Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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WhatsApp scatola nera delle nostre vite. Va dunque maneggiato con cura perché può essere fonte di illeciti penali e civili, facendo scattare perfino l’addebito nella separazione fra i coniugi. Ampio il catalogo delle condotte a rischio reato: dalla diffamazione nella chat o nel gruppo allo stalking, passando per l’accesso abusivo per chi spia il partner fino al revenge porn e ai reati sessuali su minori coi file inoltrati. Non può invece essere licenziato chi sparla del capo su WhatsApp: è esclusa la violazione di correttezza e buona fede nella conversazione privata e tra privati. È quanto emerge da un viaggio nella giurisprudenza civile e penale della Cassazione sulla celebre app di Meta. Il danno alla reputazione. I messaggi dell’applicazione verde costituiscono corrispondenza a tutti gli effetti dopo la sentenza costituzionale del 27/7/2023, n. 170: lo hanno chiarito le Sezioni unite civili della Cassazione (sentenza n. 4009 del 23/02/2026). Occhio, dunque, a cosa si scrive: scatta il reato di diffamazione, con tanto di risarcimento, a carico di chi posta un messaggio che lede la reputazione professionale dell’insegnante nella classica chat dei genitori della classe scolastica. E ciò senza che sia necessario verificare il numero dei partecipanti al gruppo WhatsApp per confermare il giudizio di responsabilità. Né serve provare che il messaggio incriminato sia stato letto da almeno due dei destinatari: è il contrario che rappresenta “un’evenienza eccezionale” (sentenza n. 39414 del 05/12/2025)
La messaggistica istantanea (come whatsapp) usata in ambiti professionali è tanto comoda, quanto piena di trabocchetti e insidie privacy. Va sicuramente bene per fissare gli appuntamenti, ma è pericoloso mandare allegati o inserire nomi, dati e immagini di persone. Inoltre, gli applicativi devono essere programmati con opzioni “privacy”, idonee a evitare la conservazione o la diffusione indebita di immagini e testi
Impennata dei rischi per i minori che navigano sul web. Siti e app raccolgono caterve di dati su bambini e adolescenti, non controllano l’età minima richiesta per l’accesso alle piattaforme, schedano i ragazzi e presentano contenuti inadatti alla loro età (violenza, sesso, autolesionismo, ecc.). È quanto emerge dalla ricerca “Sweep 2025”, pubblicata il 25 marzo 2026, realizzata dal Global privacy enforcement network (Gpen), che riunisce 27 Garanti della privacy. L’indagine è stata elaborata su 876 siti web e applicazioni mobili comunemente utilizzate dai più piccoli su scala mondiale. In sintesi, la relazione evidenzia che in dieci anni i rischi sono aumentati sotto due profili. Il primo aspetto è l’incremento del numero di servizi online rivolti ai minori o utilizzati dagli stessi, che richiedono agli utenti di fornire sempre più dati personali per l’accesso a tutte le funzionalità delle piattaforme. In sostanza, in rete c’è un incremento della raccolta di dati dei minorenni e una conseguente maggiore loro esposizione ai pericoli di Internet
C’è una differenza, spesso decisiva, tra raccontare una crisi e misurarla. La prima è materia da cronaca giudiziaria; la seconda è lavoro da bisturi contabile. Ed è proprio qui che si colloca il documento intitolato “Quantificazione del danno ex art. 2486 c.c.”, pubblicato il 24 marzo dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e dalla Fondazione Nazionale dei commercialisti, dedicato, appunto alla determinazione del risarcimento dovuto dagli amministratori in ipotesi di liquidazione giudiziale: non un testo per addetti ai lavori chiusi in torre d’avorio, ma una guida che prova a dare una grammatica operativa a una delle questioni più sensibili del diritto societario contemporaneo, cioè quanto costa davvero la prosecuzione illegittima dell’attività quando la società avrebbe dovuto fermarsi o imboccare per tempo una procedura concorsuale.
La prossima grande sfida del capitalismo familiare italiano è già iniziata: secondo l’osservatorio Aub, tra il 2025 e il 2034, il 33,5% delle imprese familiari con ricavi superiori a 20 milioni di euro sarà interessato da un passaggio generazionale. E lo scenario potrebbe diventare ancora più intenso: se si adottasse una best practice di governance che anticipi il trasferimento della guida ai 70 anni, la quota salirebbe fino al 48,8%. È questo il dato che fotografa, con immediatezza, la portata di una trasformazione destinata a incidere profondamente sull’assetto proprietario e manageriale di una parte decisiva dell’economia italiana. I numeri diffusi dall’osservatorio Aub, promosso da Aidaf, UniCredit e Università Bocconi, mostrano con chiarezza come il fenomeno sia destinato a intensificarsi nel prossimo decennio. Il 33,5% delle aziende familiari sopra i 20 milioni di fatturato potrà essere coinvolto in un passaggio generazionale nel periodo 2025-2034. Tale percentuale deriva dalla somma di due dinamiche differenti ma convergenti: da un lato i passaggi generazionali senza mentoring, che riguardano il 23,7% delle imprese; dall’altro quelli accompagnati da percorsi di affiancamento e trasferimento graduale di responsabilità, pari al 9,8%
La contrattazione di secondo livello si prende cura dei caregiver. In attesa di una compiuta definizione e regolamentazione di una figura centrale nel nostro sistema di welfare, sono gli accordi aziendali a cercare timidamente di introdurre misure di sostegno per i dipendenti impegnati non solo al lavoro, ma anche nell’assistenza dei propri congiunti non autosufficienti, siano essi minori o anziani o affetti da disabilità. Su un campione di 620 accordi, poco più di due su dieci (141) contemplano almeno un intervento a favore dei lavoratori con responsabilità di assistenza familiare. A fornire una prima mappa degli strumenti messi a disposizione dal welfare aziendale è la Direzione generale per la programmazione e il coordinamento delle politiche settoriali del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) all’interno del rapporto su «Il valore sociale del caregiver», presentato nei giorni scorsi.

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In Italia, gli over 65, o “senior”, stanno diventando sempre più numerosi e rappresentano una risorsa potenziale di grande valore per la società. Secondo i dati Inapp, nei prossimi dieci anni circa 6,1 milioni di persone usciranno dal mondo del lavoro, aprendo nuove possibilità di impegno civico e sociale. Una ricerca dell’Osservatorio Senior, condotta con diverse fondazioni e centri di volontariato, mostra che molti anziani sono in buona salute, vitali e desiderosi di restare attivi, ma vogliono farlo “a modo loro”: in libertà, senza obblighi o ruoli imposti. Non vogliono essere considerati “saggi tutori” del passato, bensì persone ancora in crescita e capaci di imparare dalle nuove generazioni. Come evidenzia il sociologo Alessandro Rosina, la sfida è valorizzare questo passaggio generazionale in modo costruttivo: offrire ai senior opportunità per restare attivi, promuovere il loro contributo alla collettività e trasformare l’invecchiamento della popolazione in una risorsa e non in un costo sociale.

«La maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio: il valore mediano, ovvero il livello di reddito al di sotto del quale si colloca il 50 per cento delle famiglie residenti, è pari a 31 mila 704 euro (2 mila e 642 euro al mese), valore in crescita del 5,5 per cento, in termini nominali, rispetto al 2023». L’area della povertà si è ristretta, seppur di poco. Nel 2024, la popolazione a rischio povertà è stata del 18,6 per cento contro il precedente dato del 18,9. Cresce però la quota di coloro che si trovano in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (5,2 per cento). Gli anziani che vivono soli, nel 50 per cento dei casi, se la cavano con 1.500 euro al mese. Venerdì scorso, l’Istat ha fornito qualche dato di contabilità nazionale aggiornato al 2025. Quadro d’insieme non ancora del tutto solido come i precedenti, validati a livello europeo. Il reddito disponibile delle famiglie è aumentato, l’anno scorso, del 2,4 per cento e il potere d’acquisto dello 0,9. La spesa per consumi è cresciuta leggermente di più (2,5 per cento). Ma è continuata in misura sensibile l’erosione del risparmio per sostenere il reddito. La propensione delle famiglie a mettere da parte delle risorse è scesa all’8,2 per cento, dall’8,3.
Quanto dovremmo accantonare per poter avere una rendita integrativa di 500 euro netti al mese, a parità di potere di acquisto? Dipende dall’età e dalla linea di investimento: per un 25enne potrebbero essere sufficienti 120 euro al mese investiti in una linea all’80% azionaria, mentre per un 35enne si potrebbe salire a 322 euro al mese se si usasse un comparto con solamente il 20% di azioni. Per un 45enne si andrebbe invece dai 369 euro al mese di una linea ad alto rischio fino ai 504 euro (al netto dell’inflazione) di una a basso rischio. Per un 55enne, a «solamente» 12 anni dal traguardo pensionistico, l’investimento sarebbe naturalmente molto superiore: qui l’investimento richiesto andrebbe dagli 815 euro di una linea a basso rischio fino ai 965 di una ad alto rischio. Il tempo, come sempre, si rivela un prezioso alleato per minimizzare l’investimento richiesto o per massimizzare i risultati che possiamo ottenere. Ma come si sono comportati i fondi pensione nel 2025, contraddistinto dai dazi di un anno fa e dalle tante tensioni geo-politiche? I rendimenti riportati in pagina sono già al netto dei costi: complessivamente negli ultimi 10 anni i fondi negoziali hanno reso al netto il 2,4%, i fondi aperti il 2,7% e i PIP il 3,1%. Questi valori medi dipendono naturalmente dalla tipologia di linea di investimento: nei fondi negoziali di categoria le linee garantite e obbligazionarie pure hanno reso meno dell’1%, quelle obbligazionarie miste e bilanciate tra il 2,6% e il 2,7%, mentre quelle azionarie si sono attestate al 4,8% medio annuo.
I dati della Covip, la Commissione di vigilanza dei fondi pensione, evidenziano come nell’arco degli ultimi 10 anni i fondi pensione abbiano reso mediamente tra il 2,4% (quelli negoziali) e il 3,1% (i Pip). All’interno di questa media ci sono però rendimenti dell’1%, ma anche del 5%, a seconda del comparto scelto. Con le elaborazioni nella tabella accanto abbiamo provato a misurare l’impatto di destinare i propri risparmi a una linea di investimento a basso rischio, che renda l’1%, oppure ad una a rischio più elevato, che mediamente renda il 5% annuo. La differenza è visibile: per un 25 enne che investisse 200 euro al mese, corrispondenti all’incirca al versamento medio nei fondi pensione, il capitale equivalente oscillerebbe tra i 55.309 euro investiti all’1% e i 108.580 euro al 5%, con una differenza di quasi il 100% (+96%). Differenze elevate anche per un 35enne, che passando da un rendimento medio annuo dell’1% ad uno del 5% avrebbe un 70% di ricchezza in più, pari a circa 33.000 euro, sempre a fronte del versamento di 200 euro al mese. Con l’aumentare dell’età si riduce il tempo a disposizione per beneficiare del rendimento dei mercati, che «scende» ad un +48% per un 45enne e a un +26% per un 55enne.
Ci sono almeno due tipologie di costi nei fondi pensione: da un lato ci sono le spese di gestione annua, pari ad una percentuale del patrimonio investito; dall’altra ci sono i costi annui (fissi o in percentuale sui versamenti), nonché le eventuali spese di adesione. Un modo per sintetizzare e rendere confrontabili le varie tipologie di oneri da sostenere è il cosiddetto Indicatore sintetico dei costi (Isc): si tratta di una misura definita dalla Covip, l’Autorità di vigilanza sui fondi pensione. Ma quale impatto possono avere i costi sulla ricchezza finale che potremo avere a disposizione all’epoca della pensione? Nella tabella abbiamo stimato l’impatto a parità di rendimento: i costi medi annui al 2% sono rappresentativi della media dei Piani individuali pensionistici (Pip), mentre quelli all’1,2% e allo 0,4% sono in linea con gli oneri medi di fondi pensione aperti e negoziali.
Una delle novità per il 2026 è l’aumento del limite di deducibilità fiscale, che è stato portato da 5.164 a 5.300 euro annui. Si tratta del più noto incentivo previsto dalla normativa per stimolare lavoratrici e lavoratori a risparmiare risorse per il proprio futuro attraverso i fondi pensione. Grazie a questo beneficio, infatti, si pagano meno tasse, in quanto il versamento nei fondi pensione viene dedotto (cioè sottratto) dalla base imponibile ai fini Irpef. Versando di tasca propria 200 euro al mese in un fondo pensione, ce ne verrebbero restituiti tra i 552 e i 1.032 all’anno a seconda della nostra aliquota marginale Irpef. Una importante riflessione da fare è sul destino di questi ipotetici cinquecento o mille euro all’anno: spenderli e consumarli, oppure reinvestirli? Può sembrare una domanda scontata, ma da un punto di vista finanziario non lo è affatto, e gli effetti sono tangibili. Reinvestendo questo guadagno dovuto al fisco, si fanno rendere non solamente i nostri versamenti, ma anche «il loro rendimento», attivando un meccanismo di capitalizzazione composta.
La distribuzione di prodotti assicurativi fa un passo in avanti in casa Allianz, con un progetto pilota nato a Milano nel 2017. Allora Moscova & Partners era una start up che metteva a frutto una decennale esperienza dei suoi fondatori in seno alla grande compagnia tedesca. Ora è una realtà aziendale consolidata. L’idea iniziale di costruire una società capace di erogare servizi innovativi ai cosiddetti subagenti di assicurazione si è realizzata. Percorso non facile, ma vincente. Unico modello d’impresa con questa struttura in Italia, Moscova & Partners, che ancora lavora in esclusiva con il gruppo Allianz, a livello strettamente operativo trasforma gli intermediari della sezione «E» del Rui in azionisti e quindi in soci a tutti gli effetti. “Punto focale del progetto è stato attribuire azioni con prestazione accessoria: per realizzarne la fattibilità abbiamo fatto ricerche e studi e ci siamo a lungo confrontati con notai e avvocati specializzati nel settore. Oggi lo statuto è un documento che offre certezze ai partner e garantisce anche il livello provvigionale, che raggiunge anche il 100 per cento. Nel tempo abbiamo perfezionato il processo di remunerazione: l’incasso dei premi con Pos direzionali, la firma della polizza in remoto, la corrispondenza con i clienti via email e altri passaggi dematerializzati consentono di abbattere i costi di gestione e portare il risparmio ottenuto nel cassetto dei nostri soci”. I dati parlano: dall’anno zero ad oggi il portafoglio (cioè il fatturato) è di 6,3 milioni di euro per i rami danni, mentre la raccolta per il ramo vita ammonta a 42,3 milioni di euro.

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Da due a quattro mesi di arresto e multe fino a quasi 7.500 euro. È quanto rischiano i datori di lavoro se non trasmetteranno da oggi l’informativa scritta ai dipendenti in smart working e ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls) sugli obblighi in materia di salute e sicurezza sul lavoro. In realtà, come spiega la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, l’obbligo era già previsto dall’articolo 22 della legge 81/2017. Ma solo la recente norma
annuale sulle piccole e medie imprese (legge n. 34/2026 dell’11 marzo scorso) lo ha reso perentorio e ha introdotto le sanzioni: la mancata ottemperanza all’obbligo informativo è ora punito con l’arresto da due a quattro mesi o l’ammenda da 1.708,61 a 7.403,96 euro
Un altro errore dell’Inps, dopo quello dei mille euro dati a 20mila pensionati a marzo e poi tolti da aprile in poi. Stavolta riguarda un gruppo di pensionati pubblici penalizzato dalla manovra 2024. La legge uscita dal Parlamento esonerava dal taglio gli assegni di vecchiaia, colpendo solo le anticipate. L’Inps non ne ha tenuto conto. E dopo due anni e due mesi rimedia. Dovrà ora restituire ai malcapitati i soldi con gli interessi e la rivalutazione monetaria. Il chiarimento arriva con il messaggio 787 del 5 marzo scorso con cui Inps corregge una sua interpretazione errata della norma del 2024. Quella sulle aliquote di rendimento delle pensioni liquidate agli iscritti alle casse Cpdel, Cps, Cpi e Cpug: dipendenti di enti locali, sanitari, insegnanti e ufficiali giudiziari. La norma, voluta inizialmente dal governo in una versione più ampia, puntava a ridurre il vantaggio riconosciuto a chi aveva meno di 15 anni nella quota retributiva, prima del 1996, grazie ad aliquote di favore. La
relazione tecnica stimava un taglio da 33 miliardi su 732mila pensionati fino al 2043.

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Compie 80 anni quel centauro, metà pubblico e metà privato, chiamato Mediobanca, secon
do la definizione del 1978 del suo fondatore Enrico Cuccia. Era il 10 aprile del 1946 quando, su impulso di Cuccia e di Raffaele Mattioli, allora presidente della Banca commerciale italiana, fu creato un istituto che intendeva favorire la ricostruzione, lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese italiane all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. Il capitale è ripartito tra la stessa Comit, il Credito Italiano e il Banco di Roma, tutti e tre controllati dall’Iri. Da allora, quel centauro è passato attraverso una metamorfosi che
l’ha condotto fino a oggi, quando al controllo c’è Monte dei Paschi di Siena, banca partecipata al 4,9% dal ministero dell’Economia, e quando il mondo è precipitato
in una nuova guerra globale, con fulcro in Medio Oriente.
L’opinione pubblica conosce l'”inverno demografico”, ma non ha ancora percepito quanto esso sia intenso e necessiti di contromisure. In Italia, negli ultimi quindici anni, la popolazione in età di lavoro è diminuita di quasi due milioni di unità. Gli anziani che hanno superato la soglia dei 65 anni non sono stati rimpiazzati dai giovani perché, ormai da molti anni, i nati ogni anno sono meno di 400mila (355mila nel 2025, fresco dato Istat), mentre negli anni Cinquanta e Sessanta, pur con una popolazione di molto inferiore, erano vicini
al milione. Non stupisce che le imprese, specialmente al Nord, già oggi non trovino lavoratori. Per il futuro, si proietta una riduzione di ben 8 milioni della popolazione in età di lavoro da qui al 2050. Proseguendo a questo ritmo, a fine secolo si arriverebbe ad una popolazione lavorativa di soli 28 milioni, dai 37 attuali. Questa proiezione sconta un saldo migratorio superiore alle 200 mila unità all’anno. Se, per ipotesi, come sta cercando di fare Trump negli Usa, si volesse azzerare questo flusso, alla fine del secolo la popolazione in età attiva scenderebbe sotto i 15 milioni
L’ onda di entusiasmo generata dall’avvento dell’intelligenza artificiale si è andata a infrangere su scogli di ruvido pragmatismo. Secondo l’ultimo rapporto del Capgemini Research Institute, “The multi-year AI advantage: Building the enterprise of tomorrow”, la
cui sintesi è stata lanciata in occasione dell’ultimo World Economic Forum di Davos, l’approccio delle aziende di tutti i settori è orientato a considerare l’IA un imperati
vo strategico, piuttosto che una tecnologia discrezionale o avveniristica.
Quasi due terzi dichiarano di aver iniziato a sospendere i progetti di IA a minor valore per reindirizzare gli sforzi verso aree ad alto impatto. Anche se permane più di qualche incertezza a breve termine, la tecnologia sembra aver superato una soglia critica: per i leader aziendali la questione non è più se puntare sull’IA, ma come integrarla nel tessuto stesso dell’impresa
«I l messaggio che la mappa globale dell’adozione dell’IA ci restituisce è molto chiaro: i decisori aziendali hanno superato la fase del “se” e dell’entusiasmo sperimentale e sono ora alle prese col “come” integrarla nei processi, nelle operations e nei modelli decisionali e con
le giuste strutture per governarla al meglio. Nonostante le incertezze di breve termine e le complessità iniziali di implementazione, oltre la metà delle imprese è infatti convinta che il suo impatto sarà trasformativo». Sintetizza così Monia Ferrari, ad di Capgemini Italia, il cambio di passo e il salto di qualità che la nuova tecnologia ha raggiunto negli ultimi anni
Prima erano i dazi a dominare l’agenda delle imprese globali. Oggi il baricentro si è spostato: il conflitto in Medio Oriente sta mettendo sotto pressione costi, logistica e continuità delle forniture energetiche. Solo pochi mesi fa, l’ultimo rapporto di McKinsey – “Supply chain risk pulse 2025” – evidenziava come nell’82% dei casi le nuove tariffe avessero già colpito le ca
tene di approvvigionamento, con un impatto tra il 20% e il 40% delle attività e ricadute dirette su costi (39%) e domanda (30%). «Le recenti tensioni in Medio Oriente stanno rapidamente diventando un tema prioritario per le aziende rispetto al momento in cui abbiamo redatto la survey», spiega Alfredo Vaghi, senior partner McKinsey e responsabile della practice operations per l’ufficio del Mediterraneo. «Gli sviluppi del conflitto, inclusa la situazione nello Stretto di Hormuz – attraverso cui transitano circa 1,3 trilioni di dollari di scambi l’anno, oltre a circa il 20% dei flussi globali di petrolio e Gnl –hanno trasformato un rischio latente in uno shock concreto, con impatti su costi logistici, disponibilità di materie prime e continuità delle forniture». In questo contesto, secondo Vaghi, «le aziende stanno entrando in un ‘new normal’ caratterizzato da shock simultanei, che includono energia, geopolitica, inflazione e
volatilità della domanda». «I dazi- aggiunge – naturalmente non scompaiono, ma il loro impatto diventa relativo e interdipendente, amplificato o attenuato dall’interazione con gli altri fattori»
L e esigenze delle imprese diventano sempre più articolate, sia per dinamiche interne alle loro organizzazioni sia, soprattutto, per l’evoluzione del contesto esterno. In questo quadro, gli operatori finanziari non possono più limitarsi all’offerta di credito o alla gestione dei patrimoni: cresce infatti la richiesta di un supporto più ampio, in particola re nei momenti chiave della vita aziendale, dove si concentrano rischi rilevanti e decisioni strategiche.
Su questa direttrice si colloca il percorso di Banca Generali che negli ultimi anni ha aumentato il peso della clientela imprenditoriale e ampliato l’offerta. Un passaggio che ha
avuto un’accelerazione con l’integrazione di Intermonte, completata circa un anno fa, introducendo competenze di investment banking accanto alle attività tradizionali di private banking
Nel settore della cybersecurity, la fiducia è un valore cruciale ma oggi in crisi: secondo il report Cybersecurity Trust Reality 2026 di Sophos, il 95% delle imprese a livello mondiale dubita dei propri fornitori di sicurezza informatica. In Italia, quasi il 70% delle aziende dichiara difficoltà nel valutare nuovi fornitori e il 41% ammette di non avere le competenze necessarie per farlo. Lo studio, condotto su 5.000 aziende di 17 Paesi, mostra che il 79% fatica a stabilire l’affidabilità dei nuovi partner e che il 51% teme incidenti come conseguenza diretta di questa mancanza di fiducia. In Italia, i problemi derivano soprattutto da informazioni incomplete, ambigue o difficili da reperire sui fornitori. Per superare questa crisi, Sophos suggerisce maggiore trasparenza nella gestione degli incidenti e la fornitura di prove verificabili della competenza in materia di cybersecurity. Inoltre, con l’adozione crescente dell’intelligenza artificiale nei servizi e strumenti di sicurezza, cresce anche la necessità di garantire responsabilità, trasparenza e buona governance.

Sumitomo Mitsui e Nippon Life Insurance sono in trattative per istituire un fondo di private credit con un capitale iniziale di almeno 500 miliardi di yen (3,1 miliardi di dollari).La seconda banca più grande del Giappone e la principale compagnia di assicurazione vita del Paese stanno mettendo a punto i dettagli del fondo, che fornirà prestiti per Leveraged buyout (Lbo) e altri settori come le transazioni immobiliari e i finanziamenti mezzanine. Le due società intendono creare una jv per la gestione del fondo, che potrebbe essere aperto anche ad altri investitori.