Gli sgravi contributivi hanno rallentato lo sviluppo del Paese

L’insufficiente livello di sviluppo di alcune aree del Paese, in particolare delle otto regioni meridionali, è stato spesso compensato da politiche assistenziali che hanno però avuto l’effetto opposto di rallentarne ulteriormente la crescita. Ne è convinto Alberto Brambilla, presidente del Centro studi Itinerari previdenziali che punta il dito, in primis, contro gli sgravi contributivi totali in vigore da più di 20 anni che, considerati aiuti di stato dalla Commissione europea, sono stati progressivamente eliminati a seguito dell’accordo Pagliarini – Van Miert del 1994 (ministro del bilancio il primo e Commissario il secondo), dal 1995 al 2002.

Domanda.

Quali sono stati gli effetti distorsivi degli sgravi contributivi per favorire l’occupazione?

Risposta. Gli sgravi non solo non hanno prodotto vantaggi competitivi, ma hanno ritardato lo sviluppo delle regioni del Sud esattamente come l’erogazione di prestazioni di invalidità. Tutto ciò ha prodotto una divaricazione tra Nord e Sud nuocendo soprattutto alle regioni meridionali in termini di sviluppo e lavoro, ma ha anche generato una commistione tra assistenza e previdenza che penalizza il nostro Paese nei confronti dei partner europei.

D. Effetti che il rapporto sulla regionalizzazione del bilancio previdenziale mette ben in luce.

R. La scansione delle pensioni in ottica regionale consente di cogliere varie problematiche che, se risolte, possono portare ampi benefici all’intero sistema pensionistico evitando la tentazione di continue riforme e soprattutto il ripetersi di errori del passato e continue tentazioni attuali quali la riproposizione della decontribuzione al Sud.

D. Come affrontare un disavanzo previdenziale di 1,4 miliardi accumulato in 36 anni?

R. Giusto per capirci, se ad esempio tutte le regioni fossero autosufficienti al 75%, coprendo quindi con i contributi almeno il 75% delle prestazioni in pagamento, il sistema pensionistico sarebbe in maggiore equilibrio e con una minore quota di spesa per assistenza finanziata dalla fiscalità generale, che però arriva da altre regioni.

D. Ha avuto degli effetti positivi l’ultima riforma delle pensioni targata Monti-Fornero?

R. L’aver eliminato i 41 anni di anzianità contributiva (riforma Monti-Fornero, ndr) ha avuto ripercussioni solo in alcune regioni del Nord, mentre non ha praticamente avuto effetti in gran parte delle regioni del Centro-Sud che arrivano alla pensione quasi tutti con il requisito della vecchiaia, creando quindi più problemi, esodati e precoci in testa, che risparmi.

D. Torniamo agli sgravi

R. Gli sgravi contributivi totali hanno solo «drogato» l’economia delle otto regioni meridionali creando occupazione di sussistenza che si è dissolta quando gli sgravi sono stati vietati. Ci sono voluti oltre 10 anni per far riemergere una parte dell’occupazione regolare mentre permangono ancora ampie fasce di lavoro sommerso. Una differente politica economica e occupazionale avrebbe potuto migliorare strutturalmente gli assetti occupazionali e quindi pensionistici di queste aree. E si potrebbe proseguire con altri esempi.

D. Rispetto all’ultimo rapporto sulla regionalizzazione del bilancio previdenziale del 2004, quali sono gli elementi di novità?

R. Nella premessa al 5° Rapporto riportavo quanto segue, che resta ancora di grande attualità: «Se il Sud non si sviluppa tutto il Paese andrà incontro a pesanti difficoltà poiché né il Nord né l’Unione europea potranno più fornire le risorse necessarie per garantire a quelle zone del Paese livelli accettabili di sviluppo». Sono passati più di 12 anni e come possiamo vedere nel rapporto la situazione non è granché migliorata e l’obiettivo è rimasto lo stesso senza ancora una soluzione.

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