Salute, la polizza diventa fai-da-te

I fondi integrativi iniziano a essere tra gli strumenti più usati
 Pagina a cura di Duilio Lui  

Il rapido invecchiamento della popolazione e la progressiva riduzione del welfare statale. Due fenomeni che stanno cambiando volto al settore sanitario, con un processo destinato a rafforzarsi negli anni a venire. Uno scenario che spiega la necessità di fare da soli per trovare soluzioni alternative capaci di fronteggiare i limiti dei trasferimenti pubblici. Secondo l’Ageing Report della commissione Ue, nel 2060 la popolazione complessiva in Europa sarà la stessa di oggi, ma cambierà il rapporto tra giovani e anziani: l’età media si avvicinerà ai 50 anni per via dei progressi della medicina, di bassi indici di natalità e di un rallentamento dell’immigrazione. Questo si tradurrà in minori entrate (il calo della forza lavoro farà affluire meno tasse e contributi) e maggiori costi per pensioni, sanità e assistenza a lungo termine per gli anziani non autosufficienti.

 

Trasferimenti pubblici, una coperta sempre più corta. Già oggi gli italiani pagano di tasca propria oltre la metà delle visite specialistiche, un quinto degli accertamenti diagnostici e un decimo dei ricoveri, con una spesa sanitaria privata che nel suo complesso vale 25 miliardi di euro ogni anno. Nella penisola, dove la spesa per la salute vale il 7,2% del pil contro il 5,9% di dieci anni fa, ci sono oltre 2 milioni e mezzo di persone non autosufficienti (cioè che non riescono a compiere almeno una delle funzioni essenziali della vita, da camminare a mangiare, a vestirsi), che corrispondono al 5% della popolazione. Un trend destinato a crescere di pari passo con l’invecchiamento della popolazione (oggi un quinto degli italiani ha più di 65 anni, ma nel 2050 la quota salirà a un terzo), mettendo a rischio la capacità di intervento pubblico, considerato che i prossimi lustri dovranno essere all’insegna dell’austerity per ridurre l’enorme debito accumulato negli anni. Assoprevidenza (Associazione italiana per la previdenza e assistenza complementare) stima che la copertura del Servizio sanitario nazionale dovrà ridursi dal 77% attuale al 50%, lasciando di fatto scoperte molte delle prestazioni oggi garantite.

 

L’avanzata dei fondi sanitari. L’assistenza sanitaria integrativa si presenta sotto vari strumenti, dalle società di mutuo soccorso alle casse aziendali, dai fondi di categoria alle casse edili, senza comunque che il settore abbia mai ricevuto una sistematizzazione come in altri paesi europei. In particolare, i fondi sanitari integrativi stanno cominciando a prendere piede negli ultimi, nonostante siano stati introdotti nell’ordinamento italiano già nel 1999. Detta in soldoni, si tratta di forme di copertura per i lavoratori che integrano i buchi lasciati dal Servizio sanitario nazionale. Nascono a livello di contrattazione collettiva e in alcuni comparti sono obbligatori. Le spese relative all’iscrizione e al versamento dei contributi sono interamente a carico delle aziende, in quanto rappresentano delle risorse che inizialmente erano destinate alla busta paga: pezzi di salario si trasformano in prestazioni che sostituiscono il contante in busta paga. Secondo uno studio dell’Università di Perugia, i campi più rilevanti in termini di spesa sono il ricovero, la diagnostica, l’assistenza odontoiatrica e le visite specialistiche. Pur nella diversità degli statuti, generalmente il fondo rimborsa ai lavoratori iscritti i ticket pagati al Ssn per gli accertamenti diagnostici e di pronto soccorso. Inoltre paga una serie di prestazioni diagnostiche e terapeutiche di alta specializzazione e rimborsa le spese sostenute per le visite specialistiche. Se la degenza si ha in genere in strutture pubbliche, le altre citate prestazioni vengono erogate prevalentemente in strutture private. Queste prestazioni contribuiscono anche a ridurre le liste d’attesa perché operano nel sistema privato o nel sistema ospedaliero «intramoenia» liberando posti e rendendo più fluida l’erogazione delle prestazioni. Le stime parlano di circa sei milioni di lavoratori che in Italia possono contare su questi strumenti (il ministero della salute ha istituito da poco l’Anagrafe dei Fondi sanitari integrativi per un monitoraggio completo): una platea in continua crescita, ma che resta complessivamente limitata.

Quanto alla fiscalità di questi strumenti, la legge n. 244 del 2007 ha riformato il regime tributario riconoscendo la deducibilità sino a 3.615,20 euro delle somme versate ai fondi sanitari integrativi del Ssn. In sostanza, lo stesso valore previsto per le somme versate dal datore di lavoro o dal lavoratore ad enti o casse aventi esclusivamente fine assistenziale. La deducibilità del contributo dal reddito non consente al contribuente di portare in detrazione/deduzione la spesa medica rimborsata dal fondo stesso, ma solo la quota eventualmente rimasta a suo carico.

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