La pensione integrativa? Non è cosa da giovani

di Ignazio Marino  

La previdenza completare non è un affare per i giovani. Sarà pure importante cominciare a crearsi il prima possibile una posizione previdenziale aggiuntiva per garantirsi una vecchiaia serena. Ma prima di arrivare alla pensione bisogna crearsi un reddito e questo al momento non c’è oppure è discontinuo per gli under 35, e comunque insufficiente a mettere il naso fuori dalla previdenza obbligatoria. È questa la fotografia scattata dalla Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione) che la scorsa settimana ha presentato l’annuale rapporto sul comparto. Un’istantanea che mette a fuoco la lenta crescita delle adesioni (+4,3% rispetto al 2009) e la riduzione dei rendimenti che comunque restano positivi (si veda tabella in pagina). Insomma, uno sviluppo del comparto al quale i giovani partecipano poco o nulla. Vediamo perché.

Chi sta dentro il secondo pilastro. A fine 2010 le adesioni ammontavano a 5,3 milioni di unità, pari solo al 23% della platea di riferimento. I nuovi iscritti sono circa 380 mila. Dalla distribuzione per fasce di età risulta che fra i lavoratori con meno di 35 anni soltanto il 17% ha aderito a una forma pensionistica complementare. Il tasso di partecipazione, invece, tra 35 e 44 anni è del 26,2% e sale al 34% tra i 45 e i 64 anni. Oltre i 64 anni il tasso si abbassa nuovamente, attestandosi intorno al 20%. Anche l’età media degli iscritti conferma la scarsa partecipazione dei giovani: è pari a 44 anni, rispetto ai 41 degli occupati. I dati della Covip dimostrano come la partecipazione alle forme complementari sia determinato essenzialmente da due motivi: la consapevolezza del rischio povertà senza un’adeguata copertura previdenziale e la maggiore capacità reddituale, due circostanze distanti per gli under 35 alle prese con un’economia che cresce poco ed un mercato in cui si allunga sempre più la distanza fra chi sta dentro un contratto a tempo indeterminato e chi è fuori.

 

I giovani che non partecipano. Una maggiore partecipazione dei giovani alla previdenza complementare passa dunque dal miglioramento delle condizioni economiche. La Covip guarda con molta attenzione al programma Europa 2020 definito nel giugno 2010 che «torna a porre le basi di una politica economica diretta a rafforzare la capacità competitiva dell’area e a innalzare la crescita potenziale, in modo da assicurare il riassorbimento dell’elevato grado di disoccupazione, elevare il tasso di partecipazione al mondo del lavoro della popolazione attiva e consentire un aumento soddisfacente dei salari in termini reali. Sarà così possibile garantire ai giovani condizioni di vita adeguate ai bisogni. Si tratta di una sfida impegnativa che richiede interventi diretti a rafforzare la struttura produttiva dei paesi europei e ad accrescere l’efficienza dei sistemi economici».

 

I lavoratori costretti a interrompere i versamenti. Il totale delle adesioni alle forme pensionistiche complementari seppur in crescita non può, sempre secondo la Commissione di vigilanza, considerarsi pienamente rappresentativo della partecipazione. Nel sistema è stata riscontrata la presenza di un numero rilevante di iscritti con posizione individuale nulla o irrisoria (al di sotto di 100 euro): alla fine del 2010 erano 170 mila. Se si escludono coloro che hanno aderito nel corso del 2010, rispetto ai quali il mancato versamento potrebbe essere dovuto a ritardi temporali, il numero rimane significativo, pari a 123 mila unità. Al netto di questi ultimi, gli iscritti alla previdenza complementare scenderebbero a poco più di 5,1 milioni. Un’ampia fascia di iscritti nel corso dell’anno 2010 non ha effettuato versamenti. Il fenomeno è in aumento: alla fine del 2010 erano circa un milione, il 19% del totale rispetto al 17% del 2009. Il fenomeno può avere varie cause: tra queste vi possono essere situazioni nelle quali un soggetto aderisce a più piani previdenziali ma contribuisce regolarmente solo a uno di essi. In questi casi egli verrebbe conteggiato più volte nelle rilevazioni (una per ogni forma alla quale risulta aver aderito). Nell’ipotesi di una scarsa disponibilità di risorse da destinare al secondo pilastro, il mancato versamento può essere indicativo della volontà di abbandonare il piano previdenziale, soprattutto con riferimento alle forme pensionistiche nelle quali non sono possibili riscatti per perdita dei requisiti di partecipazione. La condizione di non versanti si riscontra in prevalenza tra i lavoratori autonomi che non usufruiscono dei versamenti ricorrenti da parte del datore di lavoro o del flusso di tfr e sono quindi più esposti a discontinuità contributive. Nei fondi pensione aperti oltre il 50% dei lavoratori autonomi non ha effettuato alcun versamento nel 2010; nei Piani individuali previdenziali questa percentuale è pari al 38% e fra i dipendenti è pari al 13%.

 

Il monito per il futuro. L’allungamento della speranza di vita e i profondi cambiamenti intervenuti nel sistema pensionistico in Italia, come in altri paesi europei, hanno evidenziato la necessità di percorsi educativi volti a promuovere nei cittadini la crescita delle conoscenze in ambito previdenziale e quindi una maggiore consapevolezza delle scelte da effettuare. I giovani, che risultano svantaggiati per il ritardo con cui accedono all’attività lavorativa e per la discontinuità della partecipazione al mondo del lavoro, sono i meno consapevoli della necessità di pianificare il proprio futuro previdenziale. Da qui l’impegno della Covip a fare di più per l’educazione previdenziale e la richiesta di fare lo stesso per le altre istituzioni coinvolte.