I dati del Rapporto Annuale Istat 2026 restituiscono il ritratto di un Paese alle prese con una transizione demografica senza precedenti. Meno nascite, più anziani, famiglie sempre più piccole e sole. Un quadro che pesa sul welfare, sulla sanità e sulla tenuta sociale
L’Italia conta oggi 58,9 milioni di abitanti, oltre un milione in meno rispetto a dieci anni fa. A tenerla in equilibrio non è la natalità, ma l’immigrazione: nel 2025 il saldo naturale (la differenza tra nascite e morti) è negativo per 296.000 unità, compensato per intero da altrettanti arrivi dall’estero. Questi i dati che emergono dal Rapporto Annuale Istat 2026, che fotografa la situazione del nostro Paese.
La piramide demografica italiana si è capovolta. L’età media della popolazione ha raggiunto i 47,1 anni, in crescita costante. Gli under 14 sono appena l’11,6% del totale, mentre gli over 65 hanno superato il 25,1%, aumentando dell’11,3% in un solo decennio.
Natalità ai minimi storici
Nel 2025 sono nati 355.000 bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Il tasso di fecondità ha toccato 1,14 figli per donna — il valore più basso mai registrato — collocando l’Italia tra i paesi europei con la natalità più contenuta. Le madri hanno in media 32,7 anni al momento del parto.
Non si tratta solo di scelta: oltre la metà di chi non ha figli cita incertezze economiche e lavorative come freno principale. La quota di giovani tra 18 e 49 anni che dichiara di voler avere un figlio è scesa dal 50,7% del 2003 al 45,3% del 2024.
Una conseguenza diretta di questa tendenza è la crescita dei figli unici: oggi rappresentano il 16,6% della popolazione adulta (8,2 milioni di persone), quasi 5 punti in più rispetto al 2003. Questo ridefinisce anche i carichi di cura futuri: solo il 21,2% dei figli unici che assistono genitori anziani può condividere questo peso con qualcun altro, contro il 37,9% di chi ha fratelli o sorelle.
La famiglia si restringe e spesso resta sola
Le famiglie italiane sono oggi 26,7 milioni, ma si sono ridotte nelle dimensioni: in media 2,2 componenti, contro i 2,7 di trent’anni fa. Due terzi sono composte da al massimo due persone. La coppia con figli, un tempo modello dominante, è passata in trent’anni dal 47,9% al 28,4% del totale.
Il dato più significativo riguarda chi vive solo: oltre un terzo delle famiglie (37,1%) è composto da una singola persona, per un totale di 9,9 milioni di adulti. Tra questi, quasi la metà sono anziani over 65, in prevalenza donne vedove. Ma il fenomeno cresce anche nelle età centrali, tra i 35 e i 64 anni, spesso legato a separazioni e divorzi.
Anziani, malati cronici e sistema sanitario sotto pressione
Con l’invecchiamento della popolazione cresce inevitabilmente il peso della malattia. Nel 2025, 12,8 milioni di persone (il 22,8% della popolazione che vive in famiglia) soffrono di multimorbilità, ovvero almeno due patologie croniche contemporaneamente. Una quota analoga dichiara limitazioni nelle attività quotidiane.
Il livello di istruzione è il principale fattore di protezione: tra i meno istruiti, il rischio di limitazioni gravi è superiore del 72% rispetto ai laureati. E la geografia amplifica le disuguaglianze: un uomo con bassa istruzione residente nelle Isole ha, a 30 anni, una speranza di vita residua inferiore di 5,7 anni rispetto a un coetaneo laureato del Nord-est. Differenze che, nel complesso, si spiegano principalmente con la mortalità tra i 30 e i 69 anni per tumori, malattie cardiovascolari e morti violente.
Nelle Aree Interne, dove vive oltre un quinto della popolazione, il quadro sanitario è più critico: tassi di ospedalizzazione più alti, minore accesso alle prestazioni ambulatoriali, maggiore propensione a curarsi fuori regione e tassi di mortalità evitabile superiori alla media, soprattutto nel Mezzogiorno.
A fronte di questi bisogni crescenti, la spesa sanitaria pubblica presenta forti squilibri territoriali. Il finanziamento del SSN nel 2024 ammonta a 136,7 miliardi di euro, ma le regioni con maggiore prevalenza di cronicità, come Calabria e Basilicata, ricevono risorse pro capite inferiori alla media. La spesa comunale per i servizi sociali agli anziani è di 76 euro per abitante al Sud, contro 177 euro nel Nord-est, e la spesa media pro capite per questa voce è scesa da 105 euro nel 2013 a 96 euro nel 2023.
Povertà e fragilità economica
Nel 2024, 5,7 milioni di persone vivono in condizione di povertà assoluta (9,8% della popolazione), per un totale di 2,2 milioni di famiglie. L’incidenza sale drasticamente tra le famiglie straniere (35,2%) e quelle numerose con figli minori (22,3%). Il Mezzogiorno resta l’area più colpita, con il 10,5% delle famiglie in povertà assoluta.
In crescita anche la povertà energetica, che colpisce il 9,1% della popolazione nel 2024, rispetto al 7,7% del 2022: sempre più famiglie non riescono a riscaldare adeguatamente la propria abitazione o a sostenere i costi energetici essenziali.
Il mercato del lavoro: miglioramenti reali, fragilità strutturali
Il tasso di occupazione ha raggiunto nel 2025 il 62,5% nella fascia 15-64 anni, con una disoccupazione scesa al 6,1% in media annua e al 5,2% a marzo 2026. Segnali positivi, ma che convivono con divari profondi: 17 punti percentuali separano il tasso di occupazione maschile (71,2%) da quello femminile (53,8%), e il Sud rimane distante dal Nord di circa 20 punti.
Restano inoltre oltre 4 milioni di lavoratori vulnerabili (a termine o in part-time involontario), il 17% degli occupati totali, con una concentrazione superiore tra donne e giovani. Il divario retributivo è netto: la retribuzione lorda mediana annua nel settore privato supera i 28.000 euro per i lavoratori stabili, ma non raggiunge i 7.000 euro per i lavoratori vulnerabili.
Flussi migratori e “fuga di cervelli”
Nel periodo 2015-2024, l’Italia ha perso per emigrazione una quota netta di circa 590.000 residenti italiani. Nel solo 2024, tra i giovani laureati di 25-34 anni, gli espatri (25.000) hanno superato di gran lunga i rimpatri (oltre 4.000): una perdita netta di quasi 21.000 giovani altamente istruiti in un solo anno. Il Mezzogiorno è l’area più esposta, con flussi in uscita verso l’estero e verso il Centro-nord che non trovano compensazione negli arrivi.
© Riproduzione riservata