Amundi: innovare e tagliare i costi il risparmio non ha alternative

Innovare oppure innovare: l’industria del risparmio non ha alternative. E la crisi da Covid lo ha dimostrato una volta di più. Si può solo accettare la sfida dell’efficienza e della riduzione dei costi, che possono portare vantaggi per tutti. Yves Perrier, ceo di Amundi — il più grande asset manager europeo di portata globale controllato da Crédit Agricole e quotato a Parigi, con 1.500 miliardi di asset, 100 milioni di clienti, sedi in 40 Paesi ( Milano è tra le più importanti), 4.500 dipendenti e sei piattaforme di gestione — racconta i progetti per andare oltre la grande incertezza.
Quali sono le vostre convinzioni sui mercati?
«Si sono stabilizzati grazie alle misure senza precedenti adottate da banche centrali e governi. Tuttavia, l’incertezza relativa alla pandemia e alle conseguenze economiche delle misure di confinamento rimane molto alta. Restiamo cauti e ci concentriamo sulla liquidità del portafoglio. I mercati azionari sono rimbalzati, ma gli utili societari sono ancora soggetti a revisioni al ribasso. Le azioni di qualità possono comunque uscire vincenti nel lungo periodo, così come la sicurezza relativa del credito investment grade».
Come è andata la raccolta? E come andrà?
«Nonostante l’effetto negativo dei mercati, le nostre masse gestite sono cresciute del 3,5% su base annua e si sono ridotte solo del 7,6% nel primo trimestre, raggiungendo i 1.527 miliardi di euro grazie alla resilienza della nostra attività, in particolare nel core business retail. Nel primo trimestre 2020 gli afflussi nel segmento della clientela privata (+12 miliardi) hanno quasi compensato i deflussi (-15 miliardi) dovuti a istituzionali e corporate, pesantemente colpiti dalla crisi. Abbiamo beneficiato della crescente diversificazione del business, in particolare in Asia, che oggi rappresenta circa il 20% delle masse gestite. In Italia, il nostro secondo mercato, i deflussi sono stati contenuti nel primo trimestre (-1,7 miliardi). La durata della crisi e il suo impatto rimangono difficili da valutare. Possiamo aspettarci un aumento dell’avversione al rischio da parte dei clienti retail mentre i corporate continueranno a fronteggiare problemi di liquidità. Tuttavia, grazie ai nostri nuovi driver di crescita — in Spagna la partnership con il Banco Sabadell e in Cina la joint venture ancora da creare con Bank of China -— Amundi è ben attrezzata per affrontare tutte le sfide».
Avete altri piani di acquisizione per crescere?
«Dalla nascita del gruppo, nel 2010, i nostri asset sono aumentati di 2,5 volte e tre quarti di questo sviluppo sono imputabili alla crescita organica, che rimarrà la nostra principale strategia. Ora siamo concentrati sulla finalizzazione delle alleanze con Boc e Sabadell. Detto questo, nel medio periodo, qualora sorgessero nuove opportunità che possano rafforzarci saremo pronti a valutarle, come in occasione dell’acquisizione di Pioneer Investments».
I processi di fusione e integrazione degli asset manager proseguiranno?
«È troppo presto per dirlo. La crisi eserciterà ulteriori pressioni sulla redditività e potrebbe quindi sfociare in un ulteriore consolidamento. Tuttavia, poiché molti asset manager in Europa sono parte di gruppi bancari e assicurativi, molto dipenderà da ciò che accadrà al livello di questi azionisti».
I margini dell’industria erano già sotto pressione. Come andrà nei prossimi anni anche per i clienti finali?
«La pressione sui margini, causata da tassi di interesse molto bassi, rappresenta una sfida per l’intero settore finanziario. E continuerà. Il risparmio gestito deve fare i conti anche con lo sviluppo della gestione passiva e della concorrenza degli operatori statunitensi che beneficiano di una forte base nel loro mercato domestico. Inoltre, l’attuale crisi dimostra che gli asset manager devono investire ulteriormente per disporre di piattaforme informatiche funzionali e potenti, come la nostra, in grado di garantire efficienza operativa e controllo dei rischi. Poiché il risparmio gestito è un’industria a costi fissi con forti economie di scala, gli operatori non hanno altra scelta che innovare e ridurre i costi. E questo può solo essere vantaggioso per i clienti».
C’è la possibilità che gli Etf mettano all’angolo i fondi attivi, spesso costosi e non abbastanza efficienti?
«L’Europa è in una fase più arretrata rispetto agli Stati Uniti in termini di tasso di penetrazione di Etf e gestione passiva e probabilmente quest’ultima continuerà a crescere da noi a un ritmo più elevato rispetto alla gestione attiva. Tuttavia riteniamo che tutte e due continueranno a coesistere e a prosperare. Amundi offre sia prodotti attivi che passivi».
Il Covid cambierà in qualche modo il vostro piano triennale per rendere Esg tutti i vostri asset?
«No. A fine marzo, le nostre masse gestite secondo principi di investimento responsabile hanno raggiunto 314 miliardi di euro, con un aumento del 7% su base annua. Durante il primo trimestre in collaborazione con la Banca Europea per gli Investimenti abbiamo realizzato i nostri primi investimenti nel programma Greco, che sviluppa nuovi segmenti del mercato dei green bond in Europa. Inoltre tramite Cpr am abbiamo lanciato il fondo Social Impact, il primo a fare del contrasto alla disuguaglianza sociale una pietra angolare del processo di investimento. Sottoscrivibile da retail e istituzionali, investe nelle grandi aziende mondiali valutando il loro impegno nella riduzione delle disuguaglianze nei paesi d’origine».
Quali azioni ha intrapreso l’azienda durante la pandemia? E che cosa pianificate ora?
«Già da febbraio in Asia e in Italia, colpite prima del resto del mondo, abbiamo lavorato per la protezione della salute dei dipendenti e per continuare a fornire ai nostri clienti un servizio di alta qualità. Lo abbiamo fatto in tempi record, grazie all’impegno eccezionale dei nostri dipendenti e al supporto dei loro organi di rappresentanza, ma anche alla nostra piattaforma IT, in particolare Alto, il sistema proprietario di gestione dei portafogli. Oltre il 95% del personale ha lavorato a distanza. Ora siamo in una nuova fase di ritorno alla normalità, che prevede il graduale rientro in ufficio».

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