Le elaborazioni ipotizzano gli impatti di quelle che al momento sembrano essere le caratteristiche della possibile riforma pensionistica — spiega Andrea Carbone, partner di Progetica — in sostanza abbiamo simulato la cancellazione di tutti gli attuali requisiti della legge Monti-Fornero. Quello legato all’età anagrafica scenderebbe dagli attuali 66 anni e 7 mesi (67 dal 2019, ndr) ai 64, con la condizione che la somma tra età e contributi faccia almeno 100. Per continuità con le attuali regole si è ipotizzato che sia l’età sia la quota vengano adeguate all’incremento della speranza di vita». Il requisito per la pensione anticipata attualmente è diverso per uomini e donne: 42 e dieci mesi per i primi e 41 e dieci mesi per le seconde, che dal 2019 aumenteranno rispettivamente a 43 anni e 2 mesi e a 42 e 2 mesi. Nelle simulazioni si è ipotizzato un limite unico di 41 anni e 6 mesi, che non viene incrementato in base alla speranza di vita come annunciato più volte nei giorni scorsi da rappresentanti della maggioranza. In sostanza, se passerà la riforma si potrà sempre andare in pensione con 41 anni e sei mesi di anzianità contributiva, indipendentemente dall’età.
«I risultati sono la possibilità di anticipare, per i profili simulati, tra i 9 mesi e i 5 anni e mezzo — spiega Carbone —. Andare in pensione prima è un’ottima notizia per i propri piani di vita, ma non lo è altrettanto per l’assegno. Con l’attuale sistema di calcolo contributivo, totale o pro quota, lavorare meno anni e smettere prima porta inevitabilmente a pensioni più basse». In base alle simulazioni di Progetica, per assegni tra i 1.100 e i 1.500 euro si tratta di riduzioni di circa 100-200 euro al mese. «Una pensione più bassa comporta anche un aggiornamento delle proprie strategie d’integrazione pensionistica — sottolinea Carbone —. Alla scopertura più ampia si somma il minor tempo per accumulare una rendita integrativa. E quindi per andare in pensione prima e mantenere lo stesso tenore di vita, sarebbe necessario aumentare i propri versamenti nella previdenza integrativa».
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Dieci storie da 20 a 60 anni Ecco come sarà

Un ventenne potrà staccare a 61 anni e 4 mesi, cioè cinque anni e mesi prima dei 66 e dieci richiesti con le regole attuali. Per una donna l’anticipo sarà minore, quattro anni e 4 mesi. In cambio, però, il taglio del vitalizio sarà rilevante: rispetto a una pensione di 1.289 euro con le attuali regole, il primo riceverà 1.089 euro, la seconda 1.247. Un trentenne potrà staccare quattro anni e sei mesi prima, a 61 e 4 anziché 65 anni e dieci mesi, per una lavoratrice con la stessa età l’anticipo sarà di due anni e sei mesi (da 64 anni e dieci mesi a 61 e 4). Con le regole attuali la pensione è di 1.305 euro per il primo e 1.205 per la seconda. Utilizzando l’uscita dal lavoro con la quota cento, entrambi avranno un assegno di 1.112 euro. E ancora, andando avanti con l’età, per un quarantenne l’anticipo sarà di tre anni e sette mesi, da 65 a 61 anni e 4 mesi; per una lavoratrice della stessa età sarà di due anni e sette mesi (da 63 anni e undici mesi a 61 e 4). La pensione si ridurrà da 1.308 per gli uomini e 1.255 per le donne a 1.147 euro per entrambi i sessi.
Un cinquantenne potrà staccare due anni e nove mesi prima (da 64 anni e un mese a 61 anni e 4 mesi), per una lavoratrice della stessa età l’anticipo potrà essere di un anno e nove mesi. In cambio subiranno un taglio della pensione: da 1.469 euro per gli uomini e 1.419 per le donne a 1.349 nel caso di entrambi i sessi.
Infine il caso di due lavoratori sessantenni: potranno anticipare di un anno e undici mesi per l’uomo (da 63 e 3 a 61 e 4), e nove mesi per la donna (da 62 anni e un mese a 61 e 4). Con le regole attuali riceverebbero un vitalizio di 1.627 euro nel primo caso e 1.577 nel secondo; anticipando, invece, l’assegno si ridurrà per entrambi a 1.346 euro.
Le simulazioni realizzate in esclusiva per L’Economia da Progetica, società di consulenza in pianificazione finanziaria e previdenziale, mostrano cosa potrebbe cambiare con la riforma della legge Monti-Fornero, che è fra i programmi del nuovo governo: la possibilità di andare in pensione con quota cento (somma di 64 anni di età e 36 di contribuzione), oppure con un’anzianità contributiva di 41 anni e sei mesi.
La lista
Ed ecco da chi cifre si è partiti per costruire la simulazione. Gli esempi mostrano dieci casi relativi a lavoratori, uomini e donne, di venti, trenta, quaranta, cinquanta e sessant’anni, che hanno cominciato a lavorare a venti o trenta anni e avranno una retribuzione finale di duemila euro netti al mese, per tredici mensilità. «Vengono ipotizzate una continuità lavorativa sino alla pensione, una crescita annua dell’1,5% per la retribuzione e dello 0,5% per il Pil (Prodotto interno lordo) — spiega Andrea Carbone, partner di Progetica —. Tutti i valori sono in termini reali, tengono conto cioè dell’inflazione, e al netto delle tasse. Per la crescita della speranza di vita viene considerato uno scenario mediano».
La mosca bianca
Per quasi tutti gli esempi il risultato finale è univoco: se ci sarà un anticipo del pensionamento, l’altra faccia della medaglia è un taglio del vitalizio. «Tra i casi simulati, l’unica eccezione riguarda i lavoratori che hanno iniziato a contribuire dal 1996 in poi — sostiene Carbone —.La legge Fornero consentiva di anticipare di tre anni il normale requisito per la pensione di vecchiaia a chi avrebbe maturato una pensione pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, che per il 2018 è pari a 453 euro, quindi 1.268 euro.
Per questi profili cambierebbe poco, anzi vi è anche il caso limite di un cinquantenne che abbia iniziato a lavorare a 30 anni: con il nuovo quadro normativo potrebbe andare in pensione 9 mesi dopo, naturalmente a fronte di vitalizio più alto».
R.E.B.
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