Chi vuole domare il Leone

di Vittorio Zirnstein

È stata una settimana di forti scosse quella appena conclusa, purtroppo non solo metaforiche e non solo finanziarie. Apertasi con l’arresto deciso dalla procura di Milano del presidente di Impregilo, Massimo Ponzellini, per fatti risalenti al periodo in cui occupava la poltrona più alta in Banca Popolare di Milano, si concluderà sabato con il cda straordinario delle Assicurazioni Generali, che dovrà decidere sul futuro dell’amministratore delegato Giovanni Perissinotto nel board del Leone. 
Si tratta di due situazioni diversissime che riguardano due personaggi quasi agli antipodi. Da un lato il gioviale e istrionico Ponzellini, gran collezionista di poltrone e di relazioni influenti, con un passato da prodiano – assieme al professore bolognese entrò e fece carriera nell’Iri – per la vulgata è divenuto poi tremontiano, in seguito il banchiere della Lega quando entrò nella Bpm e, infine, ritenuto vicino all’ex presidente Pd della provincia di Milano, Filippo Penati, la cui fondazione avrebbe finanziato in modo illecito secondo un’inchiesta in corso. A seguito degli arresti Ponzellini ha lasciato la poltrona da presidente di Impregilo. 
Dall’altro lato Perissinotto non ha nessuna intenzione di dimettersi, ma anzi intende vendere cara la pelle. Personaggio schivo e pacatissimo, tutto casa e compagnia, ha maturato l’intera carriera nell’orbita delle Generali. Entrato nel 1980, ha traslocato più volte in diverse sedi estere del Leone, per rientrare alla base a Trieste nel 1988. Da qui ha proseguito una carriera inarrestabile, sino alla poltrone di ad, di cui prese possesso nel 2001. Ora quel posto traballa. L’ordine del giorno del cda straordinario parla chiaro. E d’altronde anche il faccia a faccia di mercoledì con Renato Pagliaro e Alberto Nagel, presidente e amministratore delegato di Mediobanca, non ha più segreti. In una lettera inviata dall’ad del Leone ai consiglieri (pubblicata da Repubblica) si apprende che il «foglio di via» gli era in pratica già stato consegnato dai due top manager dell’azionista di maggioranza proprio mercoledì. Mediobanca e Unicredit formalmente rimproverano a Perissinotto l’andamento in Borsa del titolo (pessimo) e una gestione ritenuta, parafrasando le parole dell’azionista rilevante Leonardo Del Vecchio, poco ortodossa in quanto più attenta alla finanza che al core business assicurativo. 
Dal punto di vista dell’andamento borsistico è difficile dare torto ad azionisti esasperati dalle ingenti perdite potenziali sull’investimento, ma Perissinotto, a differenza di Cesare Geronzi che, cacciato dalla presidenza delle Generali lo scorso anno, ha dettato le condizioni della propria resa, non intende cedere le armi. Forse perché meno dotato di «argomenti» convincenti rispetto al banchiere di Marino, ma forse anche perché il tonfo delle quotazioni di Generali non spiega in modo esauistivo e completo i perché del suo silutamento. 
Sul fronte opposto nemmeno è sufficiente a spiegarlo l’atteggiamento poco accomodante mostrato da Perissinotto nella vicenda Unipol-Fonsai, così come è stata ideata e organizzata da Piazzetta Cuccia. Ma appare evidente che, sullo sfondo, ci sono poteri in movimento all’interno della fluida cornice della crisi economica e del rischio crac dei debiti sovrani. Poteri che si stanno riposizionando nello scacchiere finanziario nazionale e, per quanto poco l’Italia conti, internazionale. E Mediobanca, che proprio sui finanziamenti concessi alla galassia Ligresti non ha dato prova di gestione impeccabile o migliore di altri, intende recuperare tutta la propria centralità.