Pensioni magre ai professionisti

LE PRESTAZIONI PER I PENSIONATI ATTIVI. IN CALO I TRATTAMENTI DI GIORNALISTI E COMMERCIALISTI
di Simona D’Alessio
Assegni (mediamente) «magri» per la fetta di liberi professionisti che fanno parte del bacino delle cosiddette Casse di «nuova generazione» che continuano a prestare la loro opera (anche) dopo esser andati in quiescenza. Nel complesso i pensionati attivi sono oltre 98.100, nel 2020, su un totale di oltre 1,6 milioni di contribuenti associati a tutti gli Enti di previdenza privati e privatizzati, cui vengono erogate prestazioni di importo assai differente, di categoria in categoria: in testa, come è possibile osservare nella tabella ricostruita da ItaliaOggi, i giornalisti dipendenti, due anni fa ancora sotto l’«egida» dell’Inpgi (la cui Gestione principale, dal 1° luglio verrà ripubblicizzata nell’Inps), con pensioni che, in media, valgono 73.420 euro lordi all’anno, in calo, però, di oltre il 25%, al confronto con i valori del quinquennio precedente, a seguire i medici e gli odontoiatri, cui l’Enpam ha distribuito, mediamente, oltre 63.200 euro di assegni (in ascesa di poco più del 6%, rispetto al 2016) e i dottori commercialisti la cui media dei trattamenti forniti dalla Cdc sfonda il «tetto» dei 44.000 euro, con un decremento del 9,96% nell’arco di cinque anni. E, tra gli Istituti di cosiddetta «vecchia generazione», disciplinati, cioè, dal decreto legislativo 509/1994, quello che ha registrato la maggior crescita del «peso» delle pensioni somministrate alla propria platea, dal 2016 al 2020, è l’Enpacl, giacché quelle dei consulenti del lavoro che continuano ad esercitare la professione sono pari, sempre in media, a 17.300 euro, laddove nei 5 anni passati il «quantum» era fermo a 15.600 (+10,90%), mentre fra gli Enti «giovani», nati grazie al decreto legislativo 103/1996 (caratterizzati dal sistema di calcolo contributivo delle prestazioni sin dalla loro costituzione), il «fanalino di coda» spetta all’Enpapi, la cui platea di infermieri che ancora svolgono le loro mansioni, pur essendo andati in quiescenza, arriva, mediamente, a percepire 2.248,21 all’anno. In altri termini, l’assegno non giunge ai 200 euro mensili. La fotografia degli incassi previdenziali di chi non ha smesso di lavorare consente di mettere in risalto gli sforzi considerevoli compiuti talora per contenere uscite per prestazioni elevate (è il caso già menzionato la gestione principale dell’Inpgi, ma anche la Cassa ragionieri vede la percentuale, in 5 anni, in decremento dell’8,51%), nonché per innalzare la media degli assegni, come accaduto ai periti industriali pensionati attivi iscritti all’Eppi, che dal 2016 al 2020 ha fatto salire del 30% il «peso» dei trattamenti (e con oltre 6.188 euro ha la miglior «performance» fra gli Enti di «nuova generazione). «È un tema enorme, quello dell’adeguatezza delle prestazioni. Le Casse hanno la possibilità di usare la «leva» dell’aliquota contributiva, ma va fatto con attenzione, senza strozzare i professionisti», osserva il presidente della Bicamerale sugli Enti, il senatore del Pd Tommaso Nannicini, commentando i dati. Servirebbero, chiosa, «risorse vere per sostenere le categorie in difficoltà».
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