La questione Trieste

Anna Messia
Proprio quando la pace sembrava alla portata, con il comitato nomine convocato lunedì 30 maggio per ricomporre la spaccatura nella governance, su Generali Assicurazioni si sono improvvisamente addensate nuove nubi. Il gesto clamoroso di Francesco Gaetano Caltagirone, primo azionista privato del Leone con il 9,95% delle azioni, che venerdì 27 ha annunciato a sorpresa le dimissioni dal consiglio di amministrazione della compagnia dove si era insediato appena il 2 maggio scorso, ha riaperto nuovi interrogativi sugli equilibri in gioco nella compagnia. Una sorpresa, a quanto pare, pure per Trieste, anche se l’imprenditore capitolino non è certo nuovo ad atti di rottura quando di mezzo c’è Generali. Era già stato così con il precedente consiglio di amministrazione, quando era vicepresidente della compagnia: dopo 12 anni al vertice dell’assicurazione triestina, a gennaio scorso aveva deciso di uscire dal cda, seguito a breve distanza da Romolo Bardin e da Sabrina Pucci.

Le precedenti dimissioni. In quel caso il passo indietro era però il preludio della volontà di Caltagirone di tentare il colpo grosso e proporre Luciano Cirina, ex manager Generali, come candidato alternativo a Philippe Donnet in vista dell’assemblea del 29 aprile che avrebbe poi rinnovato l’intero consiglio. Allora l’imprenditore capitolino, facendo riferimento alle modalità di lavoro del board, aveva scritto una lettera al vetriolo alla compagnia triestina facendo riferimento al fatto che sarebbe stato osteggiato e impedito a dare il proprio contributo critico, oltre che ad assicurare un controllo adeguato. Poi l’assemblea, come noto, ha riconfermato il ceo Donnet, con tre consiglieri assegnati alla lista di minoranza su un totale di 13 ma il rapporto è rimasto turbolento anche con il nuovo cda. Caltagirone, insieme con l’altro consigliere della sua lista, Flavio Cattaneo (mentre Marina Brogi si è astenuta), ha subito espresso voto contrario alla riconferma di Donnet al timone della compagnia. Un’altra profonda frattura si è aperta qualche settimana dopo, sulla questione dei comitati endoconsiliari. In particolare su quello strategico chiamato a discutere delle operazioni straordinarie. Secondo Caltagirone quel comitato avrebbe dovuto essere l’occasione per arginare i poteri di Donnet. Ma il consiglio di amministrazione, guardando anche alle best practice internazionali, aveva ritenuto che non servisse eleggerlo e che il nuovo board, espressione della lista del cda con un numero maggiore di consiglieri indipendenti, avrebbe dovuto essere l’unico organo deputato a valutare e decidere eventuali dossier caldi del Leone. Una lettura dei fatti evidentemente non gradita a Caltagirone e agli altri due consiglieri di minoranza, che in risposta hanno deciso di fare un passo indietro da tutti i comitati endoconsiliari. Dando però vita ad una situazione chiaramente anomala, visto che lo stesso parere di orientamento messo a punto dal precedente consiglio in vista dell’assemblea del 29 aprile, proponeva di avere almeno un rappresentante della minoranza in ciascun comitato. A seguire la vicenda ci sono inevitabilmente anche le authority di controlla, sia Consob sia Ivass.

Lo scanario si complica. L’ipotesi di pace, anticipata nei giorni scorsi da MF-Milano Finanza, passava per un possibile accorpamento del comitato investimenti con quello operazioni strategiche. Un organismo che sarebbe stato incaricato di istruire i potenziali deal sopra i 500 milioni, lasciando ampi poteri al ceo Philippe Donnet sotto tale tetto, come avviene del resto già in Axa. Mentre oggi l’autonomia di Donnet si ferma a 50 milioni. Un brogliaccio su cui si sarebbe potuto lavorare sia in termini di composizione dei comitati sia eventualmente sul fronte delle soglie, ma la decisione di Caltagirone di dimettersi all’improvviso, senza motivazioni ufficiali, ha inasprito gli animi e a quanto pare infastidito anche il presidente della compagnia, Andrea Sironi, che stava lavorando in prima persona alla ricomposizione. La riunione del comitato nomine resta convocata per lunedì 30 ma, a questo punto, si fa tutto più complicato. E ci si domanda come mai l’imprenditore romano non abbia aspettato l’esito del comitato per decidere di dimettersi. La sensazione è che, per lui, a questo punto, non avesse più senso stare in un consiglio dove il suo ruolo era depotenziato, vista l’assenza di un comitato strategico. Tanto valeva quindi cedere la poltrona ad un altro esponente della sua lista e giocare magari la partita su altri tavoli, a partire da Mediobanca (primo azionista di Generali con il 12,78%) di cui l’imprenditore ha il 5,5% e con la Delfin di Leonardo Del Vecchio (suo alleato nella partita di Trieste) a ridosso del 20%.

Chi entra, Neri o Cirinà? L’altro interrogativo di queste ore è chi entrerà in cda al posto dell’ingegnere romano. In teoria toccherebbe a Roberta Neri, quarta non eletta nella lista di Caltagirone, indipendente ex ad di Enav ed ex cfo di Acea. Ma lo statuto Generali spiega che la sostituzione deve essere tra i candidati delle stessa lista appartenenti al medesimo genere. Subito dopo in lista c’è Claudio Costamagna (che non avrebbe però interesse a far parte del consiglio) e, a seguire, Cirinà. Nella lettura di Caltagirone, il top manager potrebbe essere l’uomo più adatto a ricoprire quel ruolo, date le sue competenze assicurative. Ma da Generali starebbero già preparando le carte per evitarlo, considerando la causa con il manager, licenziato dopo la scelta di candidarsi e la presentazione di un piano industriale alternativo.

Mani più libere sul titolo. L’altra lettura che circola sul mercato sulla mossa di Caltagirone è che ora, fuori dal cda, avrà libertà per muoversi sul titolo. In ballo c’è per esempio un’opzione su circa il 3% di Generali oggi di Caltagirone, che la controparte potrebbe esercitare comprando le azioni il prossimo 17 giugno nel caso in cui valessero meno dello strike-price di 18,5 euro. Venerdì, sulla notizia delle dimissioni il titolo era sceso ben sotto, a 17,8 euro (-1,98%). L’imprenditore ha subito smentito le ipotesi di dismissione, facendo sapere che la sua quota in Generali resta strategica. In ogni caso dopo aver eventualmente venduto (guadagnando) le azioni legate alle opzioni avrà la possibilità di ricomprare. Ma senza farlo sapere. (riproduzione riservata)

Minozzi: l’Ing. potrebbe salire ancora
di Andrea Deugeni
«Sono molto sorpreso e dispiaciuto, perché tutti contavamo su un accordo», è il commento a caldo sulle dimissioni di Francesco Gaetano Caltagirone rilasciato a MF-Milano Finanza da Romano Minozzi, azionista di Mediobanca (con lo 0,1%) e membro del patto di consultazione di Piazzetta Cuccia, ma che nell’ultima assemblea delle Generali ha appoggiato, a titolo personale e attraverso le sue Iris ceramica e Graniti Fiandre (complessivamente con lo 0,29%), la lista del costruttore capitolino. L’industriale ha fatto parte di un gruppo di imprenditori italiani che volevano una discontinuità nella governance della compagnia triestina. «Il titolo ha perso oltre il 2% e anche il mercato non ha accolto bene le dimissioni. C’era disaccordo sui comitati, ma non penso che Caltagirone ora venderà azioni, magari ne comprerà altre», aggiunge Minozzi che ricorda come molti industriali tricolori avevano creduto in questo progetto. «Assieme a Leonardo Del Vecchio, Caltagirone è uno dei migliori imprenditori del Paese. Mi dispiace quindi per il contributo che avrebbe potuto dare all’interno di una composizione gestionale del board. Anche se resta Flavio Cattaneo che è molto bravo», aggiunge l’imprenditore. «Tutti, anche la famiglia Benetton, si erano posti veramente l’obiettivo di trovare una ricomposizione a livello di governance. Come aveva anche sottolineato lo stesso Caltagirone dopo l’assemblea, era necessario che si fosse tenuto conto dell’opinione del 40% degli azionisti che avevano votato in un certo modo», conclude. (riproduzione riservata)
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