Sul welfare fondi più alternativi. Ma il 38% dice no

Carlo Giuro
Le politiche monetarie espansive degli ultimi anni hanno contribuito ad aumentare in modo significativo l’interesse nei confronti degli investimenti alternativi. Anche se non mancano segnali di un possibi­le ridimensionamento di tali policy, è presumibile che l’impatto sulle decisioni di allocare quote di patrimonio in asset alternativi possa non risentirne vista la natura di lungo periodo di tali investimenti. In aggiunta a ciò, va considerato il contributo in termini di riduzione del rischio inflazione che può arrivare dall’investimento in talune classi illiquide come gli immobili o le infrastrutture.

E’ il messaggio che emerge dalla seconda edizione dell’Osservatorio del Mefop sugli inve­stimenti alternativi nei portafogli di casse di previdenza, fondi pensio­ne e fondi sanitari. Hanno preso parte all’iniziativa 74 fondi pensione (16 in più rispetto alla prima edizione), 17 casse di previdenza (uno in più) e 15 fondi sanitari (3 in più), per un totale di 106 enti e un patrimonio investito di circa 220 miliardi di euro. Le interviste hanno avuto ad oggetto sia gli investimenti alternativi illiquidi (private equity, immobili in gestione diretta o tramite fondi, private debt, venture capital, infrastrutture), sia le strategie alternative liquide. Come premessa Mefop spiega che la categoria degli investitori del welfare rappresenta un insieme eterogeneo di enti che ha avuto come conseguenza lo sviluppo di percorsi evolutivi diversificati, con assetti di governo, strutture organizzative e modelli d’investimento peculiari.

Detto ciò, quali sono i principali dati? Si evidenzia in primo luogo un aumento, rispetto alla prima edizione, dei soggetti che hanno dichiarato di detenere al­ternativi in portafoglio, percentuale che passa dal 50% al 50,9%. Mefop rileva che tale crescita è da ascrivere in modo sostanzialmente paritetico sia ad enti che hanno partecipato per la prima volta all’Osservatorio dichiarando di detenere alternativi (6), sia a soggetti che hanno preso parte ad entrambe le edizioni e che, tra la prima e la seconda hanno iniziato ad allocare quote di patrimonio in tali classi di attivo (6 enti). Per le casse di previdenza l’allocazione in asset alternativi rappre­senta una prassi consolidata; il 100% delle casse rispondenti prevede il ricorso a investimenti non tradizionali. Pur evidenziatosi per la prima volta, l’interesse dei fondi sanitari partecipanti all’indagine verso le asset class alternative rimane ancora poco rilevante. La realtà dei fondi pensione si presenta più articolata; pur essendo ancora minoranza, la percentuale di enti che ha dichiarato di detenere alternativi è cresciuta di due punti percentuali, dal 46,6% al 48,6%. Mefop sottolinea che la prima edizione aveva evidenziato un interesse crescente, con un certo numero di enti che aveva dichiarato come fossero in corso le procedure per avviare l’investimento piuttosto che le valutazioni sulla possibile inclusione di tali investimenti nei portafogli. «Tali indicazioni emergono con chiarezza dal secondo Osservatorio che dà conto di come tra le prime due edizioni cinque partecipanti abbiano avviato investimenti alternativi, essenzialmente negoziali. Vanno aggiunti cinque fondi pensione che hanno partecipato per la prima volta dichiarando di detenere alternativi in portafoglio, essenzialmente aperti», prosegue Mefop.

In sostanza la maggiore spinta alla crescita degli enti che detengono investimenti non tradizionali è da ascrivere in larga prevalenza alle dinamiche in atto sul versante della previdenza integrativa. La presenza di investimenti alternativi è stata riportata poi anche nei comparti garantiti (4,2%, sono stati segnalati investimenti immobiliari, infrastrutturali e in private debt) con alcune forme pensionistiche che hanno visto nell’inclusione delle asset class illiquide uno degli strumenti per gestire le problema­tiche sottostanti all’erogazione della garanzia. Ma c’è uno zoccolo duro non marginale di enti (38,5%) che non ha considerato gli investimenti alternativi e che non intende cambiare atteggiamento in futuro. Tenuto conto delle specificità settoriali, non sorprende che tale posizione risulti più radicata tra i fondi sanitari (78,6%). Quali le ragioni del No agli alternativi? In primo luogo l’esiguità del patrimonio (30,8%, +3 punti sul 2020). Altra ragione in forte ascesa è la presenza di strutture di controllo inadeguate per tali investimenti (21,2%, +7 punti sul 2020), parimerito con la presenza di una diversificazione (ma in calo dal 32,6% al 21,15) e la scarsa liquidità di questi strumenti (sempre in calo dal 27,0% al 21,2%).

La distribuzione degli attivi evidenzia come, nel complesso, il principale investimento alternativo sia costituito dagli immobili che rappresentano il 13,9% del patrimonio. Tali asset sono allocati per la gran parte in fondi alternativi immobiliari (11,5%) e in misura più contenuta in immobili detenuti direttamente (2,4%). Gli investimenti nelle altre classi non tradizionali rappresentano quote molto più contenute di patrimonio (private equity 2,8%, infrastrutture 1,9%, alternativi liqui­di 1,8%, private debt 1,3%, venture capital 0,1%). Si tratta di dati in controtendenza rispetto alle dinamiche globali, che vedono il mercato trainato dal private equity e invece il real estate con un peso più contenuto.

Le ragioni di tale assetto affondano nella storia degli enti: le casse di previdenza hanno massicciamente investito in immobili; benché in calo negli ultimi anni, l’immobiliare rappresenta ancora il 19,4% degli attivi. Dinamiche non troppo diverse si riscontrano nei fondi pensione preesistenti, l’unica forma pensionistica per la quale l’investi­mento immobiliare rappresenta una componente non trascurabile del portafoglio. A partire dal 2007, dietro la spinta della normativa, questi enti hanno avviato un percorso di riduzione dell’investimento immobiliare per contenerne il peso entro il 20% del loro patrimonio. (riproduzione riservata)
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