La possibilità di aggirare in parte i ritardi di pagamento è la principale ragione che spinge il factoring. Secondo le rilevazioni dell’associazione di settore Assifact, nel 2014, in uno scenario recessivo e di restrizioni creditizie, che ha visto calare del 2,3% il credito alle imprese, il factoring è cresciuto del 2,81% rispetto al 2013 raggiungendo un giro d’affari di 178 miliardi di euro.

Le caratteristiche del contratto. Il factoring è un contratto attraverso il quale l’azienda cliente cede a una società specializzata (denominata factor) i propri crediti esistenti o futuri (lo sono, per fare un esempio, i contratti ancora da stipulare). La cessione può avvenire in due forme: pro soluto, in cui il rischio d’insolvenza del debitore è trasferito alla società di factoring, o pro solvendo (cioè salvo buon fine), in cui il soggetto che cede il credito rimane coinvolto in caso di mancato incasso da parte del factor. Ovviamente si tratta di un servizio retribuito, che nel caso di anticipi sui crediti è legato anche a interessi che variano in base alle condizioni di mercato. I tassi d’interesse del factoring sono più bassi rispetto a quelli tipici degli altri strumenti finanziari, il che consente di utilizzare il factoring come strumento di autofinanziamento del mondo produttivo, oltre alla possibilità di trasformare in variabili i costi fissi connessi alla gestione dei crediti. Infatti, le società di factoring, contrariamente agli istituti di credito (in molti casi le prime sono diretta emanazione di grandi gruppi bancari), non valutano solo l’impresa che cede i crediti, ma anche la qualità dei crediti stessi e quindi dei debitori, cosa che consente di contenere i livelli di rischio.

 

La crescita del mercato. Al 31 dicembre scorso, il 29% del portafoglio complessivo dei crediti in essere delle società di factoring era rappresentato da crediti verso la p.a. (enti sanità 38,7%, amministrazioni centrali 29,8%, amministrazioni locali 28,8%). Sta di fatto che il settore ha raggiunto l’11% del pil italiano, ponendo il nostro paese al quinto posto a livello mondiale. In testa per il volume dei crediti ceduti dalle imprese e acquistati dalle società c’è la Cina (406 miliardi di euro di giro d’affari), davanti al Regno Unito (376 miliardi di euro, 15,8% del totale mondiale), la Francia (226,6 miliardi di euro) e la Germania (189,9 miliardi di euro). L’industria italiana del factoring esprime ottimismo anche per i prossimi mesi del 2015. Secondo l’ultima indagine di Assifact tra gli operatori, condotta nel mese di aprile, la previsione media per fine anno è di una crescita del 2,27% per il turnover e dell’1,62% per i crediti in essere.

 

L’evoluzione della supply chain finance. Negli ultimi anni sta prendendo piede anche un’altra soluzione che mira ad attenuare la piaga dei ritardati pagamenti. Si tratta della supply chain finance, la cui evoluzione è seguita da un osservatorio ad hoc costituito presso la School of Management del Politecnico di Milano. Secondo l’ultima rilevazione, in Italia vi sono 509 aziende che consentono alle imprese di finanziare il proprio capitale circolante facendo leva non solo sulle proprie caratteristiche economiche, finanziarie o di business, ma anche sul ruolo ricoperto all’interno della filiera. Un mercato nel quale giocano un ruolo ancora prevalente i servizi finanziari tradizionali, dall’anticipo fattura al factoring, che rappresentano l’85% del totale dell’offerta. Faticano ancora a farsi largo le soluzioni più innovative, come il dynamic discount, l’invoice auction o il reverse factoring evoluto.

L’evoluzione del settore è dettata dalle tecnologie digitali, che consentono l’estensione di servizi complessi anche alle Pmi gestendo in modo più rapido, e in numero superiore, clienti, documenti e informazioni per attivare le soluzioni di finanziamento e per migliorare la sensibilità sulla rischiosità.

«Nonostante uno scenario economico in miglioramento, in Italia non si è ancora creato un ponte solido tra economia reale e impieghi finanziari delle imprese a causa della mancanza di una ripresa decisa, della cautela delle regole di Basilea e degli eccessivi costi reali di accesso al credito e dei criteri di valutazione del rischio», spiega Alessandro Perego, responsabile scientifico dell’Osservatorio Supply Chain Finance. «In questo contesto un’opportunità di sviluppo è rappresentata dai servizi e dalle soluzioni di supply chain Finance, che consentono a un’impresa di migliorare la propria situazione finanziaria facendo leva sulle sue specifiche prestazioni e su relazioni e dinamiche caratteristiche della propria filiera», conclude.

© Riproduzione riservata