Italiani imprevidenti a oltranza

di Lucio Sironi

Sarà per l’indole della popolazione, sarà per la ridotta qualità e affidabilità dei conti pubblici, o ancora sarà perché finora bene o male l’Inps è riuscito a coprire le necessità generali, fatto è che gli italiani pare spendano più in giochi a premio e lotterie che per sviluppare forme pensionistiche complementari. Non c’è pertanto da sorprendersi se da queste parti il mancato invio da parte dell’Inps della cosiddetta busta arancione, ovvero l’informativa sulla situazione previdenziale di ogni cittadino, non abbia portato finora a sollevazioni popolari. La lacuna, a dirla tutta, lascia indifferente l’opinione pubblica, probabilmente già provata a sufficienza dai guai attuali per prendersi la briga di preoccuparsi per i guai futuri. Ma come si dice, paese che vai usanza che trovi. La consuetudine della busta a domicilio con l’aggiornamento della situazione previdenziale è invece ben radicata nel nord Europa e soprattutto nell’area scandinava. Certo, le differenze con l’Italia non sono poche. Nel caso della Norvegia per esempio si parla – tanto per cominciare – di uno dei Paesi più benestanti al mondo, grazie alle riserve petrolifere locali. Per cui il Government Pension Fund norvegese può disporre di un patrimonio tra 500 e 600 miliardi di dollari, investiti tra l’altro anche in un centinaio di società quotate a Piazza Affari.

In ogni caso nei giorni scorsi, in occasione della terza edizione della Giornata nazionale della previdenza che si è tenuta nella sede della Borsa Italiana a Milano dal 16 maggio al 18 maggio, qualche italiano di buona volontà ha potuto farsi elaborare la stima della pensione attesa e dell’età della pensione, il tutto accompagnato da un’analisi di cosa fare per accantonare una pensione integrativa. Per un lavoratore italiano si tratta di una stima importante, perché da quando è entrato in vigore il sistema contributivo, prevedere a quanto potrà ammontare la pensione è operazione non facile. Quel che è certo è che chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 non potrà più contare sull’integrazione dello Stato. Dal quale riceverà soltanto una pensione frutto dei contributi versati, a ogni modo più bassa rispetto a oggi. Ma quanto sarà duro cancellare la mentalità per cui si pensa alla pensione solo a fine carriera? Prima ci poteva permettere questo lusso, in quanto a contare erano gli ultimi anni di attività. Oggi invece entrano nel calcolo i versamenti dell’intera vita lavorativa e questo molti lavoratori ancora non lo hanno capito, come sembra dimostrare la percentuale di adesione al secondo pilastro previdenziale, quello dei fondi aziendali o di categoria, che in Europa supera il 90% e in Italia si attesta al 25%.

«Un gap da colmare», ha detto il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua. Ma se per molti oggi questa suona come una provocazione, data la difficoltà di tante famiglie nell’affrontare le necessità più urgenti, almeno quei fortunati che dispongono di capacità di risparmio devono porsi il problema di come attrezzarsi per evitare una vecchiaia in strettezze. Una battaglia di civiltà («fattore determinante di coesione sociale per il nostro Paese», è stata la definizione usata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) nella quale i promotori finanziari svolgono un ruolo centrale, con la loro opera di sensibilizzazione. C’è di buono, ma anche in questo caso se ne è data poca evidenza, che rispetto alla recente pioggia di imposizioni fiscali che hanno investito gli investimenti finanziari degli italiani, lo strumento del fondo pensione è stato il più preservato. Nella speranza che almeno questo baluardo resista di fronte alla crisi della finanza pubblica.