Gli italiani? Liquidissimi

I depositi continuano a crescere, ma la tanta ricchezza privata cozza con conti pubblici sempre più in rosso. Btp Italia, Pir, Mes, Bei: ecco un vademecum per mettere in sicurezza patrimoni e governo

di Manuel Follis e Luisa Leone
Italiani ricchi in un’Italia povera. Il paradosso di un Paese con il terzo debito pubblico al mondo ma con una ricchezza privata quasi cinque volte il Pil rischia di riverberarsi con tutta la sua iniquità tra le conseguenze della crisi da Covid-19. Che le disuguaglianze siano destinate a crescere dopo la pandemia lo ha sottolineato venerdì 29 maggio anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nella sua relazione annuale: «Finita la pandemia avremo livelli di debito pubblico e privato molto più alti e un aumento delle disuguaglianze, non solo di natura economica». Le disuguaglianze infatti potranno andare oltre i conti correnti o le case di proprietà per arrivare fino al diritto all’istruzione o alle cure, come le lunghe settimane di lockdown hanno drammaticamente dimostrato. Qualche numero può aiutare a comprendere meglio le dimensioni del fenomeno che il Paese potrebbe trovarsi ad affrontare nei prossimi mesi. Ognuno dei poco più di 60 milioni e 300 mila cittadini italiani porta sulle spalle un fardello di circa 40 mila euro di debito pubblico (2.431 miliardi a fine marzo) ma può contare su una ricchezza finanziaria (escluse quindi le proprietà immobiliari) di oltre 70 mila euro procapite (4.455 miliardi a fine 2019 per Bankitalia, vedere articolo a pagina 9). Ma questa è ovviamente la fotografia di un pollo di Trilussa che nulla dice della reale situazione della popolazione, sebbene la sproporzione tra debito pubblico e ricchezza privata, in favore di quest’ultima, sia uno degli elementi che agli occhi degli investitori internazionali rende il debito dello Stato sostenibile nonostante il livello nel 2020 supererà il 155% del Pil. Se negli ultimi mesi, infatti i conti correnti degli italiani sono ingrassati di circa 30 miliardi, rendendo subito disponibile per eventuali esigenze legate alle crisi, un’imponente mole di denaro, parallelamente la stima (Coldiretti) dei nuovi poveri che non riescono a garantirsi neanche l’autosostentamento alimentare è di 1 milione di persone in più rispetto a prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria.

L’italiano liquido. Come sempre avviene in tempi difficili, i risparmiatori con lo scoppio della pandemia sono diventati più avversi al rischio e questo basterebbe a spiegare l’ipertrofia della liquidità, con le giacenze sui conti correnti che hanno toccato i 1.613 miliardi, 95 miliardi in più rispetto all’anno precedente, con un boom nei mesi di serrata (marzo e aprile). E che sia la paura a guidare lo dimostra il movimento del tutto simile registrata negli altri Paesi europei. Pochi giorni fa il Financial Times faceva i conti in tasca ai correntisti. In Francia a marzo si contavano risparmi accantonati per 20 miliardi, ben sopra la media mensile di 3,8 miliardi e la Banque de France a metà maggio registrava una crescita del dato a 60 miliardi. Dinamica simile in Spagna, con risparmi per 10,1 miliardi contro una a marzo di 2,3 miliardi, mentre i depositi nel Regno Unito sono balzati a 13,1 miliardi di sterline (14,5 miliardi). Ognuno si è fatto in casa il suo Recovery Fund. L’unico paese a non seguire il trend è la Germania, dove però i risparmiatori in tempo di crisi sono soliti prelevare cash da conservare a casa. La banca centrale tedesca ha infatti fornito dati ufficiali secondo cui la circolazione di denaro contante tra gennaio e marzo è cresciuta di 39,7 miliardi. In un recente webinar Philip Lane, capo economista della Bce, ha spiegato che quella dell’immobilizzazione del denaro sarà una delle problematiche da affrontare nei prossimi mesi.

Economia da dopoguerra.
I dati sulla ricchezza immobilizzata sui conti correnti cozzano drammaticamente con quelli sull’economia reale, che fotografano uno scenario post bellico, con i peggiori numeri registrati dalla seconda guerra mondiale appunto. Le previsioni indicano una forte contrazione del pil (-5,5%) e un debito/pil che al galoppo supererà il 158%, con la disoccupazione a un soffio dal 12%. E questo nonostante il governo abbia tentato di frenare la caduta libera mettendo sul piatto 75 miliardi di maggior indebitamento, con il decreto Cura Italia e il decreto Rilancio. Soldi che però faticano ad arrivare a destinazione, come dimostrano i dati drammatici riguardo uno dei provvedimenti che più rapidamente avrebbero dovuto colmare le sacche di disagio: i prestiti con garanzia statale al 100% fino a 25 mila euro. Una misura che avrebbe dovuto aiutare tanti autonomi e piccole e piccolissime imprese ad affrontare i costi più immediati del lockdown, ma che a quasi tre mesi dall’inizio della serrata sono arrivati in tasca solo alla metà di quanti ne hanno fatto richiesta.
Per altro, i 75 miliardi di extra indebitamento servono a tappare le falle aperte dallo stop forzato di marzo e aprile, ma è difficile immaginare cosa potrebbe accadere se dovesse esserci un nuovo picco di contagi, con annesse chiusure sia pure locali.

I fondi europei. In questo scenario il Recovery Plan presentato lo scorso 27 maggio dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen sembra manna dal cielo per l’Italia, sebbene con diversi caveat, dalla sua reale concretizzazione nelle dimensioni ipotizzate per il Paese (circa 80 miliardi a fondo perduto e 90 miliardi di prestiti) ai tempi di implementazione. La liquidità infatti arriverà solo a partire dal 2021 e solo dopo che Roma avrà presentato un piano di riforme per meritare la mano tesa della Ue. Un piano che sarà presentato verosimilmente in autunno. Intanto però dal mese di giugno si dovrebbe poter contare sul fondo da 200 miliardi della Bei, per sostenere gli investimenti delle imprese (che per l’Italia potrebbe valere circa 40 miliardi di finanziamenti), ma anche sul programma Sure da 100 miliardi contro la disoccupazione (che per Roma significherebbe 20 miliardi utilizzabili per finanziare la cassa integrazione delle imprese in difficoltà), dopo i 22 miliardi già messi sul piatto dagli ultimi decreti. C’è poi il Mes, nella sua versione pandemica con condizioni legate solo all’utilizzo dei fondi per l’emergenza sanitaria, che per l’Italia potrebbe valere circa 36 miliardi, ma che le divisioni politiche rendono difficile da spremere.

Tentazione patrimoniale. Questa pioggia di denaro (sebbene mai gratuito come ha ricordato sempre il governatore Visco) sembra sufficiente ad allontanare lo spettro della patrimoniale che dallo scoppio della crisi aleggia sul Paese. Il governo ha sempre negato questa ipotesi, ma il passato insegna che quando l’economia nazionale affronta i marosi, i risparmi degli italiani sono sempre stati un buon salvagente. Se negli Anni 90 ci fu il blitz nei conti correnti (con una tassa del 6 per mille sui depositi), nel 2020 lo spauracchio è quello del prestito forzoso, ovvero la conversione in Btp di parte della ricchezza finanziaria dei cittadini. Al momento però l’esecutivo sta piuttosto cercando di avvicinare il risparmio all’economia del Paese con la carota piuttosto che con il bastone e l’esperimento del Btp Italia, con un premio fedeltà portato dal 4 all’8 per mille, che ha raccolto oltre 22 miliardi di euro, sembrerebbe dimostrare che la tattica paga. Anche per questo il Tesoro sta studiando proprio un nuovo prodotto pensato apposta per il pubblico retail, per ampliare l’offerta ai piccoli risparmiatori. Parallelamente, con il decreto Rilancio sono stati introdotti i Pir alternativi, per convogliare la liquidità verso le pmi, che aumentano esponenzialmente la soglia degli investimenti che possono godere della detassazione del capital gain, portandola da 30 mila a 300 mila euro l’anno, a patto di accettare un investimento sostanzialmente illiquido. Una mossa che però solo una fascia un po’ più facoltosa di risparmiatori potrà permettersi, soprattutto in un periodo di scarsa visibilità sul futuro come quello attuale.

Un mondo diverso. Secondo la Relazione annuale di Bankitalia, i tempi e i modi con cui verranno superati gli effetti economici della pandemia di Covid-19 sono molto difficili da prevedere. Di certo però il mondo sarà diverso e anche se è difficile immaginare oggi quale sarà la nuova fisionomia, alcune tendenze che si sono manifestate nei primi mesi del 2020 potrebbero cristallizzarsi in futuro. Tra queste, il rallentamento dell’integrazione economica internazionale, una più rapida digitalizzazione dell’economia e altre dinamiche settoriali che potranno avere risvolti sull’intero sistema, perché implicheranno una importante riallocazione della forza lavoro. Gli esempi sono il commercio, la cantieristica navale, il settore aeronautico e quello dell’automotive, che potranno recepire più di altri settori nuove abitudini e stili di vita, con significative ripercussioni sul settore della meccanica, comparto storicamente fondamentale per l’economia italiana.

Ricchezza salita di 150 mld in due anni
La liquidità degli italiani continua a salire e a essere parcheggiata senza essere investita né spesa e le incertezze sul futuro (aumentate a causa della crisi legata al coronavirus) hanno reso ancora più evidente questo trend. L’ultimo rapporto mensile dell’Abi (maggio 2020) certificava come i depositi (in conto corrente, certificati di deposito, pronti contro termine) siano aumentati di oltre 95 miliardi ad aprile rispetto a un anno prima (variazione del 6,3% su base annuale) pur a fronte di una raccolta a medio e lungo termine, cioè tramite obbligazioni, scesa di circa 11 miliardi in valore assoluto (-4,7%). I depositi della clientela ordinaria residente privata, con l’incremento di novembre, si attestano dunque a 1.613 miliardi contro i 1.518 miliardi del 209 e 1.461 miliardi del 2018). In due anni gli italiani hanno messo da parte ulteriori 152 miliardi, un’ingente ricchezza ma solo potenziale, visto che è totalmente infruttuosa. Nel complesso il dato cumulato (depositi e obbligazioni) ha fatto segnare un trend in continua a crescita da gennaio, arrivando in aprile a 1.843 miliardi (+4,8%).
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