Appalti nell’incertezza, troppi decreti attuativi

Positive le norme del codice appalti su suddivisione in lotti, centrali di committenza e riduzione del contenzioso; criticabile l’eccesso di provvedimenti attuativi che generano incertezze interpretative, la disciplina del dibattito pubblico e quella sulle clausole sociali. Sono questi alcuni dei riferimenti al codice dei contratti pubblici contenuti nella relazione che il presidente dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, Giovanni Pitruzzella, ha illustrato al parlamento riferendo sull’attività dell’Autorità condotta nel 2016.

Una parte della relazione è dedicata al codice dei contratti pubblici di cui l’Antitrust evidenzia diversi aspetti positivi della nuova legislazione sul fronte della concorrenza: dalla disciplina della suddivisione in lotti, a quella sulla centralizzazione delle committenze, che «riduce i costi sostenuti da parte delle amministrazioni per l’organizzazione della gare, con vantaggi diretti per le casse pubbliche, e, facilita il monitoraggio sulle gare» e sulla riduzione del contenzioso.

Le critiche al codice arrivano rispetto al fatto che si fonda su molti (troppi) provvedimenti attuativi. In particolare si legge nella relazione pubblicata sul sito dell’Antitrust, che «il rinvio ad un provvedimento attuativo contenuto in numerosi articoli del codice, rischia di minare uno degli obiettivi che lo stesso codice mirava a perseguire, vale a dire l’introduzione di una cornice regolatoria chiara, sistematica ed unitaria», inoltre così facendo si generano «incertezze interpretative sulla sua applicazione». Il presidente dell’Autorità di piazza Verdi ha sottolineato poi che «il permanere di vincoli all’autonomia dell’impresa nella partecipazione alla gara, ed elementi di incertezza normativa come quelli sopra evidenziati, compromettono il corretto svolgimento del gioco concorrenziale e pregiudicano lo sviluppo e l’effettività delle riforme».

Critiche puntuali arrivano sull’articolo 22 in materia di dibattito pubblico la cui disciplina «presenta elementi di debolezza. L’Autorità aveva auspicato l’introduzione di procedure sul modello del débat public francese, caratterizzate da trasparenza e contraddittorio, al fine di superare l’impasse che spesso caratterizza la realizzazione delle grandi opere di infrastrutture pubbliche a causa dell’opposizione delle comunità locali e dell’insorgere di contestazioni dopo la conclusione della fase decisionale». Quanto è invece stato approvato «risulta essere scarsamente operativo ed efficace a causa del rinvio dei contenuti essenziali ad un futuro Dpcm da emanarsi entro un anno dall’entrata in vigore del codice».

Inoltre, la relazione segnala che «la decisione di attribuire la gestione della procedura al soggetto che propone l’opera (e che quindi è, per definizione, non terzo), rischia di farle perdere il necessario carattere di imparzialità e, conseguentemente, di dare adito a nuovi pretesti di ricorso da parte degli oppositori».

Sull’articolo 50 del codice, che ammette l’inserimento di clausole di protezione sociale negli appalti ad alta intensità di manodopera, viene invece criticato il fatto che ciò possa verificarsi «senza richiedere alcuna compatibilità o armonizzazione con le esigenze dell’impresa subentrante».

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