In bilico il patto Mediobanca

di Luca Gualtieri
Le indiscrezioni circolate dopo l’annuncio dell’uscita di Fininvest dall’azionariato di Mediobanca hanno trovato conferma. È Leonardo Del Vecchio il compratore del 2% messo in vendita lunedì 17 dalla holding della famiglia Berlusconi. L’acquisto è stato annunciato ieri dalla Consob, in anticipo di qualche giorno quindi rispetto al termine previsto dalla legge. La quota è transitata attraverso Unicredit, che con Del Vecchio ha un rapporto di lunga data, come dimostrano i finanziamenti concessi a Delfin nell’ambito della scalata a Mediobanca. Con questo balzo Mister Luxottica si è posizionato così al 15,4%, a pochi punti percentuali dalla soglia del 20% che la Bce ha permesso a Delfin di raggiungere con l’autorizzazione dello scorso anno. La mossa dimostra una volta di più che gli assetti proprietari di Piazzetta Cuccia sono in profonda evoluzione. Se da quasi due anni Del Vecchio sta rastrellando titoli dell’istituto milanese, lo storico socio francese Vincent Bolloré è sceso ormai al 2,1% e Fininvest è appena uscita di scena. L’accordo di consultazione che nel 2019 ha rimpiazzato il vecchio patto di sindacato si è assottigliato così al 10,6% e, anche se è presto per fare previsioni, qualche socio ipotizza che alla scadenza di fine anno potrebbe essere smontato. Si vedrà quale sarà l’orientamento degli azionisti, anche alla luce del fatto che il rinnovo potrebbe essere tacito. Già nel rinnovo del 2018 del resto i paletti del patto light erano stati allentati. L’accordo consentiva infatti agli aderenti di vendere e acquistare azioni senza preventiva autorizzazione. Un modo per avere le mani libere e movimentare le quote in assenza dei vincoli del passato. Tant’è che non sono mancate defezioni eccellenti come quella di Unicredit che nell’autunno del 2019 ha ceduto sul mercato il suo 8,4%. Con l’uscita di Fininvest oggi l’accordo è incardinato sui Doris che hanno in mano circa il 3% del capitale e che, così come i Benetton, non sembrano intenzionati a vendere. Nei mesi scorsi intanto è entrato nel capitale Francesco Gaetano Caltagirone con una quota di poco superiore all’1%. Il costruttore condivide con Del Vecchio la militanza nell’azionariato delle Generali, di cui detiene il 5,65%. Proprio sulla compagnia guidata da Philippe Donnet si è aperto da tempo un confronto serrato tra Caltagirone e Mediobanca, un confronto che potrebbe avere profonde ripercussioni non solo sul vertice di Trieste (in scadenza nella primavera del 2022), ma anche sull’intero assetto della Galassia del Nord. Sia mister Luxottica che l’imprenditore romano vogliono dare una scossa alle Generali e, pur con toni diversi, lo hanno già fatto capire al mercato. Se Caltagirone spinge per un assetto più plurale della governance, Del Vecchio ha un disegno strategico in mente: «Riportare Generali al ruolo di leader che aveva nel mercato europeo alla fine degli anni 90 e che poi ha perso», come ha dichiarato qualche mese fa. Dunque si andrà necessariamente allo scontro? Non è detto anche perché Mediobanca avrà un approccio laico alla partita avendo cura di preservare l’autonomia del board e la trasparenza della governance. Vero è però che, se Caltagirone ha disertato l’ultima assemblea, da qualche settimana si mormora che una lista promossa dai soci privati (forti complessivamente di una quota superiore a quella di Mediobanca) potrebbe scendere in campo per il rinnovo. Per ora si tratta solo di un’ipotesi allo studio ma sembra che i primi confronti informali avuti con le autorità di vigilanza siano stati costruttivi. (riproduzione riservata)

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