La marcia silenziosa

Quando nel novembre scorso Mario Draghi ed Emmanuel Macron firmarono il trattato del Quirinale, le tematiche bancarie non furono esplicitamente evocate. A molti osservatori però fu subito chiaro che una più intensa cooperazione tra Italia e Francia sarebbe passata anche attraverso una maggiore integrazione dei due sistemi finanziari. Obiettivo peraltro già ben chiaro a Palazzo Chigi. Lo dimostra il fatto che una delle prime decisioni dell’esecutivo Draghi fu quella di non esercitare il golden power sull’opa lanciata dal Crédit Agricole sul Creval. Pochi mesi dopo Euronext avrebbe completato l’acquisizione di Borsa Italiana, con il contestuale ingresso di Cassa depositi e prestiti nel gruppo a trazione franco-olandese. Forse però gli effetti dell’alleanza tra Roma e Parigi devono ancora manifestarsi pienamente.

Gli occhi sono puntati sull’Agricole che, attraverso la controllata italiana guidata da Giampiero Maioli, si sta mostrando particolarmente attivo. Dopo aver integrato il Creval, la banque verte ha fatto un’incursione su Banco Bpm, rastrellandone il 9,2% attraverso Jp Morgan. A stretto giro ha poi presentato una manifestazione di interesse per le attività bancassicurative di piazza Meda e ha rilevato – attraverso Amundi – il 5,2% di Anima Holding, storico partner del Banco nel risparmio gestito. Fonti vicine all’Agricole hanno liquidato quest’ultima operazione come un deal di trading senza finalità industriali. Sta di fatto che, in poche settimane, la banque verte ha aperto altri due fronti e nuovi colpi di scena potrebbero arrivare molto presto.

Che il Banco (terzo istituto di credito italiano per dimensioni) possa cambiare bandiera è oggi tema all’attenzione di politica e istituzioni, anche se Agricole è presente da decenni nel paese. Tutto ebbe inizio nell’autunno del 1989, quando l’intervento della banque verte consentì a Giovanni Bazoli di rompere l’assedio di Mediobanca al Nuovo Banco Ambrosiano. Qualche anno dopo fu ancora l’Agricole a fare da scudo di fronte a un nuovo assalto di Enrico Cuccia, cioè l’opa selettiva della Comit nel corso della quale i francesi offrirono una preziosa sponda a Bazoli. Ancora oggi molti ex dirigenti di Intesa ricordano bene la special relationship con l’Agricole, arrivata a piena maturazione al termine degli anni Novanta quando proprio un francese, Christian Merle, divenne co-amministratore delegato insieme a Lino Benassi e la simbiosi tra le due banche sembrava destinata a farsi sempre più stretta. Forse troppo stretta, se è vero che nella fusione con il Sanpaolo molti lessero un tentativo di arginare le ambizioni dei francesi.

Ma se separazione fu, proprio quell’accordo consentì ai francesi di consolidare una presenza diretta attraverso l’acquisto di Cariparma e Friuladria, che ancora oggi costituiscono il perno dell’Agricole in Italia. A distanza di 14 anni oggi il gruppo conta nella penisola (secondo mercato a livello globale) 92 miliardi di impieghi, 323 miliardi di depositi e fondi e 5,2 milioni di clienti. Grande attenzione va alle opportunità, come sono lì a dimostrare il salvataggio delle tre casse di Cesena, Rimini e San Miniato, l’opa sul Creval e il recente interessamento alla partita Carige. L’ipotesi di una business combination con il Banco peraltro non è nuova, essendo già stata studiata a fondo nell’autunno del 2020, quando però il cantiere si arenò su spinose questioni di governance e di rebranding. Oggi però il contesto è cambiato e le condizioni per arrivare alle nozze ci sono. Soprattutto perché, con un’operazione di questo genere, il Banco potrebbe sottrarsi agli appetiti di Unicredit. Già nei mesi scorsi piazza Gae Aulenti aveva allestito il lancio di un’opa, previsto intorno al 20 febbraio ma poi abortito. Fonti finanziarie suggeriscono però che, almeno nel breve termine, la banque verte non compirà altri passi nel capitale del Banco e che, se mai ci sarà, un’offerta pubblica non risulta imminente. Certo nel medio-lungo termine l’alleanza ha alte probabilità di sfociare in un’integrazione. In quel caso lo scenario più plausibile è che Agricole acquisisca la maggioranza del Banco, facendovi confluire tutte le attività italiane (oggi controllate da Crédit Agricole Italia).

Nel frattempo Parigi ha messo nel mirino anche le attività bancassicurative di piazza Meda. Nel piano industriale varato alla fine dello scorso anno il ceo di piazza Meda Giuseppe Castagna aveva annunciato un percorso di internalizzazione delle fabbriche prodotto assicurative sulla falsariga di quanto fatto da Intesa Sanpaolo. Coerentemente con quegli annunci, la banca ha appena deciso di esercitare l’opzione di acquisto sull’81% di Bipiemme Vita, la joint venture bancassicurativa con Covéa, per un costo stimato di 310 milioni mentre l’analoga alleanza con Cattolica scadrà nel 2023. L’uscita allo scoperto di Agricole ha però spinto il Banco a organizzare un processo competitivo aperto anche ad Axa, Allianz e Generali. L’obiettivo è quello di concedere un’esclusiva entro la fine dell’estate e non vi è dubbio che l’Agricole, da primo azionista di piazza Meda e socio di Agos Ducato, si trovi in una posizione di vantaggio.

Se la banque verte vincesse la partita delle polizze, un ostacolo rilevante sulla strada di un’integrazione sarebbe però rappresentato dal wealth management. Anima vede oggi in piazza Meda non solo uno dei principali clienti, ma anche il primo socio con una quota del 19,4%, ben superiore al 10,4% detenuto dalle Poste. I due contratti che legano Banco e Anima coprono un arco temporale quasi ventennale, arrivando a scadenza rispettivamente nel 2037 e nel 2038. Più nel dettaglio, per quanto attiene agli accordi assicurativi, l’esclusiva vale a prescindere dai partner assicurativi della banca, mentre per i fondi non è previsto un vincolo sulla distribuzione (lo vieta la Mifid), ma ci sono comunque quote minime da rispettare sullo stock di gestito rispetto a terzi e numerose clausole cosiddette di «accordo preferenziale». Un’eventuale aggregazione tra il Banco e l’Agricole (che ha Amundi come fabbrica interna) finirebbe insomma per creare una spinosa sovrapposizione di attività. Cosa potrebbe fare Parigi? Per esempio mantenere gli accordi con Anima fino a scadenza oppure interromperli unilateralmente aprendo un contenzioso. O, da ultimo, lanciare un’offerta pubblica. Per ora Agricole si è limitato a comprare attraverso Amundi il 5,2% dell’asset manager milanese, diventandone così il terzo azionista alle spalle di Banco e Poste.

Se questi sono i fronti aperti sinora, c’è un attore che potrebbe presto piombare sulla scena, Mps. Come riportato da MF-Milano Finanza, Anima è disponibile ad aderire all’imminente aumento di capitale della banca senese ma chiede in cambio una rinegoziazione dell’accordo commerciale che potrebbe essere allungato e rafforzato. La mossa risponde a considerazioni opportunistiche ma, si domanda qualche analista finanziario, cosa accadrebbe se nei prossimi 12-24 mesi Anima diventasse francese? A quel punto l’Agricole sarebbe a tutti gli effetti un candidato naturale alla privatizzazione di Siena, che il Tesoro dovrà plausibilmente rimettere in pista nel corso del 2023. Sebbene non ci siano ancora dossier aperti, è naturale chiedersi se sia questo uno degli scenari contemplati dal trattato del Quirinale. Occorre però ricordare che, se l’ipotesi potrebbe contare su alcuni indubbi punti di forza industriali, non mancherebbero i detrattori. A partire dalle grandi banche italiane, preoccupate dall’idea di dover competere alla pari con il gigante francese sul mercato domestico. (riproduzione riservata)
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