Bnp ha messo gli occhi su Bpm Ma l’affaire non piace a Draghi

Secondo quanto risulta a F&M, la proposta fatta dai francesi sarebbe allettante. Ma c’è chi ipotizza una soluzione di sistema con Bper

Se qualcuno ha pensato che con l’operazione Parmalat-Lactalis le ambizioni dei francesi nel Belpaese si fossero esaurite ha sbagliato di grosso. Secondo quanto risulta a Finanza & Mercati, infatti, Bnp Paribas ha messo gli occhi sulla Banca Popolare di Milano. Anzi, avrebbe già presentato un’offerta in contanti per assicurarsi l’istituto milanese. Una cifra molto allettante, in modo da convincere i sindacati, che in Bpm fanno il bello e il cattivo tempo, ad accettare la trasformazione da Popolare in Spa, condizione indispensabile per mandare in porto l’operazione. L’idea che Bnp, che già controlla Bnl, estenda la sua influenza anche a Milano sembra però non piacere a governo e Banca d’Italia. Così si sta studiando una soluzione nazionale che coinvolgerebbe la Banca Popolare Emilia-Romagna (Bper).
I giochi sono partiti perché la Popolare di Milano guidata da Massimo Ponzellini è in cattive acque. La capitalizzazione è ormai crollata a 650 milioni di euro, dopo i nuovi minimi storici raggiunti ieri dal titolo in Borsa a 1,567 euro (-2,79 per cento). In altri termini, su questi valori, il gruppo sul mercato vale meno di un quarto dei 4 miliardi di tre anni fa e quasi la metà degli 1,2 miliardi che con ogni probabilità a settembre chiederà ai soci in forma di aumento di capitale. O ancora: vale meno della cifra che pagò anni fa per comprare la Banca di Legnano (1 miliardo). Se l’affare dovesse andare a buon fine, la banca d’Oltralpe otterrebbe un presidio diretto in un’area, quella lombarda, tra le più ricche di Europa. Tale presidio andrebbe a incastrarsi perfettamente nel piano italiano di Bnp Paribas, entrato nel vivo nel 2006 con la tumultuosa conquista di Bnl avvenuta dopo l’estate calda del 2005 e il fallito tentativo della Unipol di Giovanni Consorte. Il gruppo francese vuole ancora crescere anche se, al pari di molte altre banche europee, sta attraversando una fase non semplice. Basti pensare che Moody’s, soltanto due giorni fa, ha messo sotto osservazione con implicazioni al ribasso i rating delle prime tre banche di Oltralpe: Crédit Agricole, Société Générale e proprio Bnp Paribas. Quindi dovrebbe attrezzarsi per trovare il cash necessario.
E questa non sarà l’unica difficoltà. Anche questa volta, in modo e per motivi diversi rispetto a quanto avvenuto nel 2005, la Banca d’Italia del governatore Mario Draghi, magari con il beneplacito del Governo, potrebbe decidere di scendere in campo per preservare l’italianità dell’istituto di Piazza Meda. E forse non è un caso che proprio un’ipotesi di salvataggio all’italiana sia formulata in un report su Bpm pubblicato ieri da Equita. Nello studio, gli analisti della Sim milanese spiegano che la strada a loro avviso più praticabile per far sì che l’aumento di capitale monstre di Bpm vada a buon fine potrebbe essere una soluzione di sistema che chiami in causa altre Popolari. In questo modo, tra l’altro, essendo analoga la forma giuridica delle società, si eliminerebbero i problemi che ci sarebbero invece in caso di fusione con una Spa, come è Bnp Paribas e come pure è Mediobanca (si era parlato della possibilità di un’integrazione con Piazzetta Cuccia, ma l’operazione è stata smentita).
Quanto ai dettagli di questo piano all’italiana, che potrebbe essere «sponsorizzato da Bankitalia, in modo da ridurre una volta per tutte il potere dei sindacati all’interno della banca milanese», da Equita ipotizzano che «più Popolari potrebbero essere coinvolte nella ricapitalizzazione», ma che solo una possa essere «candidata alla fusione». E per gli esperti della Sim quella con più chance di convolare a nozze con Bpm sarebbe la Popolare dell’Emilia-Romagna. «Pensiamo – chiariscono da Equita – che un’integrazione con Bper sarebbe più realistica rispetto a una con Ubi o con il Banco Popolare, perché si tratterebbe di una operazione alla pari». Tuttavia l’istituto guidato da Fabrizio Viola, che al 31 marzo presentava un core tier 1 del 7,1%, non mostra una patrimonializzazione robusta.