Perché limitare le opportunità ai fondi pensione?

di Alessandro Poli*

I fondi pensione italiani sono stati fino a poche settimane fa al centro del dibattito legislativo, a causa dell’interpretazione di un decreto ministeriale in grado di influenzarne in modo sostanziale e decisivo le scelte di investimento.

Secondo alcune interpretazioni del decreto 703/96, tale atto avrebbe proibito ai fondi pensione italiani di più recente costituzione (quelli nati dopo il 1996) di investire al di fuori dell’area Ocse tramite lo strumento dei fondi chiusi.

L’Associazione italiana del private equity e del venture capital (Aifi), su sollecitazione di Perennius Capital Partners Sgr, ha presentato un’interpellanza alla Covip, la Commissione di vigilanza su fondi pensione, finalizzata a chiarire definitivamente l’interpretazione del decreto.

In meno di tre mesi – il 15 aprile scorso – Covip ha risposto formalmente al quesito, confermando la linea interpretativa da noi sostenuta, ovvero evidenziando come non possano sussistere limitazioni di natura geografica a investimenti effettuati dai fondi pensione tramite i fondi chiusi.

In particolare, a sostegno di tale interpretazione, nell’interpellanza sottoposto all’organo di vigilanza si sottolineava come gli enti previdenziali di altri Paesi europei abbiano investito e continuino a investire in modo significativo nei Paesi emergenti, per beneficiare di rendimenti attesi più elevati rispetto a quelli conseguibili investendo nelle economie mature, senza incrementare il livello complessivo di rischio grazie a opportune strategie di diversificazione.

 

Negare tale opportunità ai Fondi Pensione italiani non sembrava ragionevole né auspicabile, specie considerando che diversificare la propria asset allocation attraverso lo strumento dei fondi di fondi chiusi, che presuppongono un doppio livello di intermediazione professionale, consente di limitare al massimo il rischio dell’investimento.

Inoltre, i fondi di fondi di private equity di diritto italiano garantiscono una prospettiva di investimento di lungo periodo e non speculativa, operando attraverso strutture di gestione soggette alla vigilanza di Banca d’Italia, ovvero assicurando la massima trasparenza agli investitori.

Nell’interpellanza si era rilevato peraltro come molti fondi pensione costituiti precedentemente al 1996 – quindi non sottoposti al decreto in questione – abbiano già investito in Paesi extra Ocse, ritenendo tale esposizione un elemento fondamentale dell’asset allocation.

Ancora una volta, vietare ai nuovi fondi pensione tale tipologia di investimento sarebbe apparso discriminatorio e avrebbe di fatto vincolato gli stessi a investimenti in strumenti dedicati esclusivamente al mercato italiano, limitando drasticamente le possibilità di diversificazione.

La risposta formale inviata da Covip fa chiarezza su una questione di natura normativa, ma di grande rilievo sostanziale e dagli effetti pratici molto importanti per i fondi pensione italiani, a cui viene finalmente offerta la possibilità di avere un approccio all’asset allocation più in linea con la prassi europea più evoluta. Ciò, a tutto beneficio dei propri iscritti, beneficiari ultimi di una gestione efficiente del portafoglio. (riproduzione riservata)

*amministratore delegato di Perennius Capital sgr