Ricette per il rilancio

di Carlo Giuro
La Covip accende i riflettori sulla necessità di rilanciare le adesioni ai fondi pensione con una serie di proposte presentate in audizione parlamentare. La commissione di vigilanza presieduta da Mario Padula osserva che la partecipazione risulta diffusa solo nelle fasce di lavoratori più forti: di grandi imprese, residenti al nord o al centro, più spesso di sesso maschile e di età non giovane. Per contro, i segmenti più deboli di lavoratori, più bisognosi di una integrazione delle prestazioni pensionistiche pubbliche, rimangono per lo più escluse dalla partecipazione alla previdenza complementare.

Le indicazioni sono essenzialmente due. Da un lato, adesioni e contribuzioni sono cresciute in modo stabile, nonostante qualche rallentamento registratosi nelle fasi più acute delle crisi, anche recenti. Dall’altro, le adesioni (e le contribuzioni) al sistema di previdenza complementare sono ancora molto frammentate, con differenze, anche ampie, tra gruppi socio-economici della popolazione delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. Nel valutare il grado di sviluppo del sistema della previdenza complementare sulla base di queste due indicazioni, è utile tener presente l’elevato livello di contribuzione al primo pilastro pensionistico in Italia, evidenzia la Covip. Questo fattore, che non trova riscontro in altre economie sviluppate, di per sé limita lo spazio di crescita della previdenza complementare. Infatti, nel confronto internazionale, nei Paesi dove la previdenza di base ha un ruolo e una dimensione maggiore il sistema privato risulta tendenzialmente meno sviluppato.

Per contro, nonostante tale elevato livello di contribuzione al primo pilastro, in molti segmenti della popolazione di lavoratrici e lavoratori, i livelli di adesione (e le contribuzioni) sono tutt’altro che modesti, sfiorando nel caso di qualche fondo negoziale livelli non lontani da una piena copertura del settore di riferimento.

Un’analisi dei dati aiuta a spiegare questa apparente contraddizione. In primo luogo, il sistema di previdenza italiano è imperniato su un modello di mercato del lavoro caratterizzato dalla stabilità e dalla continuità dei rapporti di lavoro. Mette in discussione questo modello l’avanzare di un’area di lavori non-standard, caratterizzati da rapporti contrattuali meno stabili e meno duraturi e da un confine tra lavoro dipendente e lavoro autonomo reso più labile, che proprio un’elevata contribuzione al primo pilastro può alimentare. Inoltre, e al di là dei fenomeni patologici, l’autorità di vigilanza sottolinea che l’area del lavoro autonomo non è tipicamente raggiunta da iniziative di previdenza complementare. In secondo nelle imprese piccole o piccolissime, di cui l’Italia è ricca, i livelli di adesione (e di contribuzione) sono molto più contenuti. Non è estranea a questo risultato la previsione normativa in base alla quale il Tfr che i lavoratori non indirizzino ai fondi pensione rimane nell’ambito dell’impresa con meno di 50 addetti, continuando così a costituire per tali imprese una fonte di finanziamento.

Passando dalla fase di analisi alle considerazioni propositive la Covip osserva come l’efficacia dei vantaggi fiscali concessi alla previdenza complementare, intesa come capacità di accrescere il bacino degli iscritti e dei flussi contributivi, andrebbe valutata tenendo conto degli obiettivi in termini di equità ed inclusione.

In questa prospettiva, non appare prioritario l’innalzamento del limite di deducibilità, considerando che solo i lavoratori delle fasce di reddito più elevate sono in grado di dedurre i contributi fino al limite massimo (ovvero 5.164,57 euro annui), sottolineando come il contributo medio è pari a 2.740 euro. D’altra parte, è la crescente incidenza di carriere discontinue e frammentate, spesso accompagnate da curve salariali piatte, che dovrebbe indurre a riconsiderare il complesso di strumenti destinati ad incentivare il risparmio previdenziale. Si deve rilevare che chi più avrebbe più bisogno di un’integrazione al reddito pensionistico formato attraverso la previdenza obbligatoria è paradossalmente meno in grado di partecipare alla previdenza complementare, pesando peraltro l’adozione di contratti di lavoro non tradizionali, che non beneficiano nemmeno di un contributo specifico a carico del datore di lavoro.

Complessivamente, gli attuali incentivi fiscali non appaiono ben mirati rispetto a segmenti del mercato del lavoro più fragili e perciò più bisognosi di protezione sociale. Andrebbero rimodulati in funzione del reddito degli iscritti per costruire un risparmio previdenziale anche da parte delle classi di reddito più basse. Ad esempio, prevedendo un intervento diretto dello Stato a sostegno delle posizioni pensionistiche di determinate categorie, e in particolare delle fasce di età più giovani. Quest’ultimo meccanismo avrebbe il vantaggio di rendere tangibile il beneficio monetario dell’agevolazione, al contrario della deduzione la quale, confusa fra le altre voci della busta paga del lavoratore, è di non immediata e agevole percezione da parte del lavoratore; inoltre, esso non sarebbe regressivo, evitando effetti redistributivi indesiderati. Ulteriori interventi diretti a tenere meglio conto della diffusione di percorsi di carriera più discontinui potrebbero andare nella direzione di definire alcuni meccanismi di incentivo, come ad esempio i limiti ai contributi deducibili, non più su base annuale bensì pluriennale, evitando così di penalizzare coloro che non sono in grado di destinare ogni anno alla previdenza complementare un flusso stabile di contributi e per altro verso incentivando l’adesione e la contribuzione di lavoratrici e lavoratori i cui redditi sono più volatili, come in molti casi del variegato panorama del lavoro autonomo.

Per quel che riguarda la possibilità di un rinnovo della adesione automatica (silenzio assenso) l’autorità di vigilanza ripercorre l’esperienza del silenzio assenso riprendendo le evidenze di una recente ricerca della Commissione europea in materia di iscrizione di default (auto-enrollment) ai fondi pensione. In particolare si evidenzia come tale opzione non può essere considerata ottimale da gran parte dei lavoratori dal momento che comportava da una parte il conferimento al fondo pensione di riferimento soltanto del Tfr e non anche dei flussi contributivi aggiuntivi previsti dai contratti collettivi di lavoro; dall’altra, l’investimento di tali flussi in una linea garantita, necessariamente caratterizzata da una politica di gestione molto prudenziale, non adeguata a realizzare rendimenti soddisfacenti nel lungo periodo e, soprattutto, superiori a quelli legalmente previsti per il Tfr.

Inoltre, a rendere più complesso il funzionamento del meccanismo di adesione automatica ha concorso la previsione per il singolo lavoratore di firmare un apposito modulo che comprovasse la consapevolezza della scelta di conferire il Tfr a un fondo pensione, ovvero di lasciarlo in azienda.

Tale previsione, oltre a rinunciare a volgere in senso positivo e nella direzione auspicata dell’adesione la tendenza all’inerzia dei lavoratori a occuparsi per tempo del proprio futuro previdenziale, coinvolgendo le aziende nella trasmissione del modulo, può avere creato i presupposti per un condizionamento delle loro decisioni, in senso contrario all’adesione; ciò soprattutto nelle imprese più piccole, dove il Tfr rappresenta comunque una forma rilevante di finanziamento. Sulla base dell’esperienza maturata, quindi, qualsiasi riproposizione del meccanismo di adesione automatica ai fondi pensione andrebbe disegnata correggendo gli aspetti critici sopra evidenziati dell’operazione realizzata nel 2007. In particolare, la proposizione del silenzio-assenso potrebbe oggi essere meglio realizzata tramite l’utilizzo di procedure on-line, che non ostacolino per i singoli lavoratori interessati una eventuale scelta di non partecipazione, ma che al tempo stesso chiariscano in modo oggettivo, nell’informazione fornita a supporto delle scelte da compiere, i vantaggi dell’adesione. Inoltre, prosegue la Covip, il sistema della previdenza complementare beneficerebbe di un assai più ampia diffusione di procedure di adesione on-line. Ciò sarebbe coerente con l’uso delle tecnologie di informazione e comunicazione da parte di fasce sempre più ampie della popolazione nell’acquisizione di beni e servizi. Bisogna oltretutto considerare che i Peep (Pan-European Personal Pension Products), i prodotti pensionistici individuali pan-europei ormai in fase di avvio, saranno con tutta probabilità collocati principalmente on-line; un ritardo nell’organizzare in modo adeguato tale canale di raccolta delle adesioni potrebbe esporre i fondi pensione nazionali a pressioni concorrenziali non trascurabili.

Sempre nella prospettiva di disegnare meccanismi di auto-enrollment il più possibile efficaci, la linea di default che accoglie gli iscritti silenti potrebbe essere non più una garantita, bensì basata sull’approccio life-cycle, che sfrutta il lungo orizzonte dell’investimento previdenziale tramite una esposizione iniziale più elevata per i titoli azionari, e una progressiva riduzione di questi ultimi via via che si avvicina l’ora del pensionamento. (riproduzione riservata)
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