Sace riscrive la mappa del rischio

di Angela Zoppo

Nel baratro è finita la Grecia, più che mai sorvegliata speciale dopo il fallito tentativo di formare un nuovo governo, insieme a un’altra decina di Paesi cronicamente travagliati come Corea del Sud, Iraq, Somalia e Haiti. Nell’empireo dei virtuosi, invece, torreggiano Austria, Canada, Finlandia, Svizzera e un altro pugno di nazioni stabili e virtuose. La classifica dei Paesi migliori e peggiori del 2012 secondo Sace, l’agenzia che assicura il credito all’esportazione, è la fotografia fedele dello scenario economico e politico mondiale. Il quadro è talmente complesso da aver richiesto un ripensamento della mappatura dei pericoli cui vanno incontro gli investitori spingendosi in altri mercati. Non più un unico rating, quindi, ma ben otto, che corrispondono ad altrettanti indicatori di allarme. La Mappa dei rischi 2012, appena ultimata da Sace e presentata ieri a Roma, è quindi radicalmente diversa dalle precedenti, ed è la prima ad applicare i nuovi criteri a misura d’impresa. Gli indicatori adottati sono: rischio di mancato pagamento (articolato in rischio sovrano, bancario, grandi imprese, pmi), rischio d’instabilità normativa (suddiviso in rischio di esproprio, violazioni contrattuali, conversione e trasferimento di valuta) e rischio di violenza politica. Sace fa anche un distinguo in base alla tipologia di operatore. Agli esportatori, per esempio, interessa maggiormente capire se la controparte è affidabile e in grado di onorare i pagamenti previsti dal contratto. A investitori e costruttori, invece, preme di più stabilire se il contesto in cui operano è sicuro o se c’è il pericolo che eventi esterni, nuove leggi o ribaltoni politici, possano ripercuotersi sul business. Ogni Paese, a sua volta, presenta un rischio predominante sugli altri. In Medio Oriente e Nord Africa, in controtendenza rispetto al resto del mondo, c’è un maggior pericolo di violenza politica, mentre nei mercati cosiddetti avanzati le insidie sono più nascoste e si riflettono sull’incertezza nella conversione e nel trasferimento di valuta. Insieme alle categorie di rischio, si è allargata anche la scala dei punteggi. I voti di Sace non vanno più da uno a nove, ma da uno a 100, dove 100 è il massimo indice di rischio. Il rating 4 di Austria, Canada, Finlandia e Svizzera e il 5 assegnato a Paesi Bassi e Svezia perciò stanno a indicare che si è al cospetto di autentici paradisi per gli operatori economici, dove il pericolo di mancato pagamento è infinitesimale. L’infamante 100, invece, marchia Corea del Nord, Somalia e Zimbabwe, seguiti da Haiti con 95, dallo Yemen con 93 e da Cuba con 91. Spicca, con 96, il minuscolo arcipelago di St. Kitts & Nevis, nelle Piccole Antille, che si vanterà pure di avere uno yacht ogni 50 abitanti ma invece, si scopre, è il terzo Paese più indebitato del mondo. L’unica europea della categoria Paesi avanzati con un voto così pericolosamente elevato è la Grecia, con 86 (indice di rischio peggiorato del 153% rispetto al 2011), che da un anno all’altro si è ritrovata così alla pari con l’ex repubblica sovietica del Kirghizistan, martoriata dalla guerra civile dopo la cacciata del presidente Bakiyev, inviso al Cremlino. Atene suo malgrado è poco distante da Palestina e Libia, entrambe bollate con 89. L’analisi e le pagelle di Sace ribalteranno alcune certezze acquisite degli operatori economici. Non è più vero, infatti, che i Paesi avanzati siano risk-free. Anzi, sono quelli che hanno subito i peggiori scivoloni a vantaggio dei Paesi emergenti, che vanno acquisendo una sempre maggiore credibilità. «Nel mondo globale i rischi si sono moltiplicati e frammentati e ne è cambiata la natura», spiega a MF-Milano Finanza il chief operating officer di Sace, Raoul Ascari. «I rischi sono dappertutto ma sono anche l’altra faccia delle opportunità. La crisi che stiamo attraversando sta raggiungendo solo ora il proprio apice ed è destinata a prolungarsi ancora per 3-4 anni, cambiando profondamente il mondo economico in cui viviamo. Si ridimensioneranno le differenze tra i Paesi cosiddetti avanzati e quelli emergenti. I primi usciranno indeboliti dalla crisi, mentre i secondo manterranno le migliori prospettive di crescita. In un contesto di questo tipo», conclude Ascari, «agli operatori economici è richiesta particolare accortezza nella valutazione e gestione dei rischi a cui si espongono operando all’estero, con un approccio non più aggregato ma analitico». Le sorprese non mancano. Accade anche che autentici Eden turistici, come le Maldive, si scoprano infernali per le imprese per via del crescente pericolo di violenza politica. Un cenno a parte merita il rischio-esproprio, che si è attenuato nei Paesi dell’Africa sub-sahariana, ed è invece aumentato in Sud America. Più dell’Argentina, che si è presa Ypf, controllata spagnola di Repsol, i campioni delle nazionalizzazioni estreme sono Bolivia ed Ecuador. In Venezuela, dove sotto il governo di Hugo Chavez tutto ciò che era espropriabile è già stato espropriato, permane un altissimo rischio di restrizioni monetarie (95). Ad Est, invece, non ha rivali il Kazakistan. La nuova mappa si consulta online, dal sito di Sace (www.sace. it/riskmap). Si può ottenere anche un parere preliminare sulle singole transazioni. (riproduzione riservata)