Big data e robotica per prevenire le epidemie e assistere le persone

di Irene Greguoli Venini

I big data e la robotica sono due fenomeni della rivoluzione tecnologica destinati a influenzare profondamente il futuro. Per esempio, grazie all’elaborazione dell’enorme mole di dati che tutti produciamo sarà possibile prevenire le malattie e prevedere come si muovono le epidemie; inoltre, ci saranno macchine intelligenti in grado di assistere gli anziani ma anche di aiutare le persone nel lavoro.

In realtà già oggi i dati hanno rivoluzionato molti campi, dalla sociologia all’epidemiologia. «Parlando di dati ci si riferisce soprattutto alle tracce digitali dell’attività umana legata alla tecnologia, al web, al cellulare», spiega Daniela Paolotti, research leader gruppo computational & digital epidemiology di Isi Foundation, durante uno degli workshop della Class Digital Experience Week 2 organizzata da Class Editori che si svolge a Milano fino a domenica prossima. «L’aspetto fondamentale è che queste informazioni sono processabili in maniera automatica da un computer, elaborandole con modelli matematici e di machine learning. Per esempio le ricerche su Google, le informazioni dello smarthpone e del gps. In genere però tutti questi dati sono nelle grandi compagnie: non per nulla la Commissione europea si sta rendendo conto che è ora di regolamentare l’accesso ai dati di pubblico interesse da parte di enti pubblici e di ricerca».

I dati però «non parlano da soli: da questo punto di vista disponiamo di modelli meccanicistici, usati per esempio per la previsione di pandemie, grazie a dati dettagliati su come le persone si muovono a livello globale, sulla distribuzione della popolazione, sul pendolarismo, sui viaggi aerei, in modo da capire come si propaga una pandemia», continua Paolotti.

Poi ci sono i modelli di machine learning, ovvero di apprendimento automatico, che fornisce ai computer e alle macchine la capacità di imparare da una serie di dati e di prendere decisioni in base a quello che hanno imparato. Andando ancora più in là c’è il cosiddetto apprendimento automatico approfondito che comporta l’utilizzo di reti neurali artificiali disposte secondo gerarchie di strati, addestrate attraverso una mole di dati enorme, che può essere costituita da immagini, testi o audio, che ha portato per esempio ad algoritmi in grado di diagnosticare una patologia della pelle partendo da un’immagine.

Lo sviluppo di un’intelligenza artificiale sempre più sofisticata si ricollega anche a un’altra delle grandi frontiere del futuro: la robotica. «Oggi i robot sono già in grado di risolvere problemi», osserva Lorenzo Natale, responsabile del gruppo humanoid sensing and perception del dipartimento iCub Facility dell’Istituto italiano tecnologia, «ma operano in ambienti controllati e separati dall’uomo, mentre nella robotica del futuro l’uomo sarà presente: per esempio la robotica nella guida autonoma o i robot collaboratori che andranno ad affiancare gli operai per eseguire una parte dei compiti in maniera autonoma o che svolgeranno mansioni in casa o a supporto degli anziani. Noi oggi stiamo realizzando un robot, chiamato iCub, che usa la visione per interagire con gli oggetti».

La tecnologia chiaramente ha anche delle conseguenze a livello sociologico, «come la sovrabbondanza di informazioni e di stimoli», sottolinea Marco Gui, ricercatore in sociologia dei media dell’Università di Milano Bicocca. «Per questo motivo in futuro occorreranno competenze di benessere digitale: sarà fondamentale gestire strategicamente il modo in cui allochiamo l’attenzione».
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