Oms: “Cellulari pericolosi”. INAIL: “Ma serve un approccio prudenziale”

Dopo l’allarme della scorsa settimana lanciato dal Consiglio d’Europa, adesso è l’Oms ad annunciare la potenziale pericolosità delle radiofrequenze da cellulare. “Potrebbero causare il cancro”: questo l’sos di un gruppo di 34 esperti dell’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della sanità che – al termine di una ricognizione sugli studi sul tema – ha definito i campi elettromagnetici come “possibly carcinogenic“.

Nel mondo cinque milioni di apparecchi. L’annuncio è inevitabilmente destinato a riaprire un dibattito che, ormai da 20 anni, contraddistingue la sicurezza della telefonia mobile per la salute umana. Al giorno d’oggi, infatti, si contano circa cinque miliardi di telefonini in tutto il mondo (solo in Italia sono quasi due a testa, per un totale di 100 milioni di apparecchi). La valutazione del panel di esperti – che sarà contenuta in una monografia di prossima pubblicazione – si basa sia sui test sugli animali effettuati finora che sui dati degli studi epidemiologici sull’uomo. All’Oms hanno subito ribattuto, così, i produttori che assicurano il finanziamento di studi indipendenti per conoscere l’effettivo grado di pericolo, sottolineando che la classificazione fissa il rischio a un terzo livello su una scala di cinque “gradini” complessivi: un livello che “contiene altre sostanze di uso comune come ad esempio il caffè e i sottoaceti”.

INAIL: “Un invito alla cautela”. A cercare di gettare acqua sul fuoco delle polemiche, invitando a un approccio prudenziale che porti la ricerca al raggiungimento di una più consolidata verità scientifica è l’INAIL, che interpretata la posizione dell’Oms come una legittima manifestazione di “cautela” più che come un allarme a tutti gli effetti. “L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato, il 31 maggio scorso, i campi elettromagnetici in radiofrequenza nella categoria 2B, ovvero come possibilmente cancerogeno per l’uomo”, afferma Paolo Rossi, ricercatore dell’INAIL presso il dipartimento di Igiene del lavoro (ex Ispesl). “La valutazione si basa sul complesso degli studi scientifici sui possibili rischi a lungo termine delle radiofrequenze, che comprendono studi epidemiologici sull’uomo (di carattere occupazionale, ambientale o personale: come nel caso dei cellulari), studi sperimentali su animali o cellule in vitro, e studi sui meccanismi di interazione”.

Analisi ancora parziali. In tale vastissimo quadro di riferimento, riconosce il ricercatore, sono stati proprio gli studi epidemiologici sui telefoni cellulari a determinare la classificazione, anche se l’analisi resta comunque segnata da parzialità. “La valutazione della Iarc è, infatti, di evidenza limitata di cancerogenicità tra gli utilizzatori del telefono cellulare in relazione al glioma (un tumore maligno del cervello) e al neurinoma del nervo acustico (un tumore benigno dell’orecchio)”, continua Rossi, “mentre l’evidenza risulta inadeguata per altri tipi di cancro o esposizione, in particolare quelle occupazionali e ambientali. Il Gruppo di lavoro della Iarc non ha ritenuto di poter quantificare il rischio, ma ha fatto comunque menzione di alcuni risultati epidemiologici che hanno evidenziato, pur – con incertezze piuttosto elevate dovute a debolezze metodologiche – un incremento di circa il 40% del rischio di glioma nei soggetti che hanno riferito un utilizzo più intenso del telefono (in media 30 minuti al giorno per un arco di 10 anni)”.

Non c’è relazione univoca di causalità. In definitiva, sono riscontri ancora troppo parziali perché venga dato loro oggettività di scienza. “Il giudizio di evidenza limitata di cancerogenicità implica che sia stata osservata un’associazione positiva tra l’esposizione a un agente e lo sviluppo di tumori, ma non sia possibile escludere che detta associazione sia frutto del caso, di distorsioni o di fattori di confondimento, proprio come nel caso dei risultati degli studi epidemiologici sui telefoni cellulari”, aggiunge Rossi. “In tali condizioni, e ove sia anche formulabile un giudizio di insufficiente evidenza di cancerogenicità nell’animale da esperimento (circostanza valida per le radiofrequenze in generale), la Iarc adotta comunemente la classificazione 2B, che non implica una relazione di causalità ed è la più debole tra le tre con le quali l’Agenzia definisce un agente come cancerogeno” (le prime due sono: 1 cancerogeno per l’uomo e 2A probabile cancerogeno per l’uomo, ndr). 

L’importanza delle misure precauzionali. Quindi, stop a paure e anatemi contro i telefonini e lasciamo che la ricerca continui il suo percorso. Nel frattempo – come dettano le regole del buon senso – perché non adottare delle precauzioni che, di sicuro, male non fanno? “La classificazione delle radiofrequenze nel gruppo 2b da parte della Iarc non deve quindi suscitare allarme o preoccupazione”, conclude Rossi. “Piuttosto, deve essere interpretata come una posizione particolarmente cautelativa, che, come dichiarato dai vertici dell’Agenzia stessa, serva prima di tutto da stimolo alla prosecuzione delle attività di ricerca sui potenziali rischi dell’utilizzo dei telefoni cellulari, anche in considerazione dei lunghissimi tempi di latenza (decenni) di alcune forme tumorali del cervello. In secondo luogo l’intervento dell’Oms spero che serva a incoraggiare l’adozione di semplici misure pratiche: come l’utilizzo dell’auricolare o l’impiego della messaggistica, al fine di ridurre precauzionalmente l’esposizione della testa”.

Fonte: INAIL