Assimoco: millennial generation e donne a più alto rischio di analfabetismo finanziario

Se il tasso di alfabetizzazione finanziaria è generalmente basso nella popolazione, alcuni gruppi sono più vulnerabili finanziariamente e sono a più alto rischio di analfabetismo finanziario. Fra tutti, le donne e la millennial generation, ossia quella che comprende i nati tra il 1980 e il 2000, una generazione chiave per l’economia mondiale. E allora: come sviluppare soluzioni finanziarie più vicine alle esigenze dei giovani? Focalizzarsi sul creare un legame di fiducia di lungo periodo e, in aggiunta ai prodotti a pagamento, rendere disponibili un mix di risorse online gratis e di alta qualità.

Sono questi alcuni dei risultati emersi dal Rapporto Un Neo-Welfare per la famiglia: Cooperare per una gestione consapevole del risparmio, promosso dal Gruppo Assimoco e realizzato dalla società Ermeneia – Studi & Strategie di Sistema di Roma. L’indagine, che giunge quest’anno alla terza edizione, è stata presentata questa mattina al Circolo della Stampa di Milano.

Dalla ricerca emerge anche che i 2/3 dei capifamiglia italiani dichiara di essere tentato di non fare alcun investimento finanziario e di restare “liquido”, conservando il denaro in casa o in cassette di sicurezza, anche se poi i comportamenti effettivi risultano molto più aperti e in evidente trasformazione dato il disinvestimento dai Titoli pubblici e l’investimento in quote di Fondi e in polizze assicurative, tanto per fare due esempi. Il campione dell’indagine è formato da un insieme di persone rappresentativo della popolazione italiana a livello di famiglie e di individui, con una dimensione complessiva di circa 2.000 famiglie.

Insomma, lo studio mette inequivocabilmente in luce quanto la fiducia, messa a rischio dalle recenti cronache finanziarie che hanno visto come protagoniste diverse Banche italiane, la crisi economica di questi ultimi anni e l’analfabetismo finanziario siano un mix esplosivo cui prestare molta attenzione nel perseguire un obiettivo vitale in termini di neo-welfare, come la gestione consapevole del risparmio.

Il Rapporto 2016 mantiene al centro dell’attenzione la famiglia che, questa volta, dopo aver analizzato la protezione dai grandi rischi che possono compromettere la stabilità economica della famiglia stessa, guarda agli atteggiamenti, ai comportamenti e alle opinioni che concernono specificamente il risparmio e il possibile, o mancato, investimento del medesimo. In un contesto post-crisi, in cui le alternative di risparmio tradizionali, come Bot e gestioni separate, si sono ridotte a causa di tassi vicino alla zero, e in cui la disoccupazione colpisce anche persone in una fascia di età compresa tra i 50 e i 60 anni, una pianificazione economica patrimoniale e finanziaria per l’intero nucleo familiare diventa fondamentale. L’educazione finanziaria, quindi, sembra essere oggi più che mai di scottante attualità”, afferma Ruggero Frecchiami, Direttore Generale del Gruppo Assimoco. “Così come è urgente, anzi urgentissimo recuperare il legame di fiducia da parte delle Banche e investire sulla trasparenza, elemento che, quando si tratta di strumenti finanziari di investimento con una qualche componente di rischio, deve essere alla base di qualsiasi operazione”.

“Noi abbiamo deciso di investire ancora maggiori risorse sul fronte della formazione dei partner intermediari e, a tale proposito, abbiamo creato una rete di imprese per sviluppare l’educazione finanziaria nel mondo cooperativo. Gli attori del progetto sono rappresentati, oltre che da Assimoco, dai partner intermediari siano essi Banche di credito cooperativo, Casse rurali o Casse Raiffeisen oppure da agenzie. A oggi è stato predisposto un apposito contratto di rete, il cui scopo è erogare un servizio di educazione finanziaria attraverso soggetti certificati in materia di protezione, previdenza, indebitamento e investimento, in cui il ruolo di capofila è rappresentato dal Gruppo Assimoco”, ha aggiunto Frecchiami.

Tornando ai dati del Rapporto, inoltre, emerge che anche chi oggi ha accumulato del risparmio sia abbastanza disorientato: il 78,4% dei capifamiglia ammette che non è facile scegliere tra impieghi finanziari ottimali tra quelli disponibili, l’81,4% sottolinea come le sicurezze e i rendimenti cui si era abituati in passato non sono più validi oggi e inoltre l’84,8% ha registrato decisamente in negativo le recenti vicende che hanno interessato alcune banche regionali italiane.

Inoltre, i capifamiglia che dichiarano di aver risparmiato nell’ultimo anno salgono dal 35,2% del 2014 al 42,2% del 2016, sottolineando con ciò come sia tornata in gioco la famiglia di ceto medio, grazie al processo di adattamento forzato dalla crisi. Ciononostante le famiglie si distinguono in due parti: quelle che riescono effettivamente a risparmiare e quelle che invece non ce la fanno e finiscono col consumare i risparmi precedenti oppure quelle che devono chiedere del denaro in prestito per le spese correnti o ancora che non hanno risparmiato assolutamente nulla.

I giovani si inseriscono sicuramente in questo segmento ma questa condizione deve mutare. Ecco perché ai giovani e ai suggerimenti “importati” dagli Stati Uniti per sviluppare soluzioni finanziarie ad hoc, è dedicato un intero capitolo del Rapporto 2016 sul Neo-Welfare. Tra i consigli emerge l’utilità di utilizzare un linguaggio il più possibile semplice e conciso, di avere una forte presenza sui social media, di sfruttare l’educazione finanziaria come un’opportunità per avvicinarli alla finanza e di essere proattivi e creativi, portando l’educazione finanziaria agli eventi frequentati dai giovani.

I giovani di oggi sono in condizioni lavorative e finanziarie molto più precarie rispetto alla generazione dei loro genitori, un’instabilità che è ancor più accentuata in Italia, dove l’incidenza degli occupati a termine sul totale dei dipendenti per i giovani tra i 24 e 35 anni è aumentata di quasi 10 punti percentuali in dieci anni (era il 15% nel 2005 ed è salita al 24,2% nel 2015).

Inoltre, tre sono i fattori stanno influenzando l’accesso dei giovani ai prodotti finanziari: poca fiducia nelle istituzioni finanziarie tradizionali; forte propensione all’utilizzo di risorse online; bassa alfabetizzazione finanziaria e comprensione dei termini tecnici finanziari.

“Il terzo punto evidenzia la possibilità di costruire un ponte tra questa generazione e il sistema finanziario. Alcune ricerche negli Usa hanno dimostrato che il ricorso alla consulenza finanziaria è più frequente fra chi già possiede una maggiore conoscenza della materia. Ciò implica che coloro che hanno maggiore conoscenza finanziaria sono più inclini ad affidarsi a consulenti specializzati e ne ricevono i benefici. Viceversa, coloro che hanno minore conoscenza finanziaria utilizzano anche meno consulenza e sono più a rischio di diventare vulnerabili finanziariamente ed incappare in truffe”, sottolinea Carlo de Bassa Scheresberg, Senior Research Associate, George Washington School of Business, Washington, che ha collaborato alla stesura del Rapporto.

Nelle maggiori economie avanzate, i giovani sono il gruppo con la più bassa alfabetizzazione finanziaria rispetto alle altre classi di età. Le conoscenze dei giovani sono basse anche in Italia, e molto più basse rispetto ad altri paesi europei. In un recente studio Ocse che ha analizzato la cultura finanziaria dei quindicenni in 18 Paesi, i ragazzi italiani si sono collocati agli ultimi posti. Data una media Ocse di 500 punti, la media italiana è di 466 punti, un risultato migliore solamente alla Colombia. I ragazzi italiani sanno riconoscere (nel migliore dei casi) la differenza tra bisogni e desideri, prendere decisioni semplici, e applicare singole operazioni aritmetiche a situazioni che hanno già incontrato personalmente.

Quanto alle donne, altra categoria vulnerabile come emerge dal Rapporto 2016, Un Neo-Welfare per la famiglia: Cooperare per una gestione consapevole del risparmio, in media, solo il 30% di esse risulta financially literate, contro il 35% degli uomini. Queste differenze tendono a essere particolarmente accentuate in alcuni Paesi. In Italia, per esempio, si registra un gender gap di addirittura 15 punti percentuali: il 45% degli uomini risulta financially literate contro il 30% delle donne. L’Italia è l’unico Paese in cui le differenze di genere sono statisticamente signifi­cative anche tra gli adolescenti delle scuole superiori, come evidenziato dai dati PISA, (Programme for International Student Assessment) 2012 (OECD, Organisation for Economic Co-operation and Development, 2014). Un aspetto interessante è che le donne scelgono molto più frequentemente la risposta “Non lo so” alle domande di conoscenza finanziaria, un risultato che è comune a livello internazionale. In particolare, le donne tendono a rispondere più spesso “Non lo so” quando le domande vengono espresse utilizzando termini tecnici.

Le ragioni sottostanti queste risposte devono ancora essere spiegate, ma sembra che questo risultato sia più sintomo di una bassa self-confidence finanziaria che di una reale differenza in conoscenza. Questa più bassa conoscenza e self-confidence finanziaria ha forti implicazioni per la sicurezza economica delle donne. A causa della maggiore longevità anagrafica, del gender gap in reddito lavorativo e delle frequenti interruzioni di carriera dovute alla maternità, le donne hanno maggiori difficoltà nel mantenere un adeguato tenore di vita durante la vecchiaia e accumulano minori risorse durante la vita lavorativa. La capacità di saper prendere decisioni efficaci in materia finanziaria diventa quindi prioritaria per questo gruppo ed è ancora più necessaria nel contesto di un cambiamento sociale in cui il concetto di famiglia è in trasformazione e sono in aumento donne single, divorziate, oppure vedove, magari con figli a carico.

L’evidenza internazionale porta a due considerazioni. Primo, il fatto che le donne siano più propense ad ammettere la propria impreparazione in materia finanziaria rende questo gruppo un soggetto ideale per programmi di educazione finanziaria. Secondo, il fatto che le donne siano più a disagio con il linguaggio tecnico sottolinea la necessità di trovare forme comunicative più semplici e adatte alle diverse modalità di apprendimento.