Pir, un potenziale di alto valore

I dati elaborati da Prometeia e presentati nel Focus Pmi promosso da Ls Lexjus Sinacta

Si stima una raccolta tra 25 e 88 miliardi in tre anni
Pagina a cura di Roxy Tomasicchio
Il panorama delle piccole e medie imprese italiane è costituito da 158 mila aziende con un fatturato compreso tra 2 e 50 milioni di euro. Incidono per il 29% sulla produzione economica nazionale e, a dieci anni dalla crisi, si può dire che stiano uscendo dal tunnel: crescono, infatti, del 2,6%, oltre il doppio rispetto al totale delle imprese, nonostante sia da segnalare che il Roi medio è in crescita da cinque anni ma sconta ancora 1,5 punti percentuali rispetto al 2007. Con uno sguardo su questo futuro, quindi, investire nelle pmi si potrà rivelare una scommessa vincente. In che modo? Grazie ai Pir, i piani individuali di risparmio, importati nell’ordinamento italiano con la legge di stabilità 2017, con lo scopo di dirottare il risparmio delle persone fisiche (tramite vantaggi fiscali) nelle aziende italiane. Il bacino potenziale di imprese interessate dai nuovi canali di finanziamento non bancari legati a emissioni a medio-lungo termine si può collocare nella fascia di imprese tra 50 e 500 milioni di fatturato. Lo scorso anno, i Pir hanno rappresentato quasi il 15% dei flussi investiti dalle famiglie in strumenti gestiti nel 2017. Ma i margini di miglioramento sono estesi: sulla base della diffusione in altri Paesi di prodotti simili, nei primi tre anni di vita, la domanda potenziale per i Pir in Italia si colloca in un intervallo da un minimo di 25 miliardi a un massimo di 88 miliardi di euro. Nella più rosea delle previsioni si arriva a una raccolta di 77 miliardi tra 2018 e 2019, dopo aver chiuso lo scorso anno con un dato positivo di poco sotto gli 11 miliardi. A tirare le somme è una ricerca sul settore redatta da Prometeia e presentata all’ottava edizione del Focus Pmi, in un evento promosso dallo Studio Ls Lexjus Sinacta, dal titolo «Pir: capitali alternativi alla ricerca delle pmi».
Secondo lo studio, effettuato analizzando gli Individual Saving Accounts nel Regno Unito, i Tax Free Savings Accounts in Canada, e i Plan d’épargne en actions in Francia, la domanda quindi potrebbe essere anche molto elevata (fino a sette volte la raccolta in Pir fatta nel primo anno di vita del prodotto) e per essere soddisfatta richiederebbe che circa la metà delle imprese target siano disponibili a finanziarsi sul mercato tramite i Pir. Un obiettivo non da poco per il settore dell’intermediazione finanziaria, in particolare per le banche, che hanno il compito di aiutare le imprese nel loro ingresso sul mercato dei capitali. I principali ostacoli a un vero e proprio boom sono costituiti proprio dallo scarso accesso al mercato dei capitali da parte delle piccole e medie imprese italiane e dal debole coinvolgimento di investitori istituzionali nell’obiettivo di garantire alle pmi un migliore accesso al credito.
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