Cedole da 5% (e più)

di Paola Valentini
Messina
Il Bund tedesco a dieci anni, venerdì 10 giugno sui mercati europei ha visto scendere il rendimento al nuovo minimo storico allo 0,017%. Ma è ormai questione di ore prima che anche il decennale tedesco entri nell’area dei rendimenti negativi. In cui si trova già più di metà dei titoli pubblici tedeschi. Le tensioni sui mercati provocate dall’incognita della Brexit indirizzano gli investitori verso gli asset ritenuti più affidabili, il cosiddetto fly to quality. «Circa un terzo dei titoli di Stato dei mercati sviluppati, per un valore di circa 7 mila miliardi di dollari, ora offrono un rendimento negativo», afferma Giovanni Papini, ad di Ubs Asset Management Italia.

Oltre al Bund, è corsa al decennale giapponese che ha toccato il nuovo minimo di rendimento a -0,1470%. Rendimento al nuovo minimo storico anche per il titolo a 10 anni svizzero, l’interesse negativo sfiora il mezzo punto percentuale. Sui mercati quindi prevale l’avversione al rischio, soprattutto in vista del voto sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Ue con le borse in netto calo. Ma proprio dalle azioni può arrivare un’alternativa, ben più redditizia, considerando che i prezzi sono scesi molto e i dividendi invece hanno tenuto.

Anzi, secondo i calcoli di Intermonte Advisory i dividendi 2015, pagati quest’anno prevalentemente tra maggio e giugno, ammontano a circa 20 miliardi di euro, rispetto ai 19 miliardi dell’anno scorso. E in base alla classifica stilata sui dividend yield (rapporto tra dividendo atteso dal consenso degli analisti a valere sul bilancio 2016 e prezzo attuale dell’azione), ci sono oggi a Piazza Affari una ventina di titoli che rendono almeno il 5%, ovvero circa quattro volte il rendimento del Btp a dieci anni (1,28%).

Come Intesa Sanpaolo che oggi offre un yield dell’8,2%, seguito da Unipol Sai con il 7,5%. Tra gli altri campioni di generosità ci sono anche Saras con il 7,1% e Azimut (6,5%). Una redditività così elevata si spiega anche con i forti ribassi che hanno colpito i mercati azionari. A partire dal Ftse Mib di Piazza Affari che nelle ultime sedute è sceso sotto quota 18 mila e da inizio anno accusa un rosso di oltre il 17% con un andamento ben peggiore rispetto a tutti i principali indici europei e mondiali (il Dax tedesco da gennaio segna il -6%, il Cac 40 francese il -5%).

Il Giappone è giù del 12%, la Cina fa peggio con il -18% di Shenzen (tabella in pagina). L’indice italiano Ftse Mib è arrivato a perdere tutto il vantaggio accumulato nel 2014-2015, quando era stato tra le migliori piazze azionarie del mondo. «La performance degli ultimi tre anni di Piazza Affari è stata influenzata dai due settori più rappresentati in termini di capitalizzazione: le banche, il 18% circa del totale, e il settore petrolifero, 16% del totale», afferma Guglielmo Manetti, vice dg di Intermonte Advisory.

La brillante performance delle banche tra luglio 2012 e agosto 2015 è stata erosa per quasi due terzi dal crollo degli ultimi nove mesi. A ciò si è aggiunto il forte calo del settore petrolifero dal giugno 2014 fino ai recenti minimi di febbraio 2016. «Alla performance negativa del mercato si è accompagnato un non sorprendente peggioramento delle condizioni di accesso, le cosiddette trading condition che abbiamo misurato in diversi modi», aggiunge Manetti.
In primo luogo i volumi scambiati sulla borsa di Milano. Questi evidenziano un netto calo rispetto ai picchi superiori ai 3 miliardi di scambi del 2015 e sempre più vicino ai minimi del 2012. «Inoltre c’è una peggiore qualità dei partecipanti al mercato, testimoniata dal maggior utilizzo di future rispetto ad acquisti diretti sul mercato azionario», prosegue Manetti.

Terzo fattore analizzato sono i flussi sugli Etf, ovvero su prodotti che servono di solito agli operatori per posizionarsi rapidamente su singole asset class o aree geografiche. Si nota «un trend di marcati deflussi sia dall’indice europeo sia dagli Etf specializzati Italia», dice Manetti. Una situazione peraltro simile a livello internazionale visto che i dati di raccolta mostrano come il primo trimestre del 2016 sia stato il primo a registrare deflussi netti dai fondi azionari globali dal 2009. Se quindi da un lato diversi fattori tecnici continuano a mostrare debolezza e non sostengono uno scenario positivo per il mercato, dall’altra parte però i flussi di liquidità sul mercato azionario italiano indicano che il 2016 dovrebbe essere un anno particolarmente generoso per gli investitori di Piazza Affari.

Dallo studio di Intermonte Advisory (tabella a pagina 8) infatti emerge che il saldo tra offerta e richiesta di liquidità in arrivo sul listino italiano per quest’anno è atteso positivo per circa 13,8 miliardi di euro (a fronte dei 14,7 miliardi del 2015, che però è stato un anno eccezionalmente ricco di delisting di società importanti, in primis Pirelli e World Duty Free). Un ammontare che potrebbe essere reinvestito sul mercato azionario e che rappresenta quasi il 3,2% del mercato azionario italiano. «La situazione della liquidità è molto positiva, con uno saldo netto particolarmente favorevole per il mercato azionario calcolato come differenza tra dividendi e Opa e delisting da una parte, rispetto ad aumenti di capitale e nuovi collocamenti che drenano liquidità al mercato», afferma Manetti.

Certo, a pesare su Piazza Affari resta il sentiment negativo che non accenna a dissolversi, nonostante la gran massa di liquidità sul mercato. «Tuttavia con tassi a zero, e anzi negativi per una buona parte della curva dei rendimenti, riteniamo che gli investitori dovranno abituarsi a una volatilità più alta pur di ottenere dei rendimenti positivi. Per questo riteniamo che oggi il rischio di restare ad attendere un calo della volatilità sia superiore rispetto alle opportunità di investimento del mercato italiano», avverte Manetti.

Un eccesso di pessimismo che è evidente soprattutto rispetto all’andamento di molte società dopo la stagione dei risultati trimestrali che in generale si è rivelata migliore delle attese.

«La performance negativa del mercato italiano da inizio anno ci fa pensare che buona parte delle motivazioni cosiddette tecniche più negative siano già state ampiamente prezzate dal mercato, mentre riteniamo che le motivazioni tecniche positive possano meglio supportare una visione più costruttiva sui fondamentali», spiega Manetti.
E le prospettive sul fronte della crescita degli utili giocano a favore di Piazza Affari.

Secondo le indicazioni del consenso dei broker, il mercato italiano ha un rapporto prezzo utili attesi 2016 (p/e) di quasi 16 e di 12,8 per 2017, in linea con la media europea ma la crescita attesa degli utili nei prossimi due anni è quasi doppia (tabella a pagina 8). «Pensando che i recenti tagli di stime stiano già recependo uno scenario macro sufficientemente cauto soprattutto sui settori più penalizzati da inizio anno, quali finanziari ed energetici, ci aspettiamo un miglioramento anche dei fattori tecnici», spiega Manetti.

E quello di puntare sulle società con un più alto dividend yield ai prezzi attuali può essere un punto di partenza per entrare in borsa, considerando appunto che se le quotazioni salissero anche i rendimenti scenderebbero. Senza dimenticare l’affidabilità della promessa di dividendo.

A partire proprio da Intesa Sanpaolo che, oltre a essere la più generosa, ha confermato, nonostante le difficoltà del settore di questi mesi, la politica contenuta nel business plan al 2017 che prevede un’abbondante e crescente distribuzione di dividendi. La banca guidata dal ceo Carlo Messina ha pagato cedole per 1,2 miliardi nel 2014 e per 2,4 miliardi per il 2015 e si è impegnata a distribuire dividendi ordinari per 3 miliardi nel 2016 e 4 miliardi nel 2017. Inoltre a partire dal 2016-2017, il capitale in eccesso rispetto ai requisiti regolamentari, che non sarà utilizzato per ulteriori iniziative di crescita, verrà distribuito agli azionisti.

Dal canto suo, la strategia di Generali per il periodo 2015-18 si basa sulla generazione di cassa e la remunerazione degli azionisti. La compagnia guidata da Philippe Donnet prevede il pagamento di almeno 5 miliardi di dividendi nei quattro esercizi coperti dal piano. L’importo del dividendo 2016 relativo all’esercizio 2015 è pari a 0,72 euro per azione, in aumento del 20% sul 2014. Invece Azimut nel quarto trimestre di quest’anno potrà distribuire il restante dividendo pari a 1 euro per azione (che era subordinato al via libera della Banca d’Italia per la trasformazione di Cgm Italia Sim in Sgr) dopo quello di 0,5 euro erogato nei giorni scorsi. L’ok della Banca d’Italia darà anche la possibilità alla società presieduta da Pietro Giuliani di utilizzare liberamente l’ampia cassa di cui dispone, ovvero circa 574 milioni.

Intanto Saras ha appena staccato un dividendo di 0,17 euro per azione. Per la società presieduta da Gian Marco Moratti si tratta di un ritorno alla cedola dopo sette anni. Mentre nel nuovo piano strategico al 2018, UnipolSai si è data l’obiettivo di distribuire 1 miliardo di euro in dividendi, «ma cercheremo di fare anche meglio» ha dichiarato il numero uno del gruppo bolognese, Carlo Cimbri, (riproduzione riservata)
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