Generali, la variabile Dassault negli equilibri Milano-Trieste

Uno spettro francese si aggira in Borsa, e non si tratta di Lactalis su Parmalat. Le aspirazioni di Laurent Dassault e il suo possibile ingresso nelle Generali e in Mediobanca confermano che le mire d’Oltralpe sui due big della finanza italiana non sono state affatto accantonate. Se le ultime esternazioni del rampollo della famiglia Dassault, Laurent (F&M di ieri), non curanti dei veti del padre Serge, lasciano scettici alcuni osservatori del mercato, dall’altra potrebbero rilanciare l’asse transalpino nella definizione degli equilibri sull’asse che va da Milano a Trieste. Il ritorno del gruppo Dassault in Mediobanca, o un ingresso in Generali, in primo luogo rafforzerebbero la posizione di Vincent Bolloré, rimasto isolato tra gli azionisti italiani dopo le dichiarazioni delle scorse settimane a sostegno di Cesare Geronzi e in aperto dissenso con il management del gruppo assicurativo.
Il mercato ritiene che gli spazi di manovra per il tandem francese siano piuttosto ristretti, soprattutto in Generali, che è solto teoricamente una public company: anche se non esiste un sindacato di blocco, l’azionariato risulta piuttosto compatto attorno al socio di riferimento Mediobanca, che possiede il 13,242% del capitale e ha parecchia voce in capitolo sulle vicende triestine (un vero e proprio controllo di fatto, secondo quanto si ostina a dire l’Antitrust). «Giudico improbabile un ingresso di Dassault adesso», commenta un analista italiano, «mi sembra irrazionale un investimento del genere che comporterebbe un esborso molto alto, anche perché in Generali al momento è diventato molto difficile farsi spazio». In primo luogo nel board, dove proprio il primo socio ha proposto e ottenuto una riduzione del numero di consiglieri a 17. «Difficile che un ingresso di Dassault in Generali possa cambiare gli equilibri a favore dell’asse d’Oltralpe», aggiunge un analista di una banca internazionale, «del resto anche il tandem Geronzi-Bolloré non ha funzionato».
Insomma, l’opinione dei più è che passate le turbolenze che hanno contribuito all’uscita di Cesare Geronzi, la situazione a Trieste si sia stabilizzata, come evidenziato dal clima di concordia e dalla distensione dei toni dell’assemblea di sabato scorso. Tuttavia tale fotografia mostra qualche incrinatura, come il dissenso da parte dei fondi, presenti in assemblea con circa il 9,7% del capitale, e di Bankitalia, socia con il 4,5%, che non hanno votato a favore della voce relativa alle remunerazioni. Insomma, uno spiraglio rimane. Qualche assestamento, fanno notare in ambienti vicini al gruppo, è in effetti ancora in corso. Così come prosegue anche il pressing dei soci sugli ad del Leone, Giovanni Perissinotto, e Sergio Balbinot per migliorare la gestione del gruppo dopo le difficoltà patite durante l’anno di presidenza di Geronzi. Il varco per i francesi potrebbe essere rappresentato proprio da Piazzetta Cuccia. Resta infatti l’ipotesi – seppur solo teorica al momento – di un alleggerimento della quota di Mediobanca in Generali, che viene sollecitata ormai da anni dal presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà (in un’intervista sul Sole di domenica scorsa il Garante ha parlato addirittura di un dimezzamento della partecipazione). Un’eventuale riduzione lascerebbe uno spazio aperto per altri azionisti, consentendo a Dassault di entrare in partita e rafforzare così l’asse francese con Bolloré. L’Authority però non ha i poteri necessari per pretendere un simile intervento e i paletti di Basilea 3 (che imporrebbero a Piazzetta Cuccia di scendere intorno al 10% nel Leone o, in alternativa, di rafforzare il capitale) entreranno in vigore solo dal 2018. In tempi certamente più brevi resta poi tutta da giocare proprio la partita in Mediobanca, soprattutto in vista della scadenza del patto a fine anno. Ma finora nessun socio ha manifestato l’intenzione di uscire, anche se c’è tempo fino a giugno. E allora quale quota comprare? Magari quella di altri francesi, quelli di Groupama, delusi dal fallimento dell’operazione su Premafin.