Orsi & tori

di Paolo Panerai
Dunque, l’Italia dal 23 aprile ha un cittadino in più. Un cittadino autorevole, potente, con un nome francese e un amore dichiarato per Venezia e per tutta l’Italia. Lo ha dichiarato lui stesso, Philippe Donnet, ceo di Generali, in una inconsueta lettera al Corriere della Sera, pubblicata come un editoriale nella pagina 34 di domenica 16 maggio. Scrive, fra l’altro, Donnet: «Una città, quella lagunare (dove vive, ndr), di cui Generali porta con orgoglio il simbolo, il Leone di San Marco, e di cui io condivido personalmente, come cittadino italiano e francese, i valori di europeità, internazionalità, apertura al mondo…». E poi, dopo molte righe: «… A livello europeo, il settore assicurativo dispone di 11 mila miliardi di euro di masse gestite (Generali supera 660 miliardi di euro): è una potenza di fuoco enorme, che una legislazione attenta e una regolazione oculata possono far convogliare sulla grande visione dell’Europa disegnata dall’attuale Commissione…».

Insomma, una vera avance in nome di Generali ma anche di tutto il settore assicurativo europeo per cooperare al rilancio dell’economia europea e quindi italiana. Sicuramente un nobile proposito da franco-italiano o un italiano francese, che fa sorgere una domanda inevitabile: Ma che cosa c’è dietro questa lettera, al di là delle parole, chiare, felpate e pregne di sentimento di Donnet?

C’è l’ennesimo capitolo della storia di potere di quella che per decenni è stata la corazzata del sistema economico italiano, ancorché nata a Trieste come Assicurazioni Austro-Italiche nel 1916, e per lunghissimi anni appendice di Mediobanca per volontà di Enrico Cuccia.

A scatenare questo nuovo capitolo è stato, il più grande palazzinaro di Roma, nonché padrone del Messaggero e di altri tre giornali, incluso Il Gazzettino di Venezia. Francesco Gaetano Caltagirone, detto Franco, è già da anni che accumula azioni di Generali, finora in sintonia con Leonardo Del Vecchio ma, nel passato, anche di Mediobanca, che resta il maggior azionista del Leone di Venezia. Qualche settimana fa Caltagirone ha fatto sapere che non è d’accordo a far parte del concerto per rinnovare il consiglio, i cui candidati sono indicati dallo stesso consiglio d’amministrazione. Per impedire la riconferma di Donnet? Per poter avere dal consiglio una delega diretta o indiretta sulla gestione dell’enorme patrimonio immobiliare della compagnia triestina, oppure per dare nuovo slancio al moloch che per anni ha covato uova di pietra, celiando una famosa frase di un suo storico presidente, il senatore Cesare Merzagora, parlando di Montedison? Sia come sia, la corsa al comando delle Generali è partita e quasi sempre ha incrociato personaggi italiani con personaggi francesi.

Nella storia delle Generali non è assolutamente una novità. Per non risalire all’inizio dell’altro secolo, si può partire dai primi anni 70. Presidente era il senatore Merzagora, presidente anche del Senato, ed ex alto dirigente della Comit ai tempi del presidente storico, Raffaele Mattioli, in buona compagnia di Giovanni Malagodi, successivo segretario politico del Pli, dell’ex giornalista del Messaggero Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca, e di Ugo La Malfa, ex segretario del Pri.

I rapporti fra Cuccia e Merzagora non erano più buoni e infatti, quando si trattò di dover redistribuire il consistente pacchetto azionario di Generali posseduto da Montedison, essendo la stessa sotto la giurisdizione di Cuccia, quelle azioni furono dirette a Torino, non solo verso gli Agnelli ma anche verso i cugini Camillo Debenedetti, già significativo azionista di Generali attraverso la moglie Isa Corinaldi di Padova, e Carlo De Benedetti (non è un errore il De staccato, perché l’Ingegnere fu registrato così all’anagrafe dai genitori per scongiurare la sua identità ebraica durante le persecuzioni). Camillo aspirava da sempre a diventare presidente delle Generali e il cugino Carlo, in stretti rapporti con gli Agnelli, gli teneva bordone, come mi raccontò lui stesso nel nostro primo incontro nella sede di Flexider, la società fondata dal padre Rodolfo e con uffici all’inizio dell’autostrada Torino-Milano. «Camillo diventerà presidente e io entrerò nel comitato esecutivo», mi disse, mentre Camillo cortesemente evitò qualsiasi contatto. Era successo che la quota consistente di Generali ex Montedison, Cuccia la aveva destinata alla finanziaria lussemburghese Euralux, posseduta dagli Agnelli, in parte dai cugini Camillo e Carlo, in parte da Mediobanca e infine dalla Banca Lazard.

Al ritorno da Torino facemmo su Panorama il provocatorio titolo «Generali di Torino» invece che di Trieste. Questo era il progetto, ma, prendendo spunto da quel titolo, Merzagora, che nel programma avrebbe dovuto lasciare la presidenza, riuscì a erigere le barricate da Trieste a Milano. Il disinvolto Carlo De Benedetti mi aveva svelato anzitempo il piano. In difesa di Merzagora prese la lettera 22 Eugenio Scalfari, che nella polemica arrivò a chiamare Giovanni Agnelli «Avvocato di panna montata».

Merzagora resistette fino al 1979. Da quel momento la presa di Mediobanca su Generali è stata pressoché totale e ininterrotta. A Merzagora succedette Enrico Randone, fino al ’91. Al vertice arrivò come amministratore delegato Alfonso Desiata, un fisico-matematico laureatosi alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa: un vero assicuratore, che concepì l’espansione in Francia, acquisendo il 40% di Axa Midi. Ma quando Desiata stava per conquistare la maggioranza di una parte di quello che è oggi il secondo gruppo assicurativo francese, fu fermato con la giustificazione che doveva essere acquistata l’Ina.

Allora, era facile per Mediobanca cambiare presidente perché la nomina era a cadenza annuale, una regola in mano per Mediobanca per comandare senza limiti e per trarre da Generali significative commissioni per varie operazioni che venivano proposte a Trieste o di cui Mediobanca era inequivocabilmente advisor.

Un ruolo importantissimo, fin dalla nascita di Euralux, lo ha esercitato su Generali Antoine Bernheim, uno dei leader della Lazard di Parigi, che aveva appoggiato l’espansione in Francia, ma che successivamente aveva sostenuto il tentativo di Vincent Bolloré di conquistare le Generali. Dovette intervenire il governatore della Banca d’Italia di allora, Antonio Fazio, che schierò non solo la partecipazione del Fondo pensioni di Bankitalia in Generali, ma mobilitò altre forze, fra cui Banca di Roma gestita da Cesare Geronzi e Pellegrino Capaldo e Unicredit gestito da Alessandro Profumo.

Ma Bernheim, che era in rotta con Lazard ed era stato nominato presidente di Alleanza Assicurazioni, nel 1999 ruppe con Cuccia, sempre controllore assoluto di Generali, a causa del fallimento dell’opa lanciata su Assurances générales de France.

Ma il peso dei francesi su Generali non si è mai azzerato e alla morte di Cuccia Bernheim tornò alla presidenza del Leone di Trieste, finché alla presidenza di Generali salì Cesare Geronzi, che dopo aver ereditato la posizione che fu di Cuccia in Mediobanca arrivò come presidente proprio alle Generali nel marzo del 2010.

E con Geronzi a Trieste entrò in crisi la sudditanza di Generali nei confronti di Mediobanca.

Da piazzetta Cuccia, con regolare periodicità mensile, arrivava un dirigente per chiedere mandati alle Generali e per proporre operazioni al Leone di Trieste. Una sorta di sudditanza molto redditizia. La prima volta che il dirigente di Mediobanca comparve a Trieste con Geronzi presidente fu invitato a pranzo dallo stesso presidente e dal direttore generale. Al ritorno in ufficio Geronzi fece una mossa dura, mandando a dire attraverso il direttore generale che il dirigente di Mediobanca poteva tornare a Milano perché erano emerse dopo il pranzo attività più urgenti. Dopo 11 mesi di presidenza a Trieste, Geronzi si dimise.

Per rivedere un forte manager italiano alla guida di Generali occorre attendere la nomina ad amministratore delegato di Mario Greco nel 2012. Ha resistito fino al 2016, facendo fare alla compagnia un ottimo passo in avanti. Ma il dominio di Mediobanca gli ha consigliato di andare a fare il ceo della svizzera Zurich, che ha portato a livelli altissimi, passando la poltrona a Donnet.

Generali in tutti questi anni, avendo perso il treno Axa, se non in assoluto sicuramente in senso relativo ha perso terreno rispetto ad Allianz, numero uno in Europa e non solo, e rispetto anche alla stessa Axa, seconda dopo Allianz.

Ora è iniziata, per la mossa del più grande palazzinaro romano, il redde rationem. Che non riguarda soltanto i maggiori azionisti con in testa sempre Mediobanca, seguita da Leonardo Del Vecchio, che è anche il maggior azionista di Mediobanca, e appunto Caltagirone.

Non è una vicenda di poco conto per l’Italia, per il mercato assicurativo, per gli investimenti in Italia, con quei 660 miliardi ricordati da Donnet. Quindi, come MF ha chiesto per la penna di Roberto Sommella giovedì 20 maggio, ci sono almeno 10 interrogativi a cui le autorità di governo e di controllo devono rispondere se considerano Generali, come devono considerarla, alla stessa stregua di Donnet: cioè molto importante ai fini dello sviluppo dell’economia italiana e dall’Italia, internazionale.
Non è accettabile assistere al balletto in atto che vede azionisti significativi, direttamente come Caltagirone, o direttamente e indirettamente (per la quota in Mediobanca) come Del Vecchio, che si stanno muovendo, non è chiaro, se coordinati, scoordinati; se con l’ambizione di escludere Mediobanca o, da parte di Del Vecchio, di usare il peso in Mediobanca per comandare da solo in Generali.

Qui, signori, non si sta parlando della libertà del mercato, che non può essere in discussione. Qui si sta parlando della più grande multinazionale italiana, che per anni è stata strumento di potere, dell’unica banca d’affari italiana, gestita con correttezza dal lato economico (a Cuccia il denaro non è mai interessato), ma distorcente il mercato o almeno ostacolo a una vera creazione di un mercato finanziario in Italia. Alberto Nagel, da quando è amministratore delegato, ha fatto fare a Mediobanca passi enormi in avanti verso un ruolo consono al mercato internazionale. In Generali, un presidente come Gabriele Galateri, che definire corretto è poco, ha garantito per quanto possibile una governance rispettabile. Ma il nodo va sciolto ed è legittimo che il presidente Mario Draghi, il ministro Daniele Franco, la Consob si occupino di questo moloch che può essere davvero produttivo per il Paese che ha bisogno di tutto per rilanciarsi.

C’è stato un momento in cui Generali poteva coordinarsi con Intesa Sanpaolo, la più redditizia banca d’Europa. Pur conoscendo il contesto, l’ad Carlo Messina aveva lanciato il progetto. Non fu raccolto e fu ostacolato, come se in Francia Bnp Paribas non avesse una forma di collaborazione e coerenza con l’azione di Axa.

A parte la necessità, appunto, di una strategia Paese dei pochi grandi gruppi italiani, nella finanza, nella banca, nelle assicurazioni, nell’industria, c’è, nel caso di una compagnia di assicurazioni che ha una vasta e brillante attività di gestione del denaro grazie alle elevatissime qualità professionali dell’ad di Banca Generali, Gian Maria Mossa, un dovere in più: quello verso gli assicurati. Perché, Gentile Signore o Monsieur Donnet, siamo sicuri che questo dovere lei lo conosca e lo rispetti, ma, come lei stesso ha detto, quei 660 miliardi di euro di asset possono e devono, provenendo dagli assicurati, essere impiegati per i profitti della compagnia, ma anche appunto per il Paese e l’Europa, vista la sua professione trasparente di europeismo. Ma tutto ciò non può avvenire se non si chiarisce subito il campo degli assetti di controllo e di comando.

Il rinnovo del consiglio d’amministrazione avverrà fra un anno. Non si può assolutamente accettare un tempo così lungo di lotte o confronti per definire chi comanda e comanderà, con quali programmi, con quali obiettivi. Quindi, come in una partita a scacchi, lei ha fatto una mossa importante. La partita però non può durare un anno. Quando una società è delle dimensioni delle Generali, è un bene di tutto il Paese dove ha le sue radici e il suo comando. Spieghi quindi a tutto il Paese, dopo avere evocato il peso di 660 miliardi di asset, qual è il suo programma, oltre l’amore per Venezia e la passione per il vino e le foreste dove crescano le querce per fare le barriques. Sarà un piacere ascoltarla e ciò metterà gli azionisti in condizione di dover chiarire essi stessi cosa intendono fare. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai

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