Torna l’incubo delle insolvenze

GLI SCENARI DEL REPORT DI ALLIANZ TRADE: A LIVELLO GLOBALE CI SI AVVICINA AI DATI PRE-PANDEMIA
di Roxy Tomasicchio
La curva delle insolvenze torna a crescere in Italia, ma non solo. Anzi schizza ai livelli pre-pandemia. Le riserve di liquidità delle imprese eviteranno, nel breve periodo, che ci sia un boom di fatture e crediti non saldati. Ma nel 2022 e nel 2023 l’impennata sarà inevitabile, per effetto anche della guerra in Ucraina e dei nuovi lockdown in Cina, che stanno dando una scossa ai rischi per le imprese.

La stima è di Allianz Trade, società specializzata nell’assicurazione dei crediti commerciali, secondo cui ci sarà una risalita delle insolvenze con un +10% nel 2022 a livello globale e una crescita più accentuata nel 2023 (+14%), rispetto al -12% del 2021.

In Italia, il numero di casi è destinato a rimanere contenuto quest’anno (9.200) per poi salire del 16% (10.700) il prossimo anno, superando le cifre pre-Covid (10.542 casi nel 2019).

«Nel 2021 l’Italia ha già registrato un notevole rimbalzo delle insolvenze (+19% a/a, cioè rispetto all’anno precedente), dopo il calo massiccio, ma artificiale, registrato nel 2020 (-32%)», spiega a ItaliaOggi Sette Luca Burrafato, head of Mediterranean countries, Middle East & Africa per Allianz Trade. «Tutti i settori hanno contribuito a questa inversione di tendenza, con incrementi a doppia cifra, in particolare nel commercio (+21% a/a, 2.008 casi), nelle costruzioni (+21% a/a, 1.511 casi) e nel settore hotel/ristoranti (+30%, 756 casi). Una situazione stabile, invece, nel manifatturiero e nelle utilities (rispettivamente 1.329 e 42 insolvenze). Il rimbalzo è stato dovuto principalmente all’effetto creato dal numero eccezionalmente basso di insolvenze registrate nel 2° e 3° trimestre 2020 (rispettivamente 753 e 1.513 casi). Di fatto, con la fine del lockdown dei tribunali e la moratoria per le procedure concorsuali, le insolvenze sono rapidamente tornate a livelli più elevati nei trimestri successivi, anche se al di sotto dei livelli pre-crisi».

Come si spiega questo trend altalenante? «Due fattori sono entrati in gioco contemporaneamente», risponde Burrafato, «il recupero economico, che ha favorito la rapida ripresa degli utili, e le varie misure di aiuti di Stato, che hanno continuato a sostenere in molti casi le imprese fragili fino all’ultimo trimestre dell’anno (garanzie pubbliche, moratorie del debito, differimento d’imposta, congedi)». Ossia, da un lato, le imprese italiane hanno iniziato l’anno con fondamentali societari favorevoli, in grado di sostenere la ripresa nel breve termine. Ciò può essere visto nel numero ridotto di imprese fragili, ossia quelle che rischiano di andare in default nei prossimi quattro anni in base a redditività, capitalizzazione e copertura degli interessi al 2021 (dall’11% al 7% sulla base dei dati finanziari del 2021); nell’alto livello di depositi e nella liquidità delle società quotate (che sono aumentate del +5% a/a nel 2021, superando del +31% il livello pre-pandemia).

D’altra parte, il governo sta continuando a sostenere le imprese con misure ad hoc e mirate, come ha fatto durante la pandemia. Basti pensare al cosiddetto decreto Aiuti, al pacchetto di incentivi a sostegno delle imprese, in particolare attraverso garanzie pubbliche sui prestiti bancari e una riduzione delle tasse sui prezzi dei carburanti.

Ma lo scenario è cambiato: «Nuovi venti contrari sono emersi nel 2022», conclude Burrafato, «dall’invasione in Ucraina ai rinnovati blocchi in Cina, dalle prolungate interruzioni della catena di approvvigionamento, ai colli di bottiglia nei trasporti, dagli alti costi, in particolare per l’energia e le materie prime, al costo del lavoro…tutti fattori che hanno notevolmente deteriorato l’equilibrio dei rischi. Questo nuovo scenario contribuirà a far risalire, specialmente nel 2023 i livelli di insolvenza in Italia».

Le previsioni globali. L’attuale contesto internazionale ha provocato un calo del potere reale d’acquisto dei consumatori, che, a cascata, si può tradurre in un rallentamento della domanda e quindi può avere un impatto negativo per le imprese. Tanto che, i governi di Francia, Germania e Italia hanno già ampliato gli attuali programmi di disoccupazione parziale e introdotto nuove forme di prestiti garantiti dallo Stato.

Inoltre, Allianz Trade individua aree di fragilità che possono sfociare in un forte rialzo dei livelli di insolvenza. Innanzitutto, nel 2021 il fabbisogno di capitale circolante è salito soprattutto in Asia, Europa centrale e orientale e America Latina, in settori come elettrodomestici, elettronica e attrezzature.

In questo contesto, le insolvenze globali riprenderanno a salire e un paese su tre tornerà ai livelli di crescita pre-pandemia. «In Francia e in Germania le insolvenze aumenteranno rispettivamente del +15% e +33% nel 2022 e del +4% e +10% nel 2023, ma il numero di casi rimarrà artificialmente basso come conseguenza delle forti misure di sostegno statale, che potrebbero ritardare ancora una volta la normalizzazione delle insolvenze delle imprese», spiega Maxime Lemerle, responsabile di Studi sulle insolvenze di Allianz Trade.

Si stima che negli Stati Uniti (+8% nel 2022 e +23% nel 2023), le imprese potranno beneficiare degli ammortizzatori accumulati dopo la pandemia, aiutate dal Paycheck protection program (un programma di protezione salariale) trasformato in sussidi e dalla ripresa degli utili.

Anche la Cina potrà essere in grado di mantenere sotto controllo le insolvenze (+1% nel 2022, +11% nel 2023), grazie al basso livello di partenza e nonostante una ripresa delle difficoltà per le imprese più coinvolte nel commercio internazionale. Per questi paesi non si prevede un ritorno del numero di insolvenze ai livelli pre-pandemia né nel 2022 né nel 2023.

Al contrario, «l’Europa occidentale assisterà a una doppia tendenza: nel Regno Unito e in Spagna il numero di insolvenze supererà i livelli del 2019 entro la fine di quest’anno, mentre in Italia, Portogallo e nei Paesi nordici la normalizzazione avverrà solo nel 2023», aggiunge Ana Boata, responsabile di Studi economici di Allianz Trade.

Le possibili vie di fuga. Le imprese si trovano di nuovo ad affrontare molteplici difficoltà a livello globale, dalle discontinuità prolungate delle catene di approvvigionamento, alle strozzature dei trasporti fino ai costi delle materie prime, per arrivare alla carenza soprattutto di energia e delle stesse materie prime e anche di manodopera. Inoltre, devono sostenere costi di finanziamento più elevati, in quanto l’impennata globale dell’inflazione imprime un’accelerazione alla stretta monetaria. Eppure, i segnali che le imprese potranno reggere il colpo non mancano.

Allianz Trade ne individua tre: all’inizio del 2022 la liquidità totale delle imprese quotate in borsa era del 30% superiore, a livello globale, rispetto al 2019. In secondo luogo, i dati di Allianz Trade mostrano che il numero delle «imprese fragili» è rimasto contenuto in Europa, in particolare in Italia (7% nel 2021 rispetto all’11% nel 2020) e in Francia (12% rispetto al 15%). Infine, il periodo di dichiarazione degli utili al 1° trimestre 2022 ha confermato che le società quotate in borsa sono riuscite molto meglio a trasferire i maggiori costi sui prezzi.

«Questi fattori suggeriscono che l’economia globale dovrebbe essere in grado di evitare un’impennata delle insolvenze, almeno nel breve termine. Tuttavia, le imprese dovranno essere attente: la normalizzazione della crescita delle insolvenze globali è già iniziata. In alcuni paesi ci vorrà qualche anno per tornare ai dati del 2019, ma il rischio di mancati pagamenti è di nuovo alto, sia a livello globale che locale», spiega Clarisse Kopff, Ceo di Allianz Trade.
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