La nuova edizione della Reputational Risk Readiness Survey di Willis fotografa un panorama in cui l’incertezza globale sta ridisegnando il modo in cui le organizzazioni percepiscono e gestiscono la propria reputazione.

Il sondaggio ha coinvolto 500 dirigenti senior responsabili della strategia di rischio nelle proprie organizzazioni — CEO, CFO, responsabili del rischio, del marketing, delle risorse umane e della comunicazione — distribuiti in 20 paesi tra Europa, Medio Oriente, Asia-Pacifico, Nord e Sud America e Africa. I settori rappresentati sono cinque, con 100 aziende ciascuno: vendita al dettaglio, manifatturiero, tempo libero e ospitalità, trasporti, ONG e organizzazioni benefiche. Per dimensione, il 37% delle aziende ha un fatturato tra 1 e 2,5 miliardi di dollari, il 26% tra 2,5 e 5 miliardi, e il 36% supera i 5 miliardi.

Uno dei segnali più netti che emerge dalla ricerca riguarda la consapevolezza delle proprie vulnerabilità: solo il 37% degli intervistati dichiara di conoscere i principali punti critici di sentiment negativo intorno al proprio marchio, contro il 56% rilevato nell’edizione 2024. Un calo significativo, che rivela un divario crescente tra la percezione interna e quella esterna degli stakeholder. In parallelo, la propensione ad assumere rischi reputazionali è crollata: oggi il 56% degli intervistati dichiara una bassa tolleranza al rischio in questo ambito, rispetto al 36% della rilevazione precedente. La tendenza, dunque, è quella di evitare attività e associazioni potenzialmente rischiose, anche quando i potenziali benefici sono elevati.

Sul fronte delle minacce percepite, gli attacchi informatici si confermano la principale preoccupazione: il 67% degli intervistati li cita tra i rischi reputazionali più rilevanti, un dato che riflette la crescente esposizione al danno d’immagine causato dalla criminalità informatica alimentata dall’intelligenza artificiale. Al secondo posto si collocano i danni sociali — come lo sfruttamento del lavoro nella catena di approvvigionamento — segnalati dal 57% dei rispondenti, un tema che potrebbe essere acuito dalla ridefinizione delle supply chain in atto a livello globale, con la delocalizzazione che riduce la visibilità sugli standard lavorativi.

Nonostante l’incertezza, la ricerca registra anche una risposta concreta da parte delle organizzazioni. L’82% ha inserito la reputazione tra i primi tre o cinque rischi nei propri registri del rischio aziendale, a testimonianza di una crescente consapevolezza strategica. Ancora più marcata è la progressione nella capacità di quantificare l’impatto finanziario di un evento reputazionale negativo: oltre il 30% delle organizzazioni dichiara oggi di disporre di solide capacità di modellazione in questo ambito, contro l’11% del 2024. Una tendenza a cui il settore assicurativo risponde con strumenti sempre più sofisticati, che applicano metodi attuariali — analoghi a quelli usati per le catastrofi naturali — per stimare frequenza e gravità dei rischi reputazionali.

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