La ricetta fatale Più ore di lavoro e meno controlli

Ieri altre 2 vittime in Veneto e a La Spezia L’Inail ammette: 22 morti in più nel 2018
MARCO RUFFOLO,

ROMA
Se non sono le cave, sono i tralicci. Se non sono le costruzioni sono i cantieri navali. Non ha fine l’elenco dei luoghi e delle circostanze in cui trova la morte chi pensava di andare semplicemente al lavoro. E interminabile è anche il coro sdegnato di dichiarazioni che segue gli infortuni. Ieri un operatore ecologico travolto dal suo furgone, urtato da un autobus, e un operaio schiacciato da una lastra metallica in un cantiere navale di La Spezia. L’impressione che in tutta Italia gli incidenti mortali stiano drammaticamente aumentando, viene ora confermata anche dall’Inail. Le sue statistiche parlano di ventidue morti in più nel primo trimestre 2018: da 190 a 212. Ma aggiungono che questa impennata sarebbe dovuta quasi solo agli incidenti avvenuti durante il tragitto da casa al lavoro. Una conclusione assai diversa dai dati dei sindacati secondo cui si muore sempre di più proprio sul posto di lavoro, addirittura con un aumento del 50% nei cantieri edili. La spiegazione di questa discrepanza è sempre la stessa: l’Inail raccoglie solo le tragedie dei propri iscritti, ma ignora quello che succede ad altri milioni di persone, assicurate con altri o impiegate a nero.
Nessun governo, infatti, ha incaricato un unico ente pubblico della raccolta statistica completa.
Ma perché si muore di più? Una delle cause scatenanti sta nel fatto che la ripresa economica ha scoperchiato limiti e difetti nella prevenzione e nei controlli che la crisi aveva semplicemente nascosto sotto il tappeto. Il risveglio dell’edilizia solo marginalmente produce nuove assunzioni: a crescere sono le ore di lavoro e dunque la fatica dei dipendenti. Inoltre, molte aziende delle costruzioni hanno da tempo cominciato ad applicare contratti diversi da quello edile: dal florovivaistico a quello delle pulizie, persino il contratto da badante. Con risparmi non solo sul costo del lavoro ma anche sulla formazione anti-infortunistica: quei lavoratori non devono seguire corsi di 16 ore, e non hanno in dotazione (a meno che non lo chiedano) i dispositivi di sicurezza. Dunque, c’è un modo assolutamente legale per sfuggire alle più elementari norme di sicurezza. Ma c’è anche un comportamento illegale che si fa forte della precarietà dei lavoratori, della loro ricattabilità, o che si nutre della mancanza di controlli, soprattutto nei subappalti. Ieri lo ha ricordato il capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Paolo Pennisi. Così come non esiste un unico istituto statistico, manca anche un unico ente pubblico incaricato di controllare le imprese sul piano della sicurezza. Il grosso dei controlli spetta a 2 mila ispettori delle Asl, mentre i 280 tecnici dell’Ispettorato hanno competenza solo sull’edilizia (con appena 26 mila controlli dai quali comunque risulta che il 60% delle imprese è irregolare). Il resto degli ispettori di Ministero del Lavoro, Inail e Inps (4.000), spiega Pennisi, controlla l’applicazione dei contratti e il pagamento dei contributi. E così, mentre le ispezioni sono 180 mila l’anno, le aziende con dipendenti sono un milione e mezzo e i luoghi di lavoro molti di più. Impunità garantita.
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