Mediobanca e la sfida degli Alani

MASSIMO GIANNINI

Uno slogan si aggira per i mercati finanziari: «Ora i manager non hanno più alibi». L’hanno ripetuto tutti, da Bollorè a Ghizzoni, da Caltagirone a Pelliccioli, dopo l’uscita di scena di Geronzi dalle Generali. Parlavano di Perissinotto, l’amministratore delegato del Leone di Trieste che per un anno intero ha ingaggiato una battaglia mortale con il Cesare di Marino, portando sulle spalle il peso che il «banchiere di sistema» avrebbe voluto far gravare sulla governance della compagnia. Eliminato il «peso», questo pensano i soci eccellenti, i manager possono finalmente dispiegare le ali, e volare in alto per rilanciare le Generali. Soprattutto sul piano della performance di Borsa.
Principio ineccepibile. Tanto più in un sistema finanziario che, anche in Italia, comincia finalmente a far entrare qualche ventata d’aria pura nei polverosi Salotti Buoni di una volta. Ma questo ragionamento deve valere per tutti. Non può essere selettivo. Nella vicenda Generali c’è una lezione da trarre, che va molto al di là della vittoria di un Ceo su un presidente troppo ingombrante. Quella lezione riguarda Mediobanca. Forse per la prima volta dopo molto tempo, l’istituzione simbolo del capitalismo italiano ha agito nell’ottica dinamica del mercato, e non nella logica statica del potere. Nagel e Pagliaro, imponendo il passo indietro a Geronzi, hanno abbattuto un totem che trascende il caso singolo, e che risale indietro negli anni.
Ora i manager di Piazzetta Cuccia possono navigare in mare aperto. Tocca a loro dimostrare che anche nel Tempio dei Poteri Forti i voti si contano e non si pesano. Tocca a loro dimostrare che Mediobanca può continuare ad essere autonoma dalla politica, ma non più prigioniera dell’autoereferenzialità del circuito dei suoi controlloricontrollati. E può continuare ad essere un player globale e strategico, ma smettendo di agire alla stregua di un «fondo chiuso» che detiene partecipazioni non decisive ma fortemente illiquide, come ha scritto Luigi Zingales sull’«Espresso». Sono soprattutto loro, i due «alani» di Piazzetta Cuccia, che a questo punto non hanno più alibi.
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