Pir, che ressa sulle mid cap

di Antonio Lusardi
Oltre 3 miliardi di euro raccolti in quattro mesi; 38 nuovi fondi tra azionari, flessibili e bilanciati; stime per una raccolta totale da 10 miliardi di euro nel solo 2017. Bastano questi numeri a quantificare il successo travolgente dei Pir, i Piani Individuali di Risparmio lanciati dal governo con l’ultima Legge di Bilancio. Lo stesso esecutivo aveva inizialmente rilasciato stime assai più prudenti, con una raccolta prevista di solo 1,8 miliardi per quest’anno.
Ma dove sono stati investiti i 3 miliardi di euro già raccolti? Per ottenere il vantaggio dell’esenzione fiscale che è al centro del successo dei Pir i fondi autorizzati sono obbligati a investire almeno 21% delle somme raccolte nell’azionario delle società mid e small cap italiane. Sulle società meno capitalizzate di Piazza Affari, notoriamente trascurate dagli investitori, si è quindi riversato più di mezzo miliardo di liquidità fresca in pochi mesi. Senza contare che, tra i fondi Pir Complaint ben sette investono oltre il 70% della loro raccolta soltanto sulle mid e small cap italiane. Questi titoli sono però un universo molto ampio: 249 società tra Mta e Aim Italia. Quali hanno raccolto più capitali? E c’è il rischio che si crei una bolla?

Ad analizzare il fenomeno, con un approccio quantitativo, è stata Intermonte Advisory e Gestione con la sua ricerca PIR e universo investibile: rischi e opportunità dopo una partenza a razzo. La prima conclusione della ricerca è che l’effetto del fenomeno Pir sugli indici Mid Cap, Small Cap e Aim di Borsa Italiana è stato travolgente. Tutti e tre gli indici (oltre allo Star) hanno battuto il listino principale di un 10-15% nei primi mesi dell’anno. Gli analisti hanno esaminato le performance di tutti i quasi 250 titoli mid-small cap divedendoli in quattro gruppi da 62 società sulla base della capitalizzazione e soprattutto dei volumi medi giornalieri scambiati. Il dato più evidente è che la performance mediana migliore è stata ottenuta dai titoli dei due gruppi più liquidi, mentre le società del gruppo meno liquido hanno registrato la prestazione più bassa. Le prime conclusioni della ricerca sono quindi che «da inizio anno il mercato ha chiaramente favorito le mid-small cap di maggiori dimensioni e soprattutto più liquide». Gli analisti di Intermonte mettono però anche in evidenza che «investire nei tre gruppi meno liquidi ha comportato rischi maggiori rispetto al rendimento medio, ma anche ritorni più alti con uno stock picking corretto».

Ma gestori e investitori hanno davvero gli strumenti per fare questo stock picking? Sembrerebbe di no. Il secondo passo della ricerca di Intermoente mette infatti in evidenza che il grado di copertura del comparto delle mid-small cap italiane da parte dei broker è «sconfortante». Solo il 25% delle società è stato coperto da tre o più analisti negli ultimi sei mesi, mentre quasi metà del gruppo (41%, ovvero 102 società) non ha nemmeno una stima aggiornata. Le ragioni sono semplici: da un lato negli ultimi anni c’è stato un massiccio disinvestimento di risorse dal mercato azionario italiano, dall’altro l’attività di ricerca è costosa e la pura intermediazione sempre meno remunerata. Un trend non solo italiano e ancora più doloroso per le mid-small cap, che, con scambi e volumi ancora più rarefatti, sono economicamente ancora meno convenienti. Prima del fenomeno Pir i fondi azionari italiani dedicati alle piccole e medie società erano infatti solo cinque. Tale atteggiamento per certi versi era poco comprensibile, dati gli ottimi profitti di molte medie imprese italiane quotate. «Negli ultimi 5-7 anni queste aziende sono una nicchia quasi per amatori, dove solo pochissimi broker e case di investimento domestiche hanno mantenuto un investimento adeguato», commentano gli autori della ricerca.

Insomma, la pioggia di liquidità arrivata con i Pir ha aiutato società ben conosciute dagli analisti e già molto scambiate sul mercato, ossia i gioiellini del tessuto industriale e finanziario italiano: le multinazionali tascabili, come Ima ; ambiziose società di telecomunicazioni come Retelit ; istituti finanziari specializzati in settori remunerativi, come Banca Ifis . «L’andamento è quello tipico di un mercato in early stage», spiegano da Intermonte, «dove prima arrivano i flussi e poi le decisioni di investimento». La speranza è che questo processo messo in moto dai Pir crei un circolo virtuoso che «riporti domanda di ricerca sulle mid-small cap (fatta ovviamente sia dal sell-side che dal buy-side) e soprattutto sia in grado di remunerarla in maniera economica». Insomma servono vari elementi che mettano in moto e alimentino un processo a cascata su titoli piccoli e, per ora, meno liquidi. Altrimenti il rischio concreto è che le risorse continuino a concentrarsi solo sui soliti noti, creando a quel punto una vera bolla.

L’ultima conclusione della ricerca è sulla nascita degli Etf Pir, dato che un approccio quantitativo non «sembra adattarsi al meglio alla natura delle small e mid cap, dove per definizione c’è molta diversità nelle performance dei titoli». Lo stock picking sui piccoli titoli, per quanto rischioso, può offrire molte opportunità, ma coglierle con una gestione passiva è pressoché impossibile. (riproduzione riservata)
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