Unipol soffre per il “mal di banca”

ADRIANO BONAFEDE

Non l’ha apertamente confessato a nessuno, Carlo Cimbri, l’amministratore delegato di Unipol. Ma se fosse per lui, la banca l’avrebbe già venduta. Perché è proprio l’istituto di credito, oggi, a mettere i bastoni fra le ruote al gruppo assicurativo, proiettato verso una virtuosa risistemazione del core business che sta già cominciando a mostrare i suoi frutti. Il “combined ratio” nel ramo danni, cioè il rapporto fra costi e premi, è passato da 108 di fine 2009 a 102,1 di fine 2010 e nel primo trimestre del 2011 è sceso ancora, a 100,3. Mentre sembra a portata di mano (e forse addirittura raggiungibile prima della scadenza) l’ambizioso obiettivo previsto dal piano industriale per il 2012, quota 97,5, dove si comincia a sentire davvero il “profumo dei soldi”. Intanto, il risultato netto nel ramo è tornato positivo nel I trimestre 2011 per 7 milioni (contro la perdita di 36 nello stesso periodo del 2010)
Anche il ramo vita, con la rapida sostituzione di Bnl Vita, la joint venture con Bnp Paribas, con Arca (acquisita nel 2010), soddisfa gli analisti. È vero, rinunciando a Bnl Vita (cosa del resto obbligatoria) il gruppo Unipol si ridimensiona non poco, perdendo 1,5 miliardi di euro di premi su circa 2,5. Il che gli fa perdere trequattro posizioni nelle graduatoria del ramo, con buona pace della grandeur dell’ex amministratore delegato Giovanni Consorte, ma senza rinunciare a niente in termini di utili. La marginalità che si ottiene da Arca è infatti molto più alta di quella che si ricavava da Bnl Vita. «L’utile netto consolidato del ramo vita spiegano in Via Stalingrado a Bologna è stato di 37 milioni nel I trimestre 2011, 8 milioni in più dello scorso anno, mentre Bnl (che viene ancora consolidata) ne vale 5. Il che significa che abbiamo già più che compensato la perdita del canale Bnl».
Novità positive vengono per l’ad Cimbri anche dalla recente decisione delle coop azioniste di semplificare la catena di controllo. Secondo questo piano, Holmo (che controlla Finsoe, la holding che a sua volta controlla Unipol) verrà divisa in due: il 70 per cento del suo patrimonio andrà direttamente a 11 cooperative. Queste ultime riceveranno la quota parte della partecipazione in Finsoe e la relativa quota parte del debito di Holmo, che si attesta intorno ai 450 milioni. Il risultato finale è che ci saranno nuovi azionisti “diretti” per circa il 60% in Finsoe, il veicolo di controllo del gruppo Unipol. La «vecchia» Holmo continuerà però a comparire, seppur ridimensionata, nella compagine sociale di Finsoe: sarà partecipata da una trentina di Cooperative e detiene il 22,5% circa di Finsoe e una quota di debito intorno ai 130 milioni.
L’operazione avrà due effetti sulla struttura del gruppo Unipol. Il primo sarà la nascita di un nuovo conglomerato, che partirà da Finsoe e non più da Holmo come in passato. Il secondo riguarda il beneficio complessivo, in termini finanziari, che il riassetto porterà al nuovo conglomerato, che non avrà più in pancia i debiti di Holmo.
Dunque motivi di soddisfazione per l’ad Cimbri ci sono, tanto che ha riconfermato il target di 250 milioni di utile nel 2012. E non solo per l’ad. Anche gli analisti si sono mostrati piuttosto ottimisti. Il consensus elaborato da Bloomberg mostra che il 39% dei report indica un “buy”, il 43 un “hold” e soltanto il 18 un “sell”. Eppure il titolo non sale, anzi scende. Nel report di Banca Imi del 28 aprile scorso, quando l’azione valeva 0,52 euro, era stata data l’indicazione di “acquistare” con un target price di 0,65. Oggi, dopo un mese circa, siamo a 0,46, con una perdita dell’8 per cento. Anche Banca Leonardo, il 13 maggio, aveva indicato un target price di 0,66 e dato un giudizio “buy”. Stesso giudizio anche da Deutsche Bank, che però aveva indicato un prezzo obiettivo di 0,57.
Il mercato, quindi, si mostra in generale più prudente degli analisti. Perché? L’opinione comune degli addetti ai lavori rimanda alla questione di Unipol Banca, che viene considerata un oggetto misterioso, ma in negativo. Da lì, si dice, possono venire solo brutte sorprese, in grado di annullare tutti gli sforzi che vengono fatti nella gestione “core”. «La banca appare una specie di buco nero dice un analista su 10 miliardi di crediti complessivi, quelli dubbi (sofferenze e incagli scaduti e ristrutturati) rappresentano il 15 per cento, cioè 1,5 miliardi, in parole povere rappresentano l’intera capitalizzazione del gruppo Unipol. È chiaro che il titolo è depresso perché il mercato teme che buona parte degli utili generati venga mangiata da ulteriori perdite su crediti».
Nel suo report del 13 maggio, Enrico Mattioli di Deutsche Bank spiega meglio l’origine del sentiment negativo del mercato: «Nel primo trimestre una forte esposizione presso un singolo cliente, per 110 milioni di euro (il costruttore Di Mario, NdR), si è trasformata in “non performing loan” senza fare alcuna specifica previsione». Ma quanti di questi casi Di Mario ci sono ancora dentro Unipol Banca? È questo il dubbio che attanaglia sia il mercato che alcuni analisti.
La banca è dunque una specie di freno a mano costantemente tirato nell’auto che fa marciare il gruppo assicurativo, che invece sta andando bene. Ecco perché in cuor suo Cimbri vorrebbe tanto disfarsene. Ma questo obbiettivo sembra per il momento irraggiungibile. «Unipol sarebbe contenta di vendere la banca dice un analista anche se ufficialmente ripete che se la vuole tenere. Il prezzo giusto, visto che ha un patrimonio netto elevato, potrebbe essere 1 miliardo, il che vorrebbe dire un valore di 34 milioni a sportello. Di questi tempi troppo alto. Ecco perché il management è costretto ad attendere».