Le donne rubano più degli uomini

Negli Usa. Dal 1990 a oggi i loro reati sono aumentati del 40%. Quelli dei maschi del 4%

Sono più abili: i due terzi dei furti non sono scoperti
di James Hansen
Negli Usa il reato di appropriazione indebita (embezzlement) è diventato un crimine prettamente femminile
È per certi versi una vittoria del femminismo. Statistiche americane rivelano che, almeno in quel paese, le donne sono ancora più disposte a rubare degli uomini. Il reato di appropriazione indebita (embezzlement in inglese), che più spesso si configura come il furto dal proprio datore di lavoro, è diventato un crimine prettamente femminile. I dati disponibili non sono in perfetta sincronia, ma dal 56% al 66% di questi furti sono compiuti da donne negli Usa. Paragoni italiani non si hanno. Gli studi sulla criminalità femminile nel Belpaese sembrano concentrarsi su due temi: la confutazione delle tesi offensive del criminologo ottocentesco Cesare Lombroso, secondo cui il minore sviluppo mentale delle donne le renderebbe incapaci di commettere un crimine «ragionato», e l’approccio psicologico che si riassume nel titolo di un testo moderno sull’argomento: Ragazze trasgressive in cerca d’identità.

La dominanza femminile nel settore è relativamente recente. Secondo l’Fbi, il numero delle donne che commettono questo tipo di furto negli Usa è aumentato del 40% dal 1990, quello degli uomini solo del 4%. L’orgoglio maschile si salva solo per il fatto che, seppure gli uomini siano più fedeli alle aziende per cui lavorano, quando rubano portano via mediamente il doppio. Anche le motivazioni sono diverse. I maschi (secondo Kelly Paxton, una specialista nelle indagini sulle frodi) sono mossi «dai tre W, wine, women and wager», l’alcol, le donne e il gioco d’azzardo. La motivazione femminile sarebbe più sottile. Mentre il reato spesso viene giustificato nelle aule del tribunale (tra lacrime) con problemi economici familiari, le prove tendono a rivelare grosse spese per i consumi di lusso.
Si stima che due terzi di questi furti non vengano mai scoperti. La normale revisione, fatta sulle carte che si hanno davanti, sovente non li rileva. Forse è per questo che i meccanismi più comuni emersi nei processi siano estremamente semplici: la falsa fatturazione di forniture inesistenti e, ancora più elementare, la falsificazione dei dati bancari sugli ordini di pagamento, di modo che i soldi arrivino su un conto privato anziché al destinatario indicato.

La predominanza delle donne nel campo dei furti dal colletto bianco (o «rosa», secondo qualcuno) non ha una spiegazione definitiva. Con l’aumento dell’attenzione al wage gap (la disparità tra i salari maschili e femminili) l’accresciuta propensione a rubare potrebbe configurarsi come una sorta di vendetta, ma le donne coinvolte sono spesso quelle con ruoli di responsabilità ben retribuiti. Viene scomodato anche il tema del moral licensing, un meccanismo dell’inconscio per cui chi compie un’azione buona può sentirsi in qualche modo «in credito» e giustificato a compierne un’altra meno buona («dopo l’insalata a pranzo, merito un gelato»).

Secondo i sociologi il fenomeno è più presente nelle femmine che nei maschi. Forse la vera spiegazione è più semplice. Negli ultimi decenni il livello di responsabilità aziendale raggiunto dalle donne è aumentato in tutto l’Occidente. Cioè, è cresciuta l’opportunità di commettere questi particolari reati. Se è così, dobbiamo attenderci un aumento del ricavato femminile e con quello il raggiungimento di una sorta di parità. Quando le donne arriveranno a rubare quanto gli uomini, la rivoluzione sarà compiuta.
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