Poste. La grande corsa tra digitale e pagamenti

Due settimane fa Poste ha superato per la prima volta in Borsa la soglia degli 8 euro. Un record storico su cui pochi operatori avrebbero scommesso visto che sulla quotazione grava da sempre il possibile collocamento di un’ulteriore tranche. Perché il titolo si è improvvisamente risvegliato?
La prima risposta è quasi banale: il consiglio ha varato un buy back pari al 5% del capitale. Una misura decisa per sostenere la «liquidità» del titolo e «costituire un magazzino titoli» per operazioni di finanza straordinaria o per altri impieghi finanziari o strategici. La motivazione ha colto di sorpresa il mercato. E subito è sorta un’altra domanda: le Poste stanno per stringere un accordo con qualche partner che prevede lo scambio di quote azionarie? Da Roma si preferisce non commentare aspettando l’assemblea che si terrà a fine maggio.
I cinque pilastri
L’unica certezza è che in questi mesi, come dimostrano i dati trimestrali, il ceo Matteo Del Fante ha stretto i bulloni di un motore che, se portato a pieno regime, potrà diventare la vera novità della finanza italiana. Un processo certamente non semplice e pieno di insidie. Complice la natura stessa dell’azienda. Le Poste ricordano per molti versi la mitologica figura dell’Idra, il serpente marino a più teste. Sono quotate in Borsa ma la maggioranza del capitale è pubblico (66%). Il controllo statale si divide tra Mef (29,6%) e Cdp (35%), dove il governo rappresenta le nomine e la Cassa Depositi la cogestione tra pubblico e privato.
Il modello operativo è poi un’alchimia tra passato e futuro (libretti postali e pagamenti digitali) al quale il vertice sta mettendo mano. Del resto le Poste sono una miniera d’oro ancora inesplorata. Il piano Deliver 2022 ha gettato le basi per una lenta ma costante estrazione di valore. I pilastri del gruppo sono quattro: bancoposta, assicurazioni e logistica a cui si è aggiunto il polo dei pagamenti digitali. Lo sviluppo sarà graduale ma remunerativo: i ricavi saliranno a un ritmo superiore all’1%, gli utili a doppia cifra mentre il dividendo dovrebbe segnare un incremento annuo del 5%.
Le Poste sono il più grande collettore del risparmio italiano: 34 milioni di clienti e quasi 13 mila uffici distribuiti e connessi sull’intero territorio nazionale. Una piattaforma dove si possono acquistare polizze, fondi comuni, mutui, contrarre prestiti anche se il vero piatto forte restano i libretti postali e i buoni fruttiferi. BancoPosta è il terzo player del risparmio gestito italiano, dopo Eurizon e Generali. Come primo passo Del Fante ha consolidare la raccolta postale. Un importante passo in questo senso è stato fatto con l’accordo che ha ridefinito la convenzione con Cdp, rinnovata per tre anni con una migliore remunerazione.
Il risparmio gestito è strategico, ma Del Fante ha preferito non stringere un rapporto esclusivo con Anima. Per questo motivo non è stata conferita tutta BancoPosta Fondi sgr, ma soltanto le attività di gestione degli asset del ramo vita. In questo modo il ceo ha conservato una fabbrica di prodotto oltre a poter collocare prodotti di terzi. L’intento è offrire prodotti a rischio contenuto e mantenere il controllo dell’attività distributiva. Nei mesi scorsi Poste ha dovuto rimborsare le quote di alcuni fondi immobiliari, collocati sotto la gestione Sarmi come prodotti a basso rischio ma poi rivelatisi del tutto inadatti ai piccoli investitori. Una vicenda che ha rischiato di minare il principale asset dell’azienda: la fiducia dei risparmiatori.
C’è poi il ricco capitolo previdenziale. Poste Vita è leader con riserve tecniche superiori ai 123 miliardi e prosegue costante la sua crescita (2%) nonostante il calo (5%) del mercato nel 2017. La logistica è, invece, un punto debole ma è iniziato un lento recupero di competitività. E’ previsto un forte aumento dell’ecommerce e il punto di riferimento dovrebbe essere la piattaforma di Amazon.
La vera grande scommessa sono, comunque, i pagamenti. La nuova divisione Payment, mobile and digital, guidata da Marco Siracusano, ha due obiettivi: trasformare tutte le operazioni effettuate dai clienti postali in pagamenti elettronici e guidare la trasformazione digitale del gruppo. Forte di 25 milioni di carte di credito, di oltre un milione di visitatori del sito, di 15 milioni di applicazioni (Postepay, Bancoposta, Posteid e Postemobile) scaricate, il piano prevede una crescita esponenziale. Il gruppo ha poi avviato la separazione da BancoPosta dei servizi di pagamento e ha chiesto a Banca d’Italia l’autorizzazione perché PosteMobile possa operare come un istituto di moneta elettronica (Imel).
Gli analisti non escludono acquisizioni. Sul mercato dei pagamenti sono presenti due realtà importanti: Sia e Nexi. In passato Poste ha già cercato di acquisire Sia, dove si è dimesso la scorsa settimana Massimo Arrighetti, ma l’operazione fu stoppata. Nexi (ex CartaSi) è certamente un target più facile complice l’azionariato (Bain Capital, Advent e Clessidra) della società. Un progetto così complesso deve avere alle spalle un manager altrettanto ambizioso.
Il personaggio
Ma chi è Del Fante? Chi lo conosce bene lo descrive come una persona riservata, che difende la sua privacy e non cerca pubblicità. Non ha grandi passioni, è distaccato. Questo non vuole dire che non decida. Il suo primo ordine di servizi è stato il nuovo organigramma. La vecchia squadra è stata quasi azzerata. Sono stati confermati Siracusano alla guida del BancoPosta, così come Antonio Nervi al «coordinamento gestione investimenti». La direzione «Posta comunicazione e logistica» è rimasta resta nelle mani di Massimo Rosini. Del Fante crede nella meritocrazia e nel potere delle relazioni. I suoi uomini di fiducia sono Giuseppe Lasco, responsabile di corporate affairs, e il senese Filippo Castellani.
Insomma, il ceo di Poste possiede tutte quelle doti che caratterizzano il banchiere ma mal si addicono al dna di un fiorentino purosangue. L’amata Firenze l’ha lasciata molti anni fa per andare a vivere prima a Milano, poi a Londra e ora a Roma. Nella città del Giglio torna solo per presiedere la prestigiosa Fondazione Palazzo Strozzi. Chi non lo ama lo cataloga come un manager, legato al Pd. In realtà Del Fante ha rapporti trasversali con tutto il mondo politico. Grazie ai suoi incarichi nella Cassa depositi e prestiti, ha lavorato con governi di centrodestra e di centrosinistra, stringendo solide relazioni.
Il suo curriculum è di tutto rispetto. Nel 1991 è stato assunto a JPMorgan e dopo otto anni è stato nominato managing director a Londra. Nel 2003 è tornato in Italia alla Cdp, di cui è diventato direttore generale. Poi l’incarico a Terna e un anno fa l’approdo alle Poste come amministratore delegato. Un’esperienza utile: Del Fante è consapevole di dover rimediare allo strappo che si è consumato tra la politica e l’economia. Ha iniziato a costruire ponti e esplorare nuove vie. Un compito non facile.
Alleanze
Milano è diventata centrale in questa strategia. Essere alla guida di un colosso come le Poste impone rapporti e incontri con gli altri bige: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca, Generali e Fondazione Cariplo. In questo clima è nata la collaborazione con Intesa che assume un aspetto fortemente simbolico e chiude un’era di rapporti molto conflittuali fra sistema creditizio e Poste. Sono finiti i tempi i cui l’Abi tuonava e lanciava anatemi. Intesa e Bancoposta si sono alleati e hanno annunciato di voler fare cross-selling dei rispettivi prodotti per aumentare i ricavi. L’accordo, è giusto ricordarlo, non prevede nessuna esclusiva anche se dove c’è un ufficio postale c’è quasi sempre uno sportello di Intesa Sanpaolo.
È singolare quindi che l’Antitrust non abbia avuto nulla da eccepire. Le Poste stanno cercando nuove partnership in campo assicurativo. Molte le trattative in corso ma il player preferito è il numero uno in Italia: Generali. Chiunque sia il partner, si punta a un’alleanza esclusiva per sviluppare il business nel ramo danni, includendo magari anche l’assistenza sanitaria. Un accordo che potrebbe aprire le porte a scambi azionari per rafforzare il sistema Italia?
I soliti bene informati dicono di no. Troppe le incognite, anche perché la Cdp è avviata al rinnovo dei vertici. Il risiko assicurativo e bancario cerca, comunque, protagonisti e questa volta Poste vuole giocare la partita.
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