I promotori si vigileranno da soli

di Anna Messia

Forse è la volta buona, anche se non è ancora detta l’ultima parola. I promotori finanziari si preparano ad assumere la vigilanza sulla propria categoria professionale, affidata finora alla Consob. La novità è contenuta nelle bozze del decreto competitività, con una proposta congiunta avanzata dal ministero dell’Economia e dal ministero dello Sviluppo economico, ma a quanto pare ci sarebbe qualche perplessità alla Presidenza del Consiglio dei ministri che a ieri sera non avrebbe ancora sciolto le riserve, anche se a spingere per il via libera definitivo c’è l’urgenza di regolamentare il settore.

Del resto, intorno alla nascita del nuovo organismo dei promotori finanziari, chiamato ad accogliere anche i consulenti indipendenti e ad assumere le vfunzioni di vigilanza, non sono mancate certo le sorprese.

 

Sono anni che si discute dell’affidamento della vigilanza all’Apf presieduto da Carla Rabitti Bedogni, e l’ultimo tentativo c’è stato solo qualche settimana fa, con un emendamento al decreto Irpef in fase di conversione, ritirato però all’ultimo minuto. L’Apf è stato il primo organismo per la tenuta dell’albo di una categoria professionale nato in Italia nel 2007, che probabilmente ha pagato proprio il fatto di aver fatto da apripista. Chi è nato dopo l’Apf, come per esempio l’Oam, l’organismo per la gestione degli elenchi degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi, avviato nel 2010, ha avuto dall’inizio poteri sanzionatori nei confronti degli iscritti, ed è stato sottoposto a sua volta alla vigilanza della Banca d’Italia. E anche il nuovo organismo per gli intermediari assicurativi, l’Oria, in fase di avvio in questi mesi, nascerà già con le funzioni di vigilanza, con la supervisione dell’Ivass.

Le novità contenute nel decreto competitività risolvono tra l’altro due problemi con una mossa sola. Perché il nuovo organismo dei promotori finanziari, che sostituirebbe l’attuale Apf, sarebbe chiamato a gestire anche i consulenti indipendenti rimasti senza una normativa di riferimento e soprattutto senza vigilanza, visto che da anni avrebbero dovuto creare un proprio organismo. All’interno del nuovo albo, secondo quanto chiarito nella relazione illustrativa del decreto, vi saranno tre sezioni distinte «con riguardo al tipo di attività svolta dai soggetti che prestano attività i consulenza in materia di investimenti». Ovvero i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, cioè gli attuali promotori finanziari, i consulenti finanziari indipendenti, che sarebbero gli attuali consulenti indipendenti, oltre alle società di consulenza finanziaria. Una riorganizzazione necessaria e urgente, perché risolve in maniera definitiva «il problema della mancata costituzione dell’organismo per la tenuta dell’albo dei consulenti», riconoscono ancora nel documento i rappresentanti del governo. Il termine ultimo per un intervento è infatti fissato al 30 giugno, la data indicata nel decreto milleproroghe di gennaio scorso che indicava fine mese per l’estensione dell’autorizzazione ai consulenti finanziari ad operare anche in assenza di un albo di riferimento. Senza una nuova proroga il primo luglio questa categoria professionale rischia insomma il black out. C’è quindi bisogno di un pronto intervento, anche se la normativa di dettaglio richiederà ancora qualche mese, con regolamenti che dovranno essere messi a punto entro sei mesi dal Mef e altri sei mesi serviranno all’Apf per approvare le modifiche statutarie per dare vita al nuovo organismo, che dovranno passare anche al vaglio Consob.

Nelle ultime bozze sul decreto circolate ieri c’è poi una novità in tema di anatocismo bancario, ovvero l’applicazione degli interessi sugli interessi. Il governo vuole tornare indietro alla normativa pre 2013, ma con due novità: chiarire che la normativa non si applica solo alle banche, ma anche alle finanziarie e agli istituti di pagamento e aumentare la trasparenza dei tassi per i clienti. A tal fine si prevede che la produzione degli interessi sugli interessi nelle operazioni di conto corrente o in conto di pagamento, nei limitati casi ammessi dal Cicr (il comitato interministeriale per il credito e il risparmio), avvenga annualmente, evitando così capitalizzazioni trimestrali poco trasparenti. (riproduzione riservata)