Attacco in grande stile a Tether

LA CRIPTO TERRA-LUNA COSTRETTA A CHIUDERE I BATTENTI DOPO L’ASSALTO RIUSCITO A UST
di Marcello Bussi
È arrivato il momento Soros per le criptovalute. Quello che sta accadendo in questi giorni ricorda lo storico 16 settembre 1992, quando lira e sterlina furono costrette a uscire dallo Sme, il Sistema monetario europeo a seguito dell’attacco speculativo del fondo Quantum di George Soros. Oggi non si tratta di spingere la lira oltre la fascia di oscillazione consentita dallo Sme, bensì di spezzare il rapporto di parità col dollaro delle stablecoin, ormai diventate l’architrave di tutto il sistema delle criptovalute.

Si è cominciato nei giorni scorsi con Ust, la stablecoin legata alla cripto Terra-Luna. Un gioco semplice, visto che Ust è un pesce piccolo, che ha come garanzia ultima non asset della finanza tradizionale ma il bitcoin. Sotto gli attacchi di non si sa chi (i fondi BlackRock e Citadel hanno smentito il loro coinvolgimento), due giorni fa Ust è sprofondato a 0,30 dollari. Mentre Terra-Luna si è letteralmente disintegrata. Una volta scesa a 0,01345 dollari (dagli 81,2 dollari di una settimana prima), la relativa blockchain è stata bloccata, il che equivale alla morte di TerraLuna. Eliminato il pesce piccolo, ieri è stato tentato l’attacco al pesce più grosso di tutti: Tether, la stablecoin che vanta una capitalizzazione di 82,5 miliardi di dollari. Un attacco che ha fatto tremare l’intero settore cripto, che in 24 ore ha bruciato 200 miliardi di dollari di capitalizzazione. Tether dichiara di detenere l’84,7% delle riserve in contanti e mezzi equivalenti, altri depositi a breve termine e commercial papers. Di questo 84,7%; il 52,4% in buoni del Tesoro Usa; il 36,68% in commercial papers e certificati di deposito; il 6,36% in contanti e in depositi bancari e il 4,55% in money market funds. Poi c’è il 4,61% del totale in Obbligazioni societarie, fondi e metalli preziosi; il 5,27% in prestiti garantiti (nessuno per entità affiliate), mentre il 6,38% viene indicato come «altri investimenti», comprese le criptovalute. La composizione delle riserve è stata certificata lo scorso 31 dicembre 2021 dalla società di auditing Mha Cayman, con sede alle isole Cayman, non certo una delle gradi agenzie di rating, tipo Standard& Poor’s. Qualcuno, in puro stile Soros, ha deciso che è venuto il momento di vedere le carte e così ieri è partito l’attacco a Tether.

In mattinata Tether è sceso fino a 0,9485 dollari. Il cto Paolo Ardoino ha subito assicurato via Twitter che la società ha fatto fronte a riscatti per 300 milioni di dollari «senza versare una goccia di sudore». A fine giornata i riscatti dichiarati da Tether sono stati pari a 2 miliardi di dollari, tutti onorati. In effetti Tether è risalito a 0,9967 dollari.

Nei momenti più concitati della battaglia, Ardoino ha detto che la stablecoin ha «tonnellate» di titoli di Stato Usa (si pensa siano fra i 35 e i 40 miliardi di dollari) ed è pronta a venderli pur di recuperare la parità col dollaro. Poco più tardi il Financial Times gli ha chiesto chi custodisca questi titoli di Stato Usa. Ecco la risposta: «Si tratta di un’informazione privilegiata, non divulghiamo la nostra salsa segreta. Le nostre controparti non sono pubbliche. Non siamo una società per azioni. Quindi teniamo queste informazioni per noi, ma stiamo lavorando con molte grandi istituzioni nello spazio finanziario tradizionale».

Poiché Tether viene usato in molti degli scambi che avvengono nelle borse di criptovalute, è chiaro che attaccarlo equivale a minare le fondamenta di tutto il settore. Il Bitcoin, dopo aver toccato un minimo di giornata a 26.350 dollari, nella serata di ieri era in calo del 2,6% a 29.251 dollari. In una settimana ha perso il 21,3%. (riproduzione riservata)

IL MONITO DELLE BANCHE CENTRALI, CHE SPINGONO PER PIÙ REGOLAMENTAZIONE E CBDC
Allarme fuga dalle stablecoin
di Francesco Ninfole
Le stablecoin hanno rivelato negli ultimi giorni la loro natura assai poco stabile. Il rischio di corsa ai riscatti, con possibilità di perdere valore, è stata da tempo evidenziata dalle autorità monetarie globali. Da ultimo la Fed ha osservato nel rapporto sulla stabilità finanziaria che le stablecoin «sono vulnerabili a corse ai riscatti» e «mirano tipicamente a essere convertibili alla pari in dollari, ma sono sostenute da attività che possono perdere valore o diventare illiquide in caso di stress. Di conseguenza, devono affrontare rischi di rimborso». Queste vulnerabilità, per la banca centrale Usa, «possono essere aggravate dalla mancanza di trasparenza sulla rischiosità e sulla liquidità delle attività a garanzia». Proprio ieri Tether si è rifiutata di dare dettagli sugli asset che proteggono il valore della valuta digitale.

Inoltre, ha osservato la Fed, «il crescente utilizzo delle stablecoin per soddisfare i requisiti di margine per il trading con leva di altre criptovalute può amplificare la volatilità della domanda di stablecoin e aumentare i rischi di riscatto». I pericoli vanno oltre le perdite per singoli risparmiatori e si estendono alla stabilità finanziaria, coinvolgendo quindi anche soggetti che hanno investito in altri asset. La Fed ha osservato che il valore aggregato delle stablecoin «è cresciuto rapidamente nell’ultimo anno a più di 180 miliardi di dollari complessivi». Il settore però è altamente concentrato: i tre maggiori emittenti (Tether, Usd Coin e Binance Usd) pesano per l’80% del totale.

Al momento i valori, seppure alti in senso assoluto, sono una piccola parte del settore finanziario e quindi anche i rischi sono contenuti, come ha detto ieri la segretaria al Tesoro americano Janet Yellen. Ma il potenziale di crescita è elevato, soprattutto se nel comparto dovessero entrare big tech come Facebook. Perciò occorre che la regolamentazione si muova prima dell’ulteriore espansione, evitando di ripetere l’errore fatto con i subprime. Lo ha ricordato nei giorni scorsi il membro del comitato esecutivo Bce Fabio Panetta, che già nel novembre del 2020 aveva avvisato: «Per i depositi bancari la credibilità della convertibilità alla pari in moneta contante si fonda sul regime di assicurazione dei depositi, sulla normativa finanziaria e sull’attività di vigilanza prudenziale. Il valore della moneta elettronica è invece protetto dall’obbligo di depositare presso terzi i fondi della clientela. Questi meccanismi di tutela potrebbero non applicarsi alle stablecoin, che possono quindi risultare particolarmente vulnerabili al rischio di corsa ai riscatti». La fuga può essere legata a un calo del valore delle attività di riserva o anche solo a sfiducia verso l’emittente. La necessità di far fronte ai riscatti può poi obbligare l’emittente della stablecoin a liquidare le attività di riserva, innescando effetti di contagio sul sistema finanziario. Nei giorni scorsi Panetta ha ricordato che, nonostante il nome faccia pensare alla stabilità, un terzo delle stablecoin introdotte negli ultimi anni è scomparso dal mercato.

Le criptoattività hanno portato un forte stimolo all’innovazione nei pagamenti, ma la regolamentazione (così come la tassazione) è quasi del tutto assente, in attesa della partenza del regolamento Ue Mica (Markets in Crypto-Assets). Le banche centrali stanno rispondendo anche con i lavori sulle Cbdc (Central bank digital currency). In tal senso ieri la Bce ha pubblicato uno studio sull’euro digitale, che ha confermato che i rischi per il sistema bancario possono essere gestiti attraverso limiti all’utilizzo della Cbdc. (riproduzione riservata)

Tutele per i cripto-investitori, prima che perdano i loro soldi

di Angelo De Mattia
È da circa due anni che l’esigenza della regolamentazione e del controllo delle criptovalute, nonché, più in generale, del Fintech è all’ordine del giorno, ma senza che si siano realizzati finora significativi progressi. Il primo a insistere su questa necessità e a continuare a farlo è stato il presidente della Consob, Paolo Savona sottolineando anche gli aspetti del bisogno di avanzate conoscenze in materia tecnologica nonché di obblighi di trasparenza – quantomeno di informativa al supervisore – per accedere, ai fini dei controlli, nelle blokchain.

La caduta, in queste settimane, del bitcoin, la costituzione della piattaforma Binance, il lancio delle Sandbox, come spazio semplificato di regolamentazione di imprese fintech, e i dibattiti in corso nel Salone del Risparmio hanno riproposto l’urgenza di agire. Tuttavia non si può sottacere che da tempo, a fasi alterne, si manifesta consapevolezza di questa necessità, ma, dopo un po’, l’argomento passa in secondo piano per essere ripreso quando si manifesta, come per le vicende testè indicate, un caso che rende doveroso riprendere in esame l’argomento. Finora, l’unica concreta misura adottata è stata quella di avvertire il pubblico in generale e, in specie, coloro che operano nel campo delle criptovalute, dei rischi che essi corrono per le oscillazioni delle quotazioni, per la mancanza di un’adeguata trasparenza, per l’assenza di specifiche regole e vigilanza, ma distinguendo tra le diverse forme delle «cripto» che sono denominate valute, pur non potendosi dire tali, meglio allora definibili come «cripto-asset». In alcuni Paesi l’operatività nel settore è stata considerata illegittima; in un altro, il Salvador, il bitcoin è stato elevato al rango di moneta legale, accanto al dollaro. Negli Usa è evidenziato il carattere fortemente speculativo di questi asset e sono stati avviati passi per una regolamentazione.

A livello europeo sono in predisposizione su tutta la materia della finanza digitale, con le sue connessioni, tre regolamenti, ricordati dal commissario Consob, Paolo Ciocca, Ma si prevede che essi saranno varati non prima di due anni. E, allora, si resta in inoperosa attesa, nel frattempo? Istituendo, come è stato fatto per i «cripto» asset, un registro di chi opera nel settore, senza farne discendere alcuna conseguenza in termini di accesso, obblighi, norme, controlli? O non sarebbe più giusto riprendere quei concetti a suo tempo espressi anche da Savona secondo i quali, in mancanza di misure comunitarie, si dovrebbe provvedere, data la necessità e urgenza per la tutela dei risparmiatori e degli investitori, a livello nazionale da parte di Governo e Parlamento?

E’ stato ricordato che Germania e Francia hanno già emanato norme sul Fintech, rispondendo così alla mancanza di una disciplina comunitaria. Non è la prima volta che in Italia, in presenza di innovazioni nel campo finanziario, si constatano vuoti normativi, anche se i fenomeni del passato erano di minore rilevanza rispetto a quelli ora in questione. Accadde per i fondi comuni, per i titoli atipici e altre attività finanziarie extra-bancarie, negli anni Ottanta del secolo scorso, nel periodo non lungo, per la verità, in cui l’operatività in questi investimenti non era disciplinata da norme specifiche e controlli che, comunque, poi sopravvennero. Ora occorrerebbe trarre anche da quei casi i necessari insegnamenti e agire, senza ulteriori indugi; per evitare che si debba a un certo punto giocoforza intervenire, ma con il rischio dei «buoi ormai fuggiti dalla stalla».

Vi è nella nostra Costituzione un articolo, il 47, sulla tutela del risparmio frequentemente citato, ma dal quale non si traggono, spesso, con il necessario rigore le conseguenze applicative che si imporrebbero. (riproduzione riservata)
Fonte: logo_mf