Welfare, gap da ridurre

Le associazioni di categoria sono i motori
di Manola Di Renzo

Il welfare sta cominciando a divenire materia di studio e attuazione, finalmente. Dopo anni in cui si è rimasti ancorati a una idea tradizionale del lavoro, la crisi che ha attanagliato negli ultimi anni ha contribuito a innescare un meccanismo di risposta da parte del mercato del lavoro verso, appunto, una gestione complementare dell’impianto di assistenza ai lavoratori.

Naturale è che, allorquando le congiunture, internazionali e non, determinino una contrazione significativa della liquidità disponibile, siano le stesse aziende a escogitare le misure idonee per sopravvivere. «Proprio questo ha predisposto il terreno all’auge dell’ultimo periodo della discussione pubblica e delle misure approntate in tale ambito, ma non è ancora abbastanza.

In Italia paghiamo soprattutto un ritardo di attuazione del welfare aziendale, nonché del dibattito necessario a farne comprendere l’importanza», commenta il presidente Cnai Orazio Di Renzo.

All’interno delle discussioni pubbliche e istituzionali trova finalmente il posto che merita anche quel che concerne il ruolo ricoperto dalle associazioni di categoria. Focus, in particolare, in materia di contrattazione e di rinnovo contrattuale.

Dinanzi a sistemi produttivi ormai caratterizzati da una connaturata flessibilità è necessario che la sottoscrizione dei nuovi contratti faccia i conti con le rinnovate esigenze delle linee produttive (favorire un allineamento tra salari e produttività) nonché dei bisogni degli stessi lavoratori.

Chiaro, in primo luogo, che è doveroso un superamento dell’idea di un sistema di tutele focalizzato esclusivamente sulle politiche attive indirizzate solo al reinserimento del lavoratore sul suo posto: ormai la carta forte in mano al dipendente non deve essere la certezza di mantenere in maniera imperitura la medesima attività, quanto piuttosto la possibilità di maturare un discreto portafoglio di competenze che, qualora l’azienda si trovasse in un periodo di contrazione produttiva, gli permetta di prestare la propria opera in altre sedi o diversi comparti, proprio grazie al suo elevato grado di occupabilità.

«Non è certo, però, oro tutto quel che luccica. L’ormai imprescindibile attenzione nei riguardi del miglioramento del sistema di formazione e di welfare aziendale, non deve far dimenticare che il primario meccanismo, che innesca il ciclo virtuoso della produzione, per quanto flessibile, è proprio la ripresa vivace del mercato del lavoro stesso. Non dobbiamo vivere nella dicotomia tra occupazione e occupabilità: quanto, piuttosto, dobbiamo comprendere che i due termini, o meglio, le due fasi, sono visceralmente interconnesse», sottolinea il presidente Di Renzo.

Il ruolo delle associazioni di categoria, a fronte di una situazione tanto mutata, è tanto grande da non prescindere anche dall’impegno fattuale della realtà territoriale di riferimento. Questione alla base del rapporto con le associazioni di categoria deve essere il superamento del pregiudizio meramente economico, puntando invece alla costituzione di una risposta socio-economica. Esempio lampante di questa innovata relazione è lo spostamento semantico, per esempio, della questione della «paga», trasformatasi in «rapporto» con il dipendente. Il «rapporto» prevede la considerazione del dipendente come persona: l’azienda pertanto si fa interprete, così, delle necessità e i bisogni che possono sorgere lungo il corso della vita di un lavoratore.

«Notiamo però che, benché il governo abbia proceduto a un ammodernamento dell’impianto legislativo, per esempio con il suo intervento su Tuir e la riduzione dell’aliquota Irpef sui premi di risultato scesa al 10%, ancora troppo c’è da fare per recuperare il gap in materia di welfare aziendale. La triade storica del welfare aziendale, ovvero pensioni, tutela del lavoro e sanità, deve integrarsi con i servizi per il supporto alla maternità o la cura dei figli, per il benessere del singolo o, ancora, l’assistenza agli anziani», analizza il presidente Di Renzo.

Le associazioni di categoria, in particolar modo in riferimento al mondo delle Pmi, hanno una visione privilegiata sui bisogni e le necessità della realtà produttiva: sanno che ogni territorio ha diverse proprietà, come sanno che ciascun azienda ha una natura peculiare cui corrispondo bisogni particolari. Ecco quindi che proprio la realtà compressa della Piccola e media impresa garantisce un rapporto diretto con i lavoratori e le loro famiglie, nonché con il proprio territorio di riferimento di cui si comprendono naturalmente le caratteristiche.
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