Generali dribbla Russia e cda

LA COMPAGNIA CHIUDE IL TRIMESTRE CON UTILE IN CALO A 727 MILIONI MA VA OLTRE LE ATTESE
di Anna Messia
Gli scontri per la governance di Generali che non accennano a placarsi non hanno avuto impatto sui risultati industriali della compagnia. Il gruppo assicurativo ha chiuso il primo trimestre dell’anno con un utile netto di 727 milioni. Un dato che è in calo (-9,3%) rispetto agli 802 milioni dello stesso periodo dello scorso anno, ma il rallentamento è dovuto esclusivamente alle svalutazioni delle attività in Russia che hanno pesato per 136 milioni. Senza quelle, l’utile netto del gruppo assicurativo guidato da Philippe Donnet sarebbe cresciuto a 863 milioni. Numeri che si sono tra l’altro rivelati superiori alle attese degli analisti sia in termini di risulto netto sia per le svalutazioni della Russia che hanno avuto un impatto più contenuto del previsto e questo spiega la crescita titolo Generali che ieri ha chiuso la seduta in crescita dell’0,5% dopo essere arrivata a guadagnare più dell1% in una giornata fiacca per le borse. Anche se, va chiarito, la perdita legata al business a Mosca potrebbe ancora allargarsi. Se la quota in Ingosstrakh, compagnia russa di cui Generali detiene il 38,5%, già svalutata di circa 200 milioni, fosse del tutto azzerata ci sarebbe un ulteriore impatto di 126 milioni, ha spiegato il cfo Cristiano Borean al mercato. E non solo. «Per i titoli di stato russo, che paghiamo in valuta euro o dollaro, abbiamo una quota residua che se fosse azzerata porterebbe a un impatto di ulteriori 37 milioni», ha aggiunto chiarendo che in tutto si parlerebbe quindi di ulteriori 163 milioni di euro di write-off dopo i 136 milioni dei primi tre mesi dell’anno. Una cristalizzazione definitiva dei valori e delle svalutazioni ci sarà però solo con la semestrale e per ora la quota di Ingosstrakh resta congelata ed è considerata puramente finanziaria. Sul futuro, a pesare, sono anche le incertezze legate all’inflazione e alla riprese dei sinistri con il Combined Ratio già salito al 90,4% (+2,4 punti), ma il gruppo ieri ha confermato gli obiettivi del piano presentato a dicembre che, tra le altre cose, prevede dividendi compresi tra 5,2 e 5,6 miliardi.

Resta poi il nodo governance con lo scontro aperto in cda e i consiglieri espressione della lista di minoranza (Francesco Caltagirone, Flavio Cattaneo e Marina Brogi) che, in polemica per la scelta della compagnia di non prevedere un comitato per le operazioni strategiche, hanno deciso di fare un passo indietro da tutti i comitati endoconsiliari. A tentare di sbrogliare la matassa dovrà essere a questo punto il comitato nomine, guidato dal presidente di Generali, Andrea Sironi, comitato che appositamente convocato dovrà predisporre una proposta in merito, alla luce del benchmark di mercato. Ad oggi però non c’è traccia di una possibile soluzione e neppure della convocazione di un nuovo consiglio di amministrazione mentre gli analisi, che hanno promosso i conti Generali, hanno fatto notare come la compagnia «stia andando eccezionalmente bene e non sembri risentire delle controversie del consiglio», hanno scritto da Jeffries dove sul titolo hanno raccomandato hold (tenere). Mentre da Jp Morgan, dove su Generali hanno consigliato di sovrappesare (overweight) le azioni e fissato un prezzo obiettivo a 21 euro, hanno sottolineato che anche il Solvency II ratio della compagnia ha superato ampiamente le aspettative di consenso. In più, «dopo la recente incertezza relativa alla gestione e alla composizione del consiglio», hanno previsto «una sovraperformance delle azioni». Ma la pace non è ancora arrivata, con le autorità di controllo che seguono da vicino la vicenda con le armi spuntate. Il motivo? Sui comitati endoconsiliari, mancano sia norme primarie sia regolamenti. (riproduzione riservata).

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