Delfin al bivio su Mediobanca

ENTRO LUGLIO DEL VECCHIO DECIDERÀ SE SUPERARE O MENO IL 20% IN VISTA DELL’ASSEMBLEA
di Luca Gualtieri
Se finora i numeri hanno dato ragione alla strategia del top management, la governance di Mediobanca rimane in bilico. Leonardo Del Vecchio deciderà entro luglio se mantenersi sotto la soglia del 20% oppure avviare le procedure per superarla in tempo utile per l’assemblea del 28 ottobre.

Nel quartier generale di Delfin, la holding che custodisce il 19,4% di piazzetta Cuccia, non è stata ancora presa alcuna decisione, ma da qualche mese sarebbero in corso approfondite valutazioni. Tanto più che proprio le prossime settimane potrebbero rivelarsi il momento ideale per inoltrare il filing alla Bce e avviare l’iter autorizzativo legato alle qualifying holdings che solitamente occupa 60 giorni, con possibile proroga di un ulteriore mese. Seguendo questa tabella di marcia un’autorizzazione potrebbe teoricamente arrivare entro l’assemblea. Sia chiaro: all’ordine del giorno dell’assise non dovrebbero esserci temi particolarmente caldi, anche perché l’attuale board presieduto da Renato Pagliaro arriverà a scadenza solo nel 2023, ma la scadenza sarà comunque sensibile. Non è detto però che Delfin scelga di salire, non solo perché la holding potrebbe scegliere un approccio meno muscolare alla partita ma anche perché il via libera della Bce non è scontato. Nell’ambito dell’ultima istruttoria, per esempio, Del Vecchio era stato autorizzato a superare il 10% come investitore finanziario, soggetto cioè che, pur prendendo parte alla vita societaria della partecipata, non è interessato a esercitare funzioni di controllo. Risulta tuttavia difficile immaginare che quella qualifica possa essere confermata anche dopo il superamento del 20%. Intanto, ieri Mediobanca ha annunciato i conti del primo trimestre, chiuso con profitti per 190,1 milioni (erano 193,3 milioni un anno fa), rispetto alle attese del consenso Bloomberg di 170,4 milioni. Il margine di intermediazione ha chiuso a marzo a 687,7 milioni (667,8 milioni un anno prima), i costi sono saliti da 314,5 milioni a 324,3 milioni, mentre il risultato lordo per 245,5 milioni si confronta con i 291,1 milioni del primo trimestre 2021. L’indice di solidità patrimoniale Cet 1 ratio phase-in si è assestato al 15,3%. L’indicatore, spiega Mediobanca, include un payout cash pari al 70% dell’utile netto riportato e sconta l’intero impatto del programma di acquisto di azioni proprie avviato a dicembre. Il ceo Alberto Nagel durante la presentazione dei risultati si è soffermato anche sul dossier Generali: «La partecipazione che Mediobanca detiene nel Leone (17,2% fino alla scadenza del prestito titoli che a giugno riporterà la quota al 12,9%) svolge un ruolo importante per piazzetta Cuccia perché è un rischio decorrelato da quello bancario». «Questo non vuole dire», ha ribadito Nagel, «che non monitoriamo eventuali possibilità sul mercato ma non ci sono colloqui aperti per cambiare lo status quo». Il banchiere ha del resto spesso ventilato operazioni di m&a nel risparmio gestito pagate con azioni Generali.

I target? Gli analisti guardano a Mediolanum che, malgrado le ripetute smentite di Massimo Doris, rimane un’opzione credibile. Ma non si escludono altri obiettivi, come Azimut o Anima, mentre un blitz su Banca Generali viene ritenuto meno probabile specie dopo il tentativo andato a vuoto lo scorso anno, proprio per la contrarietà di Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. (riproduzione riservata)
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