Scatta la “stretta” sui derivati

ADRIANO BONAFEDE

I famigerati “derivati” usati dagli enti locali stanno per essere riabilitati. Un nuovo decreto del ministero delle Finanze è in dirittura d’arrivo. Ricalca i punti salienti di un documento della Direzione generale del debito pubblico di cui Affari & Finanza è in possesso. Dopo un blocco durato quasi tre anni, dalla metà del 2008 a oggi, Regioni Comuni e Province potranno di nuovo accedere a questa forma di finanza “di carta” per tentare di ridurre l’onere sui propri mutui e debiti con le banche. Il responsabile del debito pubblico, Maria Cannata, è ormai alle battute finali nella redazione del testo definitivo. Tre lunghi anni ci sono voluti per arrivare a un nuovo documento, a dimostrazione della complessità della vicenda e degli enormi interessi in gioco. Perché la questione dei derivati è diventata un caso nazionale, facendo esplodere, con contratti su passività in essere per 35 miliardi, il debito di molti Comuni, Province e Regioni. I quali si sono ritrovati a dover sostenere nei propri già magri bilanci oneri assolutamente imprevisti: hanno quindi reclamato risarcimenti a colpi di azioni civili, amministrative e persino penali dalle banche sostenendo di essere più o meno stati truffati. E con queste ultime, invece, a controbattere che era tutto scritto dettagliatamente nei documenti firmati, che evidentemente gli operatori pubblici non hanno letto bene o compreso in tutte le implicazioni. Ma non doveva essere così facile, se fra le nuove norme ce sarà una che impone che i documenti, invece che in inglese come spesso è accaduto, debbano essere redatti in italiano e che soltanto questi fanno fede.
Il nuovo regolamento è chiaramente un compromesso fra diverse esigenze. Ma fra queste prevale indubbiamente quella “sistemica” di tutelare l’interesse del sistema bancario, attaccato con grande virulenza da una serie di cause, oltre che da innumerevoli richieste di ricontrattazione delle condizioni dei derivati e, spesso, anche dalla sospensione delle rate da pagare da parte degli enti territoriali. Non è un caso che sia stata fatta propria dal ministero su una questione fondamentale come la metodologia per il calcolo probabilistico dei risultati a scadenza la visione dell’Abi, che si opponeva a questo metodo. Né è possibile dimenticare che questa metodologia ora sostanzialmente messa da parte salvo, come vedremo più avanti, in certi casi particolari era stata indicata dalla Consob, che subisce così uno smacco. Un argomento ripreso la settimana scorsa dal presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti che ha espresso «profondo allarme per il quadro normativo che si sta determinando» e ha chiesto al ministero un’azione «in stretta collaborazione con la Consob e la Banca d’Italia». Tuttavia non tutti gli enti locali erano d’accordo con la Consob, se è vero che l’Anci, in sede di consultazione, si era espressa contro questo “metodo probabilistico”.
Il nuovo decreto non fornisce alcuna direttiva riguardo alla soluzione delle controversie in atto ma stabilisce soltanto una nuova griglia di operatività futura. All’Anci, l’associazione dei Comuni, sono delusi, perché avrebbero voluto trovare una “guida” per estinguere tutti i vecchi contenziosi. Tutti gli enti locali, comunque, vorrebbero vedere la nuova bozza e ricominciare la trattativa con il governo. Ma non ci sarà una nuova bozza: il regolamento sarà emanato e seguirà il normale iter, cominciando proprio dalla Conferenza unificata StatoRegioni.
Questo testo, però, sembra adesso, anche sulla base delle osservazioni fatte, notevolmente cambiato. Gli uffici del Tesoro hanno lavorato per anni per mettere a punto un documento che risultasse di semplice applicazione e lettura per gli enti interessati e che fornisse loro le chiavi effettive per decidere volta per volta secondo cognizione di causa in una materia molto complessa, forse troppo per le capacità dei responsabili finanziari di Regioni, Comuni e Province.
Uno dei punti più controversi riguarda la metodologia proposta dalla Consob per la simulazione dei risultati a scadenza e che era stata accettata dalle Finanze e inserita nella bozza. Dopo innumerevoli prove e controprove, gli uffici sono arrivati alla conclusione che essa è insufficiente a includere tute le possibili casistiche. «Concettualmente ha riconosciuto Maria Cannata a un convegno dell’Abi dello scorso febbraio con quella metodologia la lettura dei risultati è semplice e intuitiva nei casi più strutturati e una simulazione delle diverse interazioni ne favorisce la visione complessiva». I “contro”, tuttavia, sono superiori ai “pro”. Infatti il capo del debito pubblico italiano nota che l’approccio «soffre di una notevole dipendenza dei risultati dalle ipotesi discrezionali di base, fondate peraltro su contingenti situazioni di mercato«. Come a dire che i risultati cambiano a seconda delle ipotesi che si prendono in considerazione. In questo il ministero sembra aver accolto in pieno il punto di vista dell’Abi, che ha chiesto di “evitare che per la medesima operazione in derivati vengano elaborati da diversi intermediari degli scenari probabilistici con risultati anche parzialmente difformi, che ridurrebbero sensibilmente il grado di comprensione dell’operazione stessa”.
Un altro elemento debole della metodologia posta in consultazione è che, come ha detto la Cannata al convegno dell’Abi, “sono escluse dal computo (dell’onerosità dello strumento, Ndr) eventuali rinegoziazioni o estinzioni anticipate”, che capita spesso di dover fare.
Infine, tale metodologia sarebbe carente perché «non fornisce elementi utili alla decisione in alcune fattispecie, in particolare quelle dove il derivato consente di ridurre la variabilità dei flussi, ad esempio da tasso variabile a fisso o forme similari».
In ogni caso il modello proposto dalla Consob non sarà del tutto abbandonato ma affiancato da una serie di strumenti che hanno lo scopo di pervenire a un’esatta rappresentazione del rischio nei vari contesti possibili. Ci sarà un’esatta definizione delle grandezze in gioco, «per evitare gli equivoci sorti dal punto di vista terminologico«, ha detto nello stesso contesto la Cannata. Ci sarà poi un «quadro informativo comprensibile e al tempo stesso sintetico, mediante predisposizione di indicatori di rischio sui profili di esposizione (…) al mutare delle variabili finanziarie sottese». Infine, una esplicita evidenziazione degli oneri associati a queste operazioni.
Rimane da comprendere quanto grave sia oggi l’esposizione degli enti locali sui derivati e se ciò costituisca una preoccupazione per il debito pubblico della nazione. Le elaborazioni che arrivano dal ministero delle Finanze sono relativamente tranquillizzanti: «Il dato globale – ha detto Maria Cannata – di oltre 34,87 miliardi nozionali stipulati si confronta con un debito complessivo degli enti territoriali che a fine dicembre 2010 ammontava a 110,95 miliardi». Meno di un terzo del totale enti locali, che sua volta rappresenta il 6,02 per cento del debito complessivo delle amministrazioni pubbliche. Il che significa che i derivati di Regioni, Comuni e province sono pari al 2 per cento del debito complessivo italiano.
Resta ancora da spiegare la contra
ddizione tra un travaglio durato quasi tre anni per arrivare a un nuovo regolamento – su cui ci sarà presumibilmente ancora battaglia e la “facilità” con cui nel 2002 lo stesso governo Berlusconi diede agli enti locali la possibilità di utilizzare questi sofisticati strumenti con un quadro normativo che alla prova dei fatti si è dimostrato del tutto deficitario. La risposta è semplice: intanto non è detto che senza le norme del 2002, in un vacuum legislativo, gli enti locali non avrebbero potuto utilizzare lo stesso i derivati, tanto che alcuni avevano già cominciato a farlo.
Ma l’elemento fondamentale è che, secondo le Finanze, i casi veramente gravi sono stati pochi. C’è stato invece un eccessivo ricorso alle rinegoziazioni di derivati in essere «con il probabile intento – ha detto Maria Cannata – di ottenere l’incasso di un limitato upfront (massimo 1% del valore) da destinare a usi difformi per cui era stato originariamente ammesso, con il rischio però di una sottovalutazione degli oneri connessi a tale frequente pratica». In parole più semplici, la rinegoziazione è avvenuta per ottenere un anticipo di soldi, trascurando il fatto che ciò avrebbe procurato maggiori esborsi in futuro. Con il nuovo decreto l’upfront verrà invece considerato debito futuro.